I cani sciolti





E’ capitato durante l’attesa per entrare al supermercato, eravamo ancora in periodo di lockdown, la gente si affollava ansiosa, forse temeva che chiudessero anche quei centri di distribuzione. 
Seduto su un blocco di cemento, il biglietto con un numero in tasca, attendevo il mio turno e intanto ascoltavo musica dal cellulare. Ero collegato ad una di quelle piattaforme che ti permettono di ascoltare qualsiasi tipo di musica, album, artisti e compilation, con la possibilità di variare in continuazione, e in un tempo infinitamente breve, gli oggetti del tuo desiderio di ascolto.
Se invece preferisci mettere da parte volontà e decisione, ecco la possibilità di scegliere una sola canzone e poi ci pensa il solito immancabile algoritmo, programmino magico che pervade ogni azione della nostra instabile esistenza, che in base ad affinità di genere, periodo storico e chissà cos’altro, genera una sequenza di brani da ascoltare e il dato interessante è che spesso ritrovi canzoni di cui non ricordavi più l'esistenza oppure fai nuove e interessanti scoperte.

Non so a quale di queste due categorie possa far parte la canzone che arrivò inaspettata quel giorno, davanti al centro commerciale: "I Cani sciolti" di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, probabile l'avessi già sentita una di quelle volte in cui Giorgio Gaber fece uno spettacolo a Spezia, ma quel giorno mi sembrò di ascoltarla per la prima volta.
Non credo di aver mancato una sola serata quando al Teatro Civico, nei primi anni settanta, erano in programma gli spettacoli di Teatro Canzone, quella giusta sintesi di concerto e recitazione ideata dal duo Luporini-Gaber.
Ricordo il teatro Civico sempre gremito, situazioni ora a dir poco inimmaginabili. Sicurezza e leggi... e aggiungiamoci le invisibili presenze virali, non consentirebbero più tali forme di sovraffollamento. 
Era una specie di rito, ci trovavamo in anticipo davanti al teatro e poi riuscivamo ad entrare proprio tutti. Gli spazi, anche i più marginali, venivano occupati all'inverosimile. Spesso ci trovavamo seduti in terra o appoggiati al muro o ci sorreggevamo l'uno con l’altro e, nonostante fossimo così in tanti, durante lo spettacolo un silenzio raccolto avvolgeva quella strana assemblea, strana in quanto si svolgeva in modo attento e ordinato per esplodere solo a momenti, con applausi di assenso o risate liberatorie.
A ripensarci, sono quasi certo che "I cani sciolti" l’abbia cantata e mi sarà piaciuta anche allora.

Se vi chiedete il perché di tanto interesse per una semplice canzone, ora proverò a spiegare perché, a distanza di anni, nel riascoltarla mi sia sentito toccato nel profondo, tanto da aver azzardato la registrazione di una mia personale versione (e questo credo possa spiegare come i recenti fatti pandemici, le code per acquisto di beni e relative ripercussioni sul piano sociale, personale, forse politico, abbiano, in un qualche modo, allentato certi freni inibitori che, in condizioni di normalità, mi avrebbero trattenuto da tanta sfrontatezza). 

Quando iniziai il liceo nell’autunno del 1969 avevo già scelto da quale parte stare, avevo compiuto da nemmeno due mesi quattordici anni e stavo a Sinistra.
Non so il perché del mio schierarmi attivamente, ma era una decisione presa a fine estate, ricordo una serata burrascosa di metà settembre, a pochi giorni dall'inizio della nuova avventura liceale. Ero a San Terenzo e passeggiavo mentre Libeccio e onde creavano un’aerosol frizzante e stimolante la meditazione. Così, al rientro a casa, la decisione era presa.

Buona parte di tale scelta veniva anche da discorsi captati in famiglia o dagli incontri con un cugino, di quattro anni più grande di me, che abitava a Torino e mi raccontava le occupazioni di scuole e università, gli scioperi degli operai, i fatti di Corso Traiano, frammezzando il tutto con l’ascolto di dischi di Jimi Hendrix, John Mayall o Lovin' Spoonful, e questo di certo trasformava quegli incontri in una miscela esplosiva e sovversiva, un po’ come il Libeccio a San Terenzo.

L’area in cui era collocata la Sinistra, per il mio giovane stupore, era però cosa ancora poco conosciuta e poco definita. Nella mia giovane e stupita immaginazione la vedevo come un fluire naturale, un’onda che comprendeva i partiti istituzionali della sinistra e arrivava, dopo aver attraversato tutta l’area extraparlamentare, fino agli anarchici. Proprio a proposito di questi ultimi e del loro ideale, ammetto di aver provato da allora una particolare attrazione.

Si può non essere libertari e utopisti quando si ha l’età che avevo in quegli anni?
Potremmo discutere se la cosa sia insita al processo di sviluppo adolescenziale, nelle cui tempeste ci si ritrova improvvisamente, per il sentire vacillare i punti di riferimento, il realizzare la complessità e l’enormità del Mondo e di chi lo abita ma, nonostante queste belle spiegazioni psico e socio/logiche, tengo a precisare che nel mio giovane stupore di ultrasessantenne persiste ancora un grande affetto per quel mondo.

Quanto era successo il 12 dicembre di quell'anno, la strage di Piazza Fontana, deve aver avuto un'ulteriore rilevanza così come la morte di Giuseppe Pinelli, nome che ancora adesso, se mi viene da dirlo o pensarlo, mi fa scatenare il riflesso di mordermi le labbra, per evitare di mettermi a piangere, ovunque mi trovi.

Ci metterei pure la visione di due film, quale rinforzo nel favorire l'attrazione nei riguardi della dolce utopia anarchica, Gianmaria Volontè era l’attore principale in entrambi, anche se in ruoli opposti. Commissario di polizia in uno, dove il personaggio positivo era uno studente anarchico, mentre nell'altro interpretava 
Bartolomeo Vanzetti.

Sacco e Vanzetti, la prima volta che lo vidi, sempre al cinema nonché teatro Civico, restai seduto per quasi due spettacoli consecutivi per poter riascoltare il monologo di Vanzetti, al termine del processo che condannerà i due immigrati italiani alla sedia elettrica. Ho rivisto anche in seguito più volte la scena quando, rivolgendosi al giudice, Vanzetti dichiara la propria innocenza e rilancia, affermando che, se avesse il potere di rinascere, rifarebbe tutto di nuovo e poi conclude dicendo che lui e Nicola Sacco sono soltanto un buon calzolaio e un bravo pescivendolo e mai in tutta la loro vita avrebbero potuto sperare di fare tanto in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione fra gli uomini, chiudendo con:
- Voi avete dato un senso alla vita di due poveri sfruttati!

Tornai a casa lentamente dopo aver visto quel film, era inizio inverno, ed ero al terzo anno di liceo.

Oltre ai film e ai libri, mi tenevo informato leggendo le riviste e i quotidiani della sinistra extraparlamentare, ma avevo un debole per quei fogli prodotti da quell’area, un po' indefinita e caotica che, oltre ai temi stretti della politica, s'interessava di musica, di modi di vita alternativi, di esperienze di alterazione e allargamento della Coscienza, la cosiddetta Area della Controcultura che usava spesso il termine Movimento, intendendo tutta la sinistra non tradizionale, forse un rimando al Movimento underground antagonista americano, al quale guardava con attenzione.

La parola Movimento incominciò a piacermi, mi sembrava specificare meglio quel senso del fluire che comprendeva le diversità, ero sempre dell'idea ci fosse posto per tutti e, per dirla in termini poco ortodossi, sentivo di voler bene a tutti i compagni, qualsiasi fosse la loro collocazione. La prova di questa mia sensazione erano le manifestazioni. Quando eravamo in corteo le discrepanze che scaturivano da diverse interpretazioni dei testi sacri del marxismo-leninismo, causa di contrasti tra i vari gruppi o piccoli partiti, sembravano appianarsi di fronte al fatto che il nemico era chiaro a tutti, lo gridavamo forte, lo facevamo sentire a noi stessi e a chi incontravamo, marciando tra striscioni e sventolii di bandiere.

Io però ero un cane sciolto, termine non proprio gentile, che veniva dato a chi non voleva o forse non sapeva quale fosse la giusta linea politica e non militava all'interno di un'organizzazione politica. 
Per un po', lo ammetto, sono rimasto fuori da queste problematiche, ero più interessato a leggere Kerouac o Ginsberg ma anche Buzzati e Pavese, ascoltare musica, emettere strane sonorità dal mio organo elettrico, andare a concerti o in giro con compagni di scuola durante le vacanze estive, vagando senza una meta precisa, dormendo in sacco a pelo in qualche stazione o sotto il cielo stellato.

La Vita però, oltre ad essere complessa, è, come diceva qualcuno, quello che ti capita mentre tu sei indaffarato in altri progetti. 
A riprova della giustezza di quest'ultima frase di John Lennon, nel 1973 mi accadde di ritrovarmi a militare - non negate che questo verbo suoni proprio male - in un'organizzazione ML (marxista-leninista, per chi fosse nato molto dopo quegli anni).

Galeotta fu la parola Movimento: 
- Domani c'è una riunione, vengono alcuni compagni del Movimento Studentesco di Milano ( MS era la sigla ) che vorrebbero prendere contatto con qualcuno di noi. Vieni?

Andai.

Parte dei presenti li conoscevo già, alcuni non li avevo mai visti, tra questi c'erano studenti dell'Università di Milano. Mi sembrarono tutti molto preparati e piuttosto chiari nel presentarsi, portavano quasi tutti gli occhiali, vestivano in modo normale e mi colpì il fatto che parlassero un buon italiano, ma d'altronde provenivano in maggior parte da studi classici e frequentavano facoltà umanistiche.

Solo uno stava un po' fuori da questo cliché, portava anche lui gli occhiali, d'accordo, ma non con montatura di metallo sottile come la maggioranza degli altri, quello che non mi tornava erano piuttosto l'abbigliamento e la lunghezza dei capelli. A tracolla portava una di quelle borse di panno militare verde che si compravano al mercatino di Livorno e alcuni Lp sotto il braccio. Mi aspettavo tirasse fuori dalla borsa qualche copia di Re Nudo o di qualche altra rivista underground, cosa che non fece, e allora gli chiesi qualcosa dei dischi che aveva. Molto gentile e curioso mi rispose, mi disse qualcosa riguardo una commissione culturale o musicale o forse le due cose insieme e io devo avergli risposto:
- Sì mi interessa la musica, suono ogni tanto con un amico, va bene, ci possiamo 
vedere.

Ci rivedemmo, l'amico che portai con me era Giovanni, lui invece era Giambo, e così vi ho appena riassunto la nascita di uno dei più importanti sodalizi di musica militante della nostra provincia - si scherza, ovviamente, ma fino a un certo punto - il Collettivo Musicale Roberto Franceschi, dal nome dello studente del Movimento Studentesco ucciso dalla Polizia, a Milano nel gennaio di quell'anno.
Ovviamente non è mia intenzione raccontare ulteriormente le gesta del Collettivo, è una storia che esula in parte da quello che vorrei spiegare, però ammetto che ebbe un'importanza fondamentale nel farmi rimanere all'interno dell'organizzazione.

Frequentare gli universitari del MS mi fece conoscere un po' di cose, la storia dell'Italia dal dopoguerra, la critica letteraria, l'impegno per la Medicina del lavoro ma, soprattutto, in quanto militante, mi permise di partecipare alle Riunioni Intergruppi (credo si dicesse così ), gli incontri tra i diversi gruppi della sinistra extraparlamentare che di solito si svolgevano prima di manifestazioni o altre iniziative.

Il 1974, per me l'anno dell'esame di maturità, mi vide piuttosto impegnato in assemblee, occupazioni, riunioni coi sindacati, l'impegno per la grande campagna per il referendum sul Divorzio, che aprì una stagione di grandi conquiste di libertà nel nostro paese, fino ad allora considerato piuttosto retrivo, poco laico, quasi che i cambiamenti non facessero parte delle sue possibilità.

Finito il Liceo, andato a studiare a Bologna, finito anche il Movimento Studentesco, che si era spaccato e trasformato in altra cosa, nel Movimento dei Lavoratori per il Socialismo. In quel momento la mia breve parentesi di militante di organizzazione marxista-leninista terminava, ma il richiamo della parola Movimento si fece di nuovo sentire, come una sirena, nella nebbia dell'autunno bolognese.
Vidi il manifesto in piazza Aldrovandi, vicino al mercatino di frutta e verdura. Assemblea per una Radio di Movimento.
La radio diventerà Radio Alice, quello che ci girava intorno incominciò ad appassionarmi, la rivista A/traverso, il Linguaggio come punto  dove si gioca  il senso del cambiamento e della definizione del Potere, il vissuto quotidiano quale sede della trasformazione personale e collettiva, non più partiti ma i piccoli gruppi di compagni che condividono case, progetti, arte, viaggi e cercano di portare al centro il superamento del lavoro salariato, da attuarsi quanto prima, anche nel presente.

Ero ritornato ad essere un cane sciolto e di nuovo nel bel pieno del fascino di Madama Utopia, scoprendo come anche l’Ironia possa essere un'arma terribile per spiazzare il Potere e per non prendersi troppo sul serio, credo la nostra fosse un’utopia autoironica.
Cominciò così un triennio che di sicuro deve aver segnato la mia vita, non chiedetemi se nel bene o nel suo contrario, ma tutto ciò che era iniziato nell'autunno del 1969, ahimè, lo dico per me stesso, terminò a inizio autunno del '77 dopo il Convegno contro la Repressione, che si tenne a Bologna alla fine di settembre, quando decine di migliaia di giovani, per lo più cani sciolti, invasero la città.

La rivista A/ traverso scelse quale titolo di un numero uscito per l’occasione la frase ‘per Non prendere il Potere‘ mentre un altro foglio, sempre ricollegabile al movimento bolognese, dichiarava ‘la Rivoluzione è finita Abbiamo vinto‘.
 
Ora, tornando a quel pomeriggio grigio di metà aprile mentre attendevo il mio turno per entrare in un banale supermercato, controllato da vigilantes che si davano un sacco di arie e rendevano perfettamente l’idea di quali inquietanti pieghe possa prendere il futuro, ascoltando il finale della canzone “non ce la fanno a delegare, se non si sentono coinvolti / son troppo allergici al Potere i cani sciolti“ mi son detto: 
"Devo cantarla anch'io prima o poi" 
e intanto mi tornavano in mente un po' di cose, e ho pensato anche che, in fondo, le rivoluzioni, come ogni cosa di questo mondo, 
finiscono ma prima o poi potrebbero ricominciare.

Bene, vediamo di vincere anche la prossima.






Commenti

  1. Senza nessuna rappresentanza, siamo ora tutti 'cani sciolti', qualcuno da anni, qualcuno da sempre. "Chi fa da sé, fa anche per te.". Anche nel male, però.

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