68 e dintorni Un ricordo di Aldo Rescio


Attilia Brusone

Ho conosciuto Aldo Rescio e la sua libreria nel 1967, l'ultimo anno al liceo classico Costa. Ed è stato un momento decisivo per la formazione del mio stile di vita, seguito all'incontro con la grande letteratura europea di cui sono debitrice alla professoressa Giuliana Neri.

Aldo mi ha avviato alla saggistica, linguistica, logica, antropologia, sociologia e psicanalisi, che sono così entrate nel mio bagaglio.

Dopo il conseguimento della laurea in filosofia e la partecipazione attiva al movimento del '68, per niente attratta dalla possibilità di proseguire nell'ambito accademico, sono stata invitata a partecipare a incontri settimanali che si tenevano nella libreria.

Da questi incontri nasceranno, prima, il Collettivo di psicanalisi e, successivamente, la Scuola psicanalitica freudiana.

In quel periodo stavo rileggendo il saggio di Freud Il disagio della civiltà, liquidato negli anni precedenti come reazionario. Ma l’esperienza politica mi aveva portato a pensare che la critica al marxismo, proposta in quel testo, era degna di considerazione.

Gli sforzi tesi a combattere le diseguaglianze della condizione economica e ciò che da essa deriva non sono in discussione, ma occorre considerare fattori originari che hanno già avuto parte nell'instaurazione dei rapporti economici stessi. Si tratta, per Freud, della pulsione di autoconservazione, dell'aggressività, del bisogno d'amore e dell'anelito a ottenere piacere ed evitare dispiacere. È un qualcosa che, tenendo conto dell'opera freudiana nel suo complesso non è riducibile all'economico. Non lo sono né il bisogno d’illusioni né la suggestione rispetto a ciò che promette protezione nelle alterne vicende della vita assicurando la felicità come premio. E neppure, infine, il bisogno di autorità e di quel sentimento irriducibile a qualsivoglia spiegazione oggettivante che è il senso di colpa inconscio.

Da non sottovalutare, inoltre, ciò che Freud ha chiamato: narcisismo delle piccole differenze. Oggi riproporrei questi temi alla luce di come ho fatto mia l'elaborazione di Aldo, ma non è qui il caso.

In sintesi, Aldo ha pensato l'uomo come quell'essere che si è trovato costretto a prendere coscienza del suo essere consegnato alla morte. Un essere che deve subire i contraccolpi della finitudine, dell'abbandono, dell'indifferenza dell'essere rispetto alle sue più urgenti esigenze; se è vero che nessun fine, disegno, intenzione o volontà presiedono al tutto.

E soprattutto non ha mai smesso di pensare alle conseguenze del ripudio, da parte dell'uomo, della sua stessa condizione, fonte del risentimento umano e della violenza sempre soggiacente. Ha continuato a pensare che occorresse dare peso a come non se ne vuole sapere di assumersi l'inquietudine che comporta venire al mondo come "il mortale".

Nel 1975 dagli incontri settimanali nella libreria nasce, appunto, l'avventura del Collettivo freudiano; unica condizione richiesta da Aldo per parteciparvi quella di scrivere un breve testo su un tema liberamente scelto. Roberto Bugliani, Fabrizio Buia, Marco Danesi, Roberto Marruzzo, Alfredo Rossi, Alberto Zino vi aderirono, e mi scuso di eventuali dimenticanze. Ricordo altri volti ma non sono sicura sulla consegna dello scritto in questione.

Dal Collettivo, le cui riunioni si tennero per un certo tempo nella sede dell’Arci-Uisp in via Paleocapa, nasce nel 1980 la Scuola di Psicanalisi freudiana.

Dal 1980 fino al 2005, anno della sua morte, Aldo terrà due seminari la settimana, nella sede della Spezia e dal 1985 anche nella sede di Firenze, esponendosi nel commento dei testi da lui privilegiati secondo il suo taglio personale circa la questione umana, e, conseguentemente, circa la particolare sofferenza di cui patiamo.

La Scuola comportava i Seminari, gruppi di lavoro, corsi di studio e giornate di studio intorno all'insegnamento della psicanalisi e alla formazione degli analisti.

Ciò che mi ha spinto a seguirlo, e a rinnovare di volta in volta questa decisione, è stato lo stile della sua proposta. Un ideale di uomo, e contemporaneamente di rapporti umani, non sostenuto da alcuna dottrina, ideologia o fede. Un desiderio, una scommessa di un essere umano rivolto ad altri esseri umani. Nessuna Causa, nessun Noi che ripari l'io nel suo esporsi.

Sul versante del narcisismo, costitutivo dell'io, un gioco per così dire pulito, ossia senza mascherare il godimento a sentirsi sulla scena dietro a motivazioni di ordine superiore; sul versante dell'ideale, una proposta, come desiderio, che non eludeva quanto da tempo la maggioranza degli umani testimonia: la delega della propria vita a uomini, di volta in volta, della provvidenza.

Negli incontri del Collettivo Aldo criticava, appunto, l'io che è un noi, il noi che è un io di hegeliana memoria e metteva in gioco che non desiderava affatto fondare una comunità di castrati. Riteneva l'insegnamento di Freud sul banchetto totemico, e di Lacan sul fallo, qualcosa su cui continuare a pensare.

Già convinta che la rivoluzione cominci dal rapporto dell'uomo con se stesso, ho trovato nel pensiero di Aldo e dei pensatori che mi ha fatto conoscere, unitamente al lavoro dell’analisi, una provocazione a interrogare i fondamenti delle convinzioni che, necessariamente, mi anticipavano.

Considero tuttora questa interrogazione un passo inaggirabile per esprimere la nostra singolare posizione rispetto ai diversi ambiti dell'umana esperienza e per non seguire acriticamente il giudizio di altri. L’ipse dixit, infatti, si produce e riproduce, quasi mai esplicitato, in pensieri che se ne credono liberi.

In questo senso il lavoro del Seminario è stato esemplare. Ciascuno aveva la possibilità di seguire l’autore nel suo scritto e il relativo commento di Aldo, e farsi via via una propria idea su cosa considerare psicanalisi e analisi. Tutt'altro che identificarsi acriticamente con il dire del guru di volta in volta sulla scena.

Nell'assemblea del 2000, che ha segnato lo scioglimento della Scuola per come si era costituita, Aldo ancora una volta si era trovato a ribadire che considerava il patrimonio della psicanalisi un patrimonio inaggirabile e tuttavia il suo voleva essere un apporto critico nei confronti di questo stesso patrimonio.

Il patrimonio in questione non "gli bastava". Ed ha articolato questo "non mi basta" in tutti gli aspetti del suo lavoro.

Soprattutto ha sostenuto che per avere un minimo di distanza critica nei confronti della psicanalisi, come di qualsiasi altra azione umana, occorre fare i conti con il sistema ideazionale dominante almeno da 2500 anni. Pertanto occorre fare i conti con la questione dell'essere che non va senza l'essere umano. E nel pensiero di Aldo ciò ha a che fare con la nozione di difesa, di cui siamo essenzialmente debitori a Freud là dove connota l'io in quanto istanza difensiva. Conseguentemente con la questione del sintomo.

Non può esserci posizione critica senza che questo implichi una critica radicale del principio di causalità che è l'asse portante del nostro modo di pensare, una critica altresì radicale di ogni onto-teo-logia, non ultima la necessità di non liquidare illuministicamente la religione per ascoltare l'orrore, rigettato, dell'essere umano nei confronti della morte.

Il desiderio di Aldo di mantenere viva la psicanalisi, nonostante la consapevolezza del livello di alienazione raggiunto dallo sviluppo del modo di produzione e riproduzione capitalistico, necessitava la non elusione di questi aspetti.

Va da sé che su questi punti e sulla loro articolazione si trattava di prendere posizione articolando il proprio pensiero. Condizione necessaria per capire se c'è o non c'è effettivo accordo e quindi se si può o no lavorare insieme. E chi sa perché su una condizione così semplice è così difficile capirsi...

Mi ha commosso come nel corso di quell’assemblea Aldo abbia riaffermato di come avrebbe continuato a dire la sua finché ne avesse avuto le forze, poiché già aveva pagato un grande prezzo quando aveva dovuto rinunciare al suo ideale politico non trovando le condizioni per esprimerlo e il grande prezzo che gli era stato fatto pagare dai "compagni", perché allontanarsi da un gruppo extraparlamentare era allora: tradimento.

Per quanto mi riguarda, non vedo come si possa parlare, con il pudore necessario, dell'amore, della gioia, della solidarietà, nonché di tutti i sentimenti cui attribuiamo il massimo valore, qualora si continui a delegare l'esistenza e a stordirsi.

Insomma, per me, la Scuola ha avuto anche il senso di farmi continuare a occuparmi di politica nel senso più autentico della parola.

Del resto Aldo ha sempre dichiarato che non vedeva come un essere umano potesse prendersi cura di un altro essere umano qualora si trovasse anticipato dall'accettazione della violenza e dell'ingiustizia che domina i rapporti umani, ma che, d'altra parte, le spiegazioni oggettivanti sostengono ogni sorta di dogmatismo e, per ciò, ripropongono la violenza che vorrebbero eliminare o ridurre.

Infine, non posso fare a meno di attribuire un valore politico al fatto che, coerentemente rispetto alla sua elaborazione, Aldo abbia fondato una scuola di psicanalisi la cui scommessa consisteva nel formare analisti, compagni di viaggio che avvertissero il desiderio di un’interrogazione radicale intorno al sapere e, altresì, avvertissero il desiderio di confrontarsi con la domanda/esigenza di fondamento in cui consistiamo. Ben consapevole che il desiderio non s’insegna.

La storia della Scuola è la storia di questo tentativo, delle resistenze, nonché dei sabotaggi cui è andato incontro e non può essere articolata in questa sede, ovviamente.

Ma mi preme evidenziare che, per me, aderire ai criteri istituzionali della formazione e rinunciare a una battaglia che rimandi la responsabilità della formazione a ogni singola scuola comporta necessariamente essere complici di ciò che viene denunciato, con indubbie capacità discorsive, come imperante assimilazione conformistica.





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