Conversazione con gli ex allievi dell’Arsenale
N: Mi chiamo Natalino Alberti,
nella mia famiglia sia la madre sia il padre erano di origini contadine. Mio
padre era poliomielitico e quindi ha fatto il ciabattino. A quei tempi non
erano molte le scelte. Poi, grazie alla sua vitalità, nonostante questo
handicap, s’è messo a fare commercio, ha preso altre strade. Io ho fatto
l’avviamento industriale. Poi sono andato a lavorare per un anno, ma s’è
presentata l’occasione d’andare a lavorare in Arsenale. Ho fatto la domanda
alla Scuola Allievi Operai, sono stato preso e ho fatto questi tre anni. Non
avevo alle spalle una formazione politica. Mio padre non era del PCI. Avevamo
posizioni libertarie e i miei genitori mi hanno trasmesso l’indipendenza, il
senso della giustizia e del rispetto dei diritti. Mi sono sempre rapportato con
gli altri deprecando ogni sopraffazione. Politicamente, non sono mai stato un
iscritto. La prima volta ho votato PSIUP. Tornando alla mia storia, dopo i tre
anni in Arsenale ci annunciarono che non potevamo essere assunti perché una
legge dello stato impediva in quel momento di assumere. Assumevano il cinquanta
per cento di persone dall’esterno perciò noi eravamo esclusi. Io, come gli
altri miei amici, l’ho subita come una grande ingiustizia. Nonostante fossimo
in un ambiente militare, anzi, a maggior ragione, rafforzavamo le nostre
convinzioni in una società ideale più libera e senza oppressioni. Anche se
eravamo civili e non militari, ci controllavano il taglio dei capelli. A quei
tempi usavano i capelli lunghi e dietro, anziché come i militari, che portavano
la sfumatura alta, il taglio dritto. Questo taglio dritto ci veniva contestato.
Un giorno un gruppo di ragazzi, per protesta, si presentò con la testa rapata a
zero. Questa fu un’azione abbastanza forte in quell’ambiente militare.
All’ultimo giorno del corso, sentimmo tutti l’ingiustizia della mancata
assunzione e ci recammo, tutti questi settantacinque, al sindacato CISL. A quel
tempo, nell’Arsenale, c’era solo la CISL. Purtroppo non c’erano altre scelte.
Chi faceva propaganda politica di sinistra poteva venire escluso o sospeso.
Tutti quanti siamo andati in questa piccola sede, all’ultimo piano di una
palazzina dove c’era una stanzetta molto piccola. Stavamo tutti nel corridoio,
siamo andati a protestare, a chiedere che ci tutelassero, che ci rendessero
giustizia. A seguito di questo, tennero maggiormente d’occhio i più decisi, tra
i quali c’ero anch’io. Abbiamo organizzato manifestazioni fuori, un incontro
all’Unione Fraterna con i sindacati per avere chiarimenti. Ci fu l’abbandono da
parte dei sindacati perché questi furono attaccati. Si erano presentati a
quella riunione degli studenti universitari. C’erano già i primi fermenti prima
del sessantotto. Si era nel ’66. Comunque, presero me e un altro come delegati
e ci portarono a Montecitorio, a spese della CISL, per parlare con Cagliati,
che era allora il presidente della commissione Difesa. Fummo presentati dal sen.
Spora. Ci raccontarono due storielle, eravamo giovani… accettammo quanto ci
dissero e lì finì tutto. Dopo di questo, lavorai per un’azienda che operava nel
settore navale e perciò vissi quegli anni di grande fermento, durante i quali i
sindacati cominciarono a fare le prime lotte insieme. Prima di allora facevano
lotte e trattative separate. Ricordo benissimo che, mentre eravamo a bordo a
lavorare, un sindacato, spesso la CGIL, dichiarava l’inizio dello sciopero e
non tutti scendevano, ci domandavamo se era giusto scendere o no, se era giusto
prima finire il lavoro e dopo fare lo sciopero. Era un embrione di quello che
poi sarebbe stato. Gli impiegati, regolarmente, non uscivano. Venivano
prelevati dagli operai che li facevano uscire dagli uffici. C’erano anche i
blocchi stradali ai quali partecipavano anche gli studenti universitari che
venivano allontanati dai sindacati. C’erano discussioni forti nonostante
l’obiettivo fosse comune. La CGIL voleva portare avanti i propri obiettivi in
maniera controllata e non spontanea come invece era la partecipazione degli
studenti ai cortei.
Si parla di fabbrica-carcere, fabbrica-caserma, tu sentivi su di te e
sui tuoi compagni l’oppressione e il controllo dei capi e, più in generale,
dell’organizzazione del lavoro?
N: Sì. A quei tempi,
regolarmente, si lavorava dieci ore al giorno, si lavorava di sabato e qualche
volta la domenica mattina. Erano straordinari… Se volevi uscire qualche ora
prima, dovevi chiedere la cortesia al capo che a volte la concedeva, a volte
no, e faceva pesare questa situazione in maniera molto forte. Erano tempi in
cui si facevano normalmente quarantotto ore settimanali obbligatorie ma in
realtà se ne facevano un’infinità. Se una domenica mattina non volevi venire a
lavorare e dicevi di no, nasceva il problema e ti dovevi scontrare.
Mi dissero che ci fu una protesta davanti al Municipio di Spezia da
parte degli allievi operai dell’Arsenale…
N: Nacque tutto quel giorno in
cui facemmo quella riunione all’Unione Fraterna. I sindacati ci abbandonarono e
noi uscimmo in strada, la sera stessa, e andammo nella piazza del Comune a
protestare: c’era la Polizia, con la tromba, che attaccava e ci disperdemmo per
ritrovarci in un altro punto. Acceso dal momento, io proposi di andarcene tutti
quanti in marcia a Roma per dire: “Abbiamo bisogno. Vogliamo il lavoro”, come
adesso dovrebbero fare i giovani. Mi ricordo che scrissi un articolo che
pubblicarono sulla Nazione: “L’accorato appello di un allievo operaio”. Vi
lamentavo le condizioni di OTO Melara, Termomeccanica Italiana, ecc. a Spezia mentre
anche noi venivamo lasciati a casa. Per questi motivi reclamavamo il lavoro ed
io avrei voluto fare una marcia verso Roma – è brutto dirlo così – per dare
visibilità alla nostra richiesta. Un conto era comparire su un giornale locale,
un altro sarebbe stato quello di andare a piedi a Roma e fare propaganda strada
facendo, per tutte le località toccate, della protesta di questi giovani
operai.
Quindi la Polizia caricò?
N: La Polizia ha caricato ma eravamo
stanchi, ci siamo un po’ dispersi. Si parla del ’66, eh! Quindi, non c’era
ancora…
G: Diciamo che siamo scappati…
N: Non c’era ancora quella
forza del ’68, quella per cui in piazza scendevano tutti. Era un embrione.
Però, noi, giovani, diciottenni, di là dall’appartenenza politica, sentivamo il
bisogno del cambiamento, di ribellarci al potere costituito.
Anche in altri paesi, come ad esempio in Francia, in fabbrica quelli
che hanno iniziato il movimento del ’68 sono stati proprio i giovani. Puoi
confermare che c’era una diversità tra le leve giovanili della fabbrica e le
leve più mature, adulte, che invece erano più fedeli al sindacato o ai partiti
e che quindi rispettavano un cordone sanitario rispetto alle iniziative che
partivano dalle avanguardie più giovani?
N: Confermo, tant’è vero che,
quando c’erano le riunioni di tutti gli operai in questi capannoni, i più
anziani erano quelli che calmavano gli animi mentre i più giovani erano quelli
che davano vita alla protesta.
Quando qualcosa è cambiato a favore della classe operaia in termini di
risultati non solo di salario ma anche normativi?
N: Qui Giuliano potrebbe dire
qualcosa di più. Secondo me quando il sindacato portò avanti unito le sue
rivendicazioni in modo forte e deciso, pur nelle differenze.
G: Il sindacato è diventato
forte, parlo degli anni settanta, quando è uscito sul territorio, io ero a
Napoli, allora, perciò parlo per quella città. Quando il sindacato non s’è
occupato solo della fabbrica, ma anche dell’ambiente esterno, è riuscito a
coinvolgere gli occupati, i disoccupati, i lavoratori, e tutti quelli che
vivevano nell’ambiente esterno alle fabbriche, che si ammalavano anche loro di
amianto. Questo è un mio dato. Mi presento, sono Giuliano Olivieri, in quegli
anni ne avevo venti. Ho fatto l’allievo operaio dal ’63 al ‘66, dove ho fatto
il capoclasse. Sono stato destituito proprio perché non rispettavo le regole
che volevano i militari. Mio padre era capo operaio in Arsenale e mia madre era
casalinga. Vivevamo a Riomaggiore e si lavorava la terra. Siccome a Riomaggiore
non c’erano le scuole, fui mandato a Spezia a studiare, stavo da mio zio
Franco. Franco Olivieri era comunista, a quel tempo era uno del PSIUP. Mi
ricordo che, già in seconda elementare, avevo letto tutti i Quaderni dal carcere di Antonio
Gramsci che Franco ci leggeva tutte le sere. Ci leggeva tutti i trattati
comunisti e ci portava alle riunioni. Da lì in poi risentii della rigidità del
partito. Franco ha sposato la mamma di Oretta, Vera. Ho vissuto con loro questo
tipo d’esperienza. Quando ritornavo a casa, mio padre, che era dipendente
dell'Arsenale, repubblicano o socialista, era contro queste idee. Mi ricordo
che, dopo le medie, andai al Classico ma mi ritirai perché mi resi conto che
sarebbe stato un aggravio troppo grosso per la mia famiglia. Me ne andai
all’Istituto Tecnico per periti ma smisi ben presto perché si presentò
l’occasione per entrare nella Scuola Allievi Operai dell’Arsenale. C’era
bisogno di lavorare. Lì era tutto molto militaresco, eravamo strettamente
inquadrati. Il capoclasse non doveva fare le pulizie ma doveva segnare i Buoni
e i Cattivi. Io non rientravo in quest’ottica. Eravamo il primo corso della
Scuola Allievi Operai e l’edificio non esisteva ancora perciò passammo
quell’estate a zappare il terreno dove sarebbe stato costruito. E’ servito
perché ci ha forgiato. Tutta la scuola m’è servita. Facevo
l’elettronico-elettromeccanico e questa specializzazione l’ho spesa nei lavori
futuri. Quando sento parlare che oggi la scuola dell’Arsenale non è capace di
dare una formazione adeguata, una qualifica, un mestiere, ai suoi allievi, mi
meraviglio e ne soffro perché a quel tempo ho avuto invece a che fare con capi
operai preparati, molto bravi. Quando, infine, ci estromisero, sentimmo
profondamente l’ingiustizia. C’erano anche molti che venivano da fuori città,
il lavoro era un bisogno necessario e l’Arsenale era importantissimo per
l’economia. Per noi sarebbe stato una panacea. Io crebbi ancor più nella scelta
a sinistra e m’iscrissi nuovamente a scuola, dove incontrai i fermenti del ’68
e aderii al Movimento Studentesco e al Movimento Lavoratori per il Socialismo
(MLS), quando cambiò nome. Frequentai pure Lotta Continua, dove ebbi modo di
conoscere Sofri e tutti gli altri, e Il Manifesto, dove conobbi la Castellina,
Magri e persino Valpreda. Andai poi a lavorare a Genova Sestri Ponente, dove fu
ucciso Guido Rossa. Furono momenti tragici. Abbandonando Spezia ho aperto i
miei orizzonti. A Genova, a Pisa, c’era più fermento e i lavoratori, usciti
dalle fabbriche per aprirsi al territorio, presero coscienza dell’ambiente e
dei problemi della salute, che, riportati nella fabbrica, fecero loro prendere
atto dell’assurdità di vendere la salute o la vita per il salario. Il diritto
alla salute o il diritto alla vita non si vendono. Invece, ancora oggi, uno va
a lavorare e muore oppure resta paralizzato. Non è possibile, per lavorare,
rischiare di ammalarsi. Io sono stato anche all’Italsider di Taranto. È
drammatico. È terribile. Avere un posto di lavoro e morirci non va bene.
Purtroppo il sindacato l’ha capito in quegli anni ma poi c’è stato un
arretramento. Tornando a me, dopo la contestazione dell’Arsenale, sono tornato
a Riomaggiore a occuparmi della terra dei miei genitori, a fare il manovale con
i muratori Ho lavorato in una ditta a Spezia dove lavoravo dodici-sedici ore.
Non sapevo neanche come tornare a casa. Questo padrone trattava gli operai come
pezze da piedi. A me, giovane, faceva fare i lavori più umili. È stata una
bruttissima esperienza perché mio padre mi diceva: “Bisogna prima imparare… ”.
Ed io mi dicevo: “Imparare cosa? Io non posso subire tutta la vita.”. Ho
preferito andarmene via, insomma. Poi ho avuto la fortuna di andare a Milano.
Sono entrato in SNAM. Da quel momento sono andato sempre in giro, prima a fare
i corsi a Ravenna, poi in tutta Italia. Un particolare: ero da pochi giorni a
Ravenna, eravamo una trentina a fare i corsi di teoria e pratica, e vennero tre
poliziotti che senza dirmi niente mi portarono via, prima a Milano, per
quarantotto ore. Era per via della morte di Calabresi. Il carabiniere di
Riomaggiore aveva segnalato che io già da dieci-quindici giorni non ero più in
paese. Io ero al corso a Ravenna, difatti. Il mio avvocato fece il suo lavoro e
mi tirò fuori completamente scagionato. È stato comunque un atto indecoroso,
tanto più che al mio paese furono denunciati pure altri due. Eravamo tutti e
tre di Lotta Continua. A Genova, invece, ricordo che avevamo contatti con i
medici universitari per la Medicina del Lavoro e cominciammo a parlare della
scolarizzazione dei lavoratori per dar loro gli strumenti per affrontare una
nuova organizzazione del lavoro che tenesse conto delle problematiche della
salute in fabbrica. Come già diceva Don Lorenzo Milani alla Scuola di Barbiana,
ci vuole un’istruzione per meglio difendersi sul lavoro, nella società, senza
subire tutto. Così a Genova è nato il seminario delle 150 ore su Ambiente di
Lavoro e Salute. A Napoli, in SNAM, eravamo due soli iscritti alla CGIL su
duecento lavoratori, uno stava andando in pensione ed io mi ero appena
iscritto. Dopo poco, sono stato eletto delegato in RSU e ho fatto il RLS, il
responsabile dei lavoratori per la sicurezza. Ho sempre avuto la tessera del
sindacato ma non ho mai voluto fare il distaccato sindacale. Poiché ho sempre
pensato che la Sicurezza sul lavoro fosse molto importante, ho cercato di
affrontare il mio incarico nel migliore dei modi. Non ho diretto i miei sforzi
soltanto all’ambiente di lavoro in senso stretto ma li ho estesi all’ambiente
esterno all’impianto, cercando alleanze con chi si occupava della lotta
all’inquinamento nel territorio, medici, tecnici. In fabbrica veniva pagato il
rischio e molti, per guadagnare di più, accettavano lavorazioni con rischi maggiori.
Mi sentivo dire dai miei compagni che io, che ero giovane e senza famiglia,
potevo prendermi il lusso di rifiutare i lavori nocivi ma che loro, con una
famiglia, dovevano cercare di guadagnare di più. Erano molto difficili quegli
anni, ma li vivevamo con grande impegno. Ci fermavamo la sera a leggere insieme
“Lettera a una professoressa”, “L’obbedienza non è più una virtù”, i primi
dodici-quindici articoli dalla Costituzione Italiana e lo Statuto dei
Lavoratori, che era del 1970. Io ho avuto un’esperienza con i lavoratori di
Napoli che a malapena parlavano l’italiano e però erano affascinati da questo
sistema nuovo di fare sindacato: non c’era più il sindacalista che veniva da
fuori a dare ordini e magari faceva poi accordi sottobanco con i padroni ma
c’eravamo noi, aperti, e ciascuno poteva raccontare la propria storia.
Hai fatto parte anche tu, a Genova, del seminario delle 150 ore sulla
Salute in fabbrica insieme con gli studenti, i medici, i professori della
facoltà di Medicina e Chirurgia?
G: Direttamente, no. Ho potuto
però costatare che c’era un enorme divario iniziale di conoscenze tra i
lavoratori e gli addetti ai lavori. La fortuna è stata che in seguito i medici
che parteciparono a questo seminario ebbero nuovi incontri con noi.
P: Mi presento: sono Paolo
Luporini. Io, da studente di Medicina e Chirurgia a Genova, ho avuto la fortuna
di partecipare a quel seminario. Ci sono state molte occasioni di confronto con
i lavoratori e con i medici e, come studente, ho imparato tantissimo. Tante
cose mi sono servite poi quando in fabbrica ci sono entrato io davvero, come
operaio. Una cosa fondamentale che ho imparato è stata che, di là da quelle che
sono riconosciute come malattie professionali, c’è un criterio essenziale che
bisogna tenere, che la salute in fabbrica è anche una cosa soggettiva. Se c’è
una condizione che è nociva l’operaio la sente per primo sulla propria persona.
Quando condivide la propria esperienza con gli altri operai nelle assemblee o
nel gruppo omogeneo o nelle commissioni di lavoro sulla salute e la sicurezza,
può fare delle richieste, anche se queste condizioni potenzialmente nocive non
sono ufficialmente riconosciute. Così è stato per l’amianto, che fino a non
molti anni fa era considerato un elemento non tossico e che è poi stato
dimostrato essere l’agente eziogeno del mesotelioma, della broncopatia
polmonare cronica ostruttiva, dell’asbestosi polmonare e di altri tumori.
Dopodiché è stato progressivamente eliminato ma non ancora del tutto e molti
continuano ad ammalarsi e a morire. Nell’ambiente esterno questo processo è
molto più lento.
G: L’esperienza con i medici
che ci hanno insegnato queste cose è stata molto importante perché non era
soltanto l’operaio che veniva a contatto con l’amianto ma lo trasportava in
famiglia. Ancora adesso a Taranto nel rione Tamburi, che rimane fuori dalla
fabbrica, ci sono intossicati dall’amianto. Ci sono anche altri veleni. Ho
lavorato anche nelle raffinerie: non serviva neppure indossare la mascherina
perché ci si ammalava lo stesso. Per un brevissimo tempo sono stato alla IP di
La Spezia in trasferta come consulente della SNAM. Fu la prima volta che i
lavoratori ex-Shell, allora IP, nell’82, scesero in piazza. Poi la IP fu
smantellata ma, ancora adesso, nessuno si rende conto di cosa ci fosse nei
fanghi della raffineria, là sotto. Sarebbe importante che i medici che hanno
rilevato quelli che negli anni settanta iniziarono quel lavoro riprendessero le
analisi di quei fanghi e veleni che possono esserci sul territorio,
specialmente a La Spezia e disseminati per tutta la provincia. Vedo con
rammarico che ora, dopo tutto quel lavoro importantissimo di quegli anni,
ognuno si accontenta solo di portarsi a casa quel soldo che secondo me non è
quello che ci paga. Il più delle volte quel soldo l’operaio lo paga con la
salute. E’ un effetto domino: paga l’operaio, il tecnico che ci lavora insieme,
la moglie, i figli – la famiglia deve subire tutta la vita una persona che
rimane ammalata.


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