Inno dei lavoratori
Testo
Libera Parafrasi di Paolo Luporini
Avete seguito le parole di Turati? Vi rendete conto? Quante volte
abbiamo ascoltato il nastro registrato mandato a tutto volume nel corteo del
Primo Maggio, la Festa dei lavoratori diventata ormai la Festa del Sindacato o
la Festa di San Giuseppe lavoratore… La banda la strombazzava e noi non ne
intendevamo le parole. Ci sembrava una musica un po’ roboante d’altri tempi,
che nella nostra idea forse richiamava alla retorica del Lavoro. Se il lavoro
può essere uno strumento di crescita personale individuale o di un team,
nell’attuale sistema di produzione la realtà non è così per tutti. E forse la
minoranza che si riconosce in questo pensiero è solo illusa, se i profitti del
proprio lavoro, del gruppo, vanno ad alimentare il plusvalore. L’alienazione
del lavoro è stata ben descritta e il rimando è a quei testi ma l’esperienza
che vivono tutti è che “La risaia e la miniera ci han fiaccati ad ogni stento
come i bruti d'un armento siam sfruttati dai signor”. Poca differenza fa se
veniamo ripagati dalla società dei consumi, che ci ha dispensato ogni sorta di gadget che possiamo desiderare. La
ricchezza che produciamo resta in mani che non sono le nostre. “L'esecrato
capitale nelle macchine ci schiaccia, l'altrui solco queste braccia son dannate
a fecondar.”
Perciò il Lavoro che arricchisce un padrone non è mai bello, persino se
abbiamo l’illusione che ci gratifichi. L’inno di Turati sostiene che la massa
del lavoro è una forza che può rovesciare questo ordine di cose, se unita e
decisa. Oggi manca tutto questo. Le rivendicazioni sono state delegate alla
contrattazione che è diventata concertazione e così ora si trovano dall’altra parte coloro che ci avrebbero dovuto
difendere. “Maledetto chi gavazza nell'ebbrezza dei festini, fin che i giorni
un uom trascini senza pane e senza amor”.
Il punto è che noi vogliamo IL PANE E LE ROSE.
“Ogni cosa è sudor nostro, noi disfar, rifar possiamo; la consegna sia:
sorgiamo troppo lungo fu il dolor”. Queste sono le parole vere dell’inno dei
lavoratori. Non è assurdo che vengano cantate nel giorno della Festa dei Sindacati? “Maledetto
chi non geme dello scempio dei fratelli, chi di pace ne favelli sotto il pié
dell'oppressor”. Vi rendete conto? C’è da vergognarsi a trasmetterla, ad
ascoltarla indifferenti. La strumentalizzazione è arrivata a questo punto.
L’inno dei lavoratori viene “usato” come anestetico per le lotte sociali.
Sono moltissimi anni che al corteo del Primo Maggio non vado più. Non
lo reggo, tutto questo. Le facce che v’incontravo o mi facevano pena o
disgusto. Non biasimatemi se godo che questo corteo quest’anno non si faccia,
né quel pietoso Concerto del Primo Maggio in Piazza San Giovanni a Roma che
cercava di blandire i giovani, esclusi dal salario, con “i ludi” e “i circenses” al pari degli imperatori
romani che gestivano così il loro potere assoluto. Di questo oggi si tratta: un
potere assoluto del capitale, di quell’1% di famiglie straricche italiane e di
quel capitale finanziario multinazionale che detiene il potere dell’economia e
quindi della politica, della cultura, dell’informazione e, così facendo, è
padrone delle nostre vite. Noi, schiavi, moriamo di un virus per le loro scelte
economiche che hanno pervaso perfino la Sanità smantellando di fatto il welfare e impedendoci le cure che
sarebbero la nostra unica speranza di sopravvivenza. Non ci sono le condizioni
per incitare chi legge o per la prima volta ascolta bene queste parole. Men che
meno viene da usare la parola “Orsù!”. Chi però apre gli occhi dopo tanto
sonno, voglia considerare che “cogli ignavi e coi protervi il transigere è
viltà”.
L'Inno dei lavoratori fu cantato per la prima volta nella primavera del 1886 a Milano nel corso di una manifestazione del Partito operaio italiano (Poi). Il Poi lo adottò come proprio inno ufficiale. Il Poi fu una formazione caratterizzata da una spiccata identità operaia, da una forte propensione all'economicismo e da una certa chiusura settaria nei confronti degli "intellettuali". Il suo merito storico fu quello di essere il primo tentativo di costruire un'organizzazione di classe affrancata dall'egemonia della sinistra radical- borghese. Non a caso, infatti, si attirò accuse pesanti da parte di Felice Cavallotti. Pochi mesi dopo, nell'estate del 1886, con un decreto della Prefettura di Milano, il Poi venne messo al bando in quanto "associazione di malfattori". e i suoi dirigenti vennero arrestati. Il giornale del partito, "Il fascio operaio", venne soppresso e il canto dell'Inno dei lavoratori fu proibito. http://www.archiviodistatobologna.it/it/bologna/attivit%C3%A0/mostre-eventi/al-saluto-maggio-nascente/2-1894-%C2%ABil-riscatto-lavoro-dei-suoi-figli
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