Intervista a Elvira Taverna
R: Direi più che altro… La famiglia era di sinistra, mio
nonno era un socialista che i fascisti picchiarono nel ’23. Mio padre era
comunista, anche se non s’iscrisse mai perché era contrario alle tessere.
Lavorava al Muggiano e quando non fecero più entrare gli operai comunisti in
Arsenale era tra gli indesiderati. Tutta la famiglia, lo zio, le zie, erano
comunisti. Mia madre era indifferente ma mia nonna era cattolica e perciò il
lato cattolico della mia educazione viene da lì: c’è anche quest’aspetto… che
in quegli anni del ’68 non veniva fuori ma un po’ c’era. Da giovanissima non
m’interessavo; anch’io ero indifferente. Ho finito il liceo nel ’65…non c’era
tanta attività o perlomeno io non la vedevo. Nel ’68 ero a Pisa e facevo la
pendolare. Perciò non ho avuto mai rapporti con la Sinistra di Spezia, sino al
’71 quando sono entrata nella Lega dei Comunisti. Nel ’68 e nel ’69 a Pisa
c’erano le manifestazioni, assemblee, riunioni, ma io spesso dovevo riprendere
il treno e non potevo partecipare. Si sentiva un’atmosfera cambiata. Ero già
vicina alla scelta di Sinistra ma, mi ricordo, il 25 aprile del ’71
partecipammo, mia sorella ed io, con altri amici, alla manifestazione che partì
da Piazza Brin e la Lega era fuori dal corteo, compreso Franco Pisano, perché
loro non erano d’accordo sulle parole d’ordine del corteo, perciò stavano a
guardare. Finita la manifestazione, mia sorella Gianna, che era ancora nella
Lega, mi ha portato nella loro sede dove stavano leggendo “I dannati della
terra” di Frantz Fanon. Mi dettero un’impressione di un gruppo d’intellettuali.
Nel ’71 stavo per laurearmi. Il primo maggio c’eravamo tutti. Mi sono messa con
Franco. È vero che non si dovrebbe neanche dire, ma in quegli anni le scelte
andavano anche un po’ in quel modo. Stavi con una persona e il gruppo lo
sceglievi in base a un’amicizia o anche per un rapporto. Poi ci sono anche
rimasta. Gli studi marxisti non è che li avessi, ma ho fatto anche presto a
mettermi in pari. Ho letto tante cose di Marx, non Il Capitale. Stare in quel
gruppo mi è servito per ampliare la mia cultura e per scegliere di lottare per
la questione femminile. C’era Rescio, questo gruppo di librai e intellettuali.
Ho cominciato a interessarmi di Antropologia e altro, tutte cose che poi mi
sono servite per studiare la Questione femminile, con la “Q” maiuscola,
anche se prima non ci avevo mai pensato molto. Mio padre era molto geloso di
noi figlie femmine, tant’è vero che non sono mai stata allevata per fare la
mamma o la moglie, come poi ho dimostrato nei fatti. Papà ci teneva che io studiassi,
cosa che io ho fatto, non sentendomi mai discriminata in quanto donna che
avrebbe dovuto fare la casalinga. Tutto questo ha contribuito a darmi la mia
impostazione.
Come svolgevi il tuo
impegno politico? Si conciliava con gli studi e il lavoro?
R: Gli studi li avevo finiti. Non avevo ancora il lavoro.
Facevo tantissime lezioni. Facevo pure le supplenze perché era un periodo in
cui c’era molto lavoro pure nella scuola: mi chiamavano persino già quando
facevo ancora l’università. I miei impegni li avevo ma trovavo il tempo per la
frequenza della sede. Nella Lega c’era una grande regolarità. Ogni sera alle
18:00, cascasse il mondo, c’era la riunione e si doveva essere tutti presenti.
Non era del tutto obbligatorio, ma io cercavo d’andarci. Poi, la domenica
mattina, c’era l’Assemblea di Sezione, come la Messa. Al linguaggio della
politica non ero abituata e neanche mi piaceva: lo consideravo troppo teorico.
C’è voluto un po’ di tempo per appropriarmene, anche se continuavo a sentirlo
un po’ lontano. Una cosa che non mi piaceva, poiché io ero timida, era dover
intervenire nel dibattito. Ero l’ultima arrivata, ero la più grande. A parte
Franco, erano quasi tutti studenti liceali. Questi che c’erano già erano
abituati, io che sono entrata dopo di loro no. Avranno forse pensato che non
ero molto dotata per la politica, invece non parlavo per timidezza e,
all’inizio, perché mi sentivo ancora inadeguata.
L’iscrizione e la
frequentazione dell’UDI come la vivevi?
R: Conoscevo l’UDI perché si vedevano le donne nelle
manifestazioni sin dal dopoguerra. Per la militanza al suo interno, m’iscrissi,
insieme a poche altre, perché la Lega dei Comunisti aveva scelto di inserirsi
nelle istituzioni, come ad esempio nel sindacato, nella CGIL, anche se ci
mazziavano. A quei tempi c’era ancora il PCI egemone. Pensai io che si doveva
entrare, quindi, nell’UDI. Conoscevo vecchie partigiane che tenevano in piedi
l’UDI, che in quegli anni era un po’ caduta di partecipazione e d’importanza.
C’era quindi spazio. Mi sono iscritta, mi hanno preso a benvolere; la sede era
in via Spallanzani; ho fatto molte cose con loro, come la campagna per il
divorzio. Ero andata a una riunione a Roma, c’erano anche i cattolici del NO.
Attaccavamo i manifesti, insieme alle partigiane del quartiere, che sono morte
da poco, e alla Mina Ornano, molto conosciuta, già anziana allora ma con molta
energia. Una cosa che m’irritava in loro era che si sentivano Unione Donne
ITALIANE e perciò, se succedeva una cosa come la strage dell’Italicus,
invitavano le donne socialdemocratiche, che non c’entravano con me. Loro non
erano di sinistra per niente. Io avevo le chiavi della sede, per dire il grado
di fiducia di cui godevo. Facevo un po’ di segreteria e mi rendevo conto di
come fosse radicata l’UDI. Andavamo nelle campagne a diffondere il giornale, le
donne ci aprivano le porte, ci facevano sedere, ci offrivano le loro cose. Ci
spingevamo sino a Ortonovo. Era molto bello. Non è più radicata in questo modo,
l’UDI. Le cose sono molto cambiate. Dopo le campagne del divorzio e dell’aborto
il PCI ha voluto riprendersi l’egemonia dell’UDI e ha fatto iscrivere e
partecipare molte sue iscritte osservanti. Quest’esperienza è andata scemando
ed è poi finita perché era impossibile battersi contro un partito così. Le
donne che già c’erano erano invece socialiste o anche comuniste ma con
un’apertura mentale maggiore.
C’era qualche altra
tua compagna insieme a te?
R: No, tutto sommato, a parte qualche comparsata, poi non
si era iscritta nessuna. Avevo fatto un discorso, a una riunione nazionale
della Lega dei Comunisti a Lucca, in cui sostenevo di impegnarsi nell’UDI ma
non erano tutti d’accordo…
Potresti parlare del
tuo contributo alla rivista Nuovo Impegno e di quel periodo della tua
militanza?
R: Non era una rivista molto diffusa, non aveva uscite
regolari né frequenti. Passavano mesi da un numero all’altro. Ero stata
nominata nella commissione femminile nazionale della LdC e avevo avuto
l’incarico di elaborare la nostra linea sulla questione femminile e di
presentarla in un articolo sulla nostra rivista. Mi sono preparata leggendo
molti libri sul femminismo dagli albori, è stato impegnativo. Scrissi un altro
testo su Nuovo Impegno che criticava la posizione di Togliatti sulle donne. Lo
leggemmo pure all’UDI, dove c’erano donne del PCI che, pur non essendo
d’accordo, mi riconobbero la competenza sul tema. Scrissi anche altri articoli
che ogni tanto ritrovo per casa, sepolti dal tempo e dai vari traslochi.
Seguivamo la linea marxista-leninista secondo la quale doveva esserci prima la
rivoluzione comunista e poi quella femminile, in un momento in cui imperava il
femminismo, con cui non ho mai avuto rapporti: non mi piaceva. Infatti, un anno
m’inviarono, con la ragazza di Staibano e un’altra compagna, a Verona, dove
trovammo femministe di stampo radicale, combattive, alle quali la nostra
impostazione non andava bene ed erano decise a portare avanti la rivoluzione
contro il maschio e parlavano di sesso. Mi davano l’impressione di parlare di
cose ‘da donne’, a me che non ne ho mai avuta l’impostazione. Io non mi sentivo
inferiore a nessun uomo. Non tolleravo né capivo tutta questa loro cattiveria.
Com’era la condizione
delle donne in quegli anni e delle compagne nei partiti di sinistra?
R: Gli angeli del ciclostile. Era una condizione
abbastanza di secondo piano. Questo luogo comune non apparteneva alla Lega, il
mio gruppo. Io non mi sentivo discriminata, intendiamoci, forse perché ero più
adulta, ma non mi sembra comunque che ci fosse parità. C’erano poi problemi
personali, gelosie. La vicenda di Renato lo dimostra. Le donne erano importanti
e, a volte, creavano problemi di questo tipo. Le compagne erano considerate,
tollerate con benevolenza ma, tutto sommato, non c’era tutto il rispetto che ci
sarebbe dovuto essere. Era anche vero che non erano tante. Erano le ragazze
‘di’. Essere la ragazza ‘di’ era limitante, è fuor di dubbio.
Di quali battaglie
per l’emancipazione femminile vai fiera?
R: Il divorzio. Mi ricordo che mi ero impegnata veramente
tanto e l’aver vinto, per la prima volta, fu una cosa esaltante. Quando vidi la
bandiera rossa esposta alla finestra della sede della Lega dei Comunisti capii
che avevamo vinto e ci fu poi, nella notte, il carosello di macchine e moto per
la via delle città. E’ stato bellissimo. Altrettanto per l’aborto. Senza quelle
due vittorie non saremmo quello che siamo. Oggi però sono molto preoccupata per
le posizioni che vengono avanti.
Cosa vi differenziava
dalle femministe?
R: Non ho mai avuto rapporti con femministe. Non mi
piacevano. Non mi piaceva il modo di rapportarsi… solo tra donne. Ero abituata
a stare tra uomini e donne… Non sopportavo gli atteggiamenti anti-maschilisti
oppure le domande del tipo: “E’ lecito avere rapporti con un uomo
democristiano?”. Questa non è politica. Io cercavo di battermi per un discorso
politico-sociale, per ottenere certi obiettivi collettivi delle donne… le cose
personali si risolvono personalmente.
Che cosa vedi di
cambiato da quegli anni per le donne?
R: Sono passati solo cinquant’anni ma mi pare sia passato
un secolo. E’ vero che non frequentavo allora tutte le donne, specie quelle che
non pensavano all’emancipazione. Ho insegnato tantissimo in tutti questi anni e
ho visto sempre più scemare l’interesse per queste battaglie. Le ragazze
‘credono’ di essere emancipate ma in realtà non lo sono. Alla fine sono sempre
vittime del fidanzato, del cliché del matrimonio, adesso siamo alle convivenze
ma è sempre la solita storia. Io direi che, se qualcosa è cambiato in meglio, è
che più donne studiano, più donne lavorano, e questo è importante. Una volta
eravamo di meno. Una cosa che non va ora è che vedo queste ragazze e le loro
mamme ancor giovani dare un’enorme importanza all’immagine che la
globalizzazione e internet hanno reso molto grave. Essere belle per le donne è
stato sempre importante, ma mai a questi livelli estremi.
Il cammino per la
parità dei sessi è ancora molto lungo. Ci sono dei punti irrinunciabili da cui
partire?
R: Parità non significa essere uguali. Siamo diversi e me
ne rendo conto sempre di più con gli anni. Il femminile è una diversità. La
parità dev’essere innanzitutto sociale. Salari, occupazione, diritti, poter
avere figli, per chi ne vuole avere, senza dover rinunciare al lavoro. Queste
sarebbero le cose importanti e non mi sembra che stiamo andando affatto avanti.
Certe femministe
hanno sovvertito lo schema maschile della contrapposizione bipolare tra opposti
nella stessa battaglia per l’affermazione del femminile nella vita, nella
cultura, nella società, nel rapporto tra i sessi rifiutando la parità tra
generi o ruoli diversi ma affermando i diritti delle persone in quanto tali.
Qual è il tuo giudizio al riguardo?
R: Il mio giudizio è già venuto fuori dalle risposte alle
domande precedenti. Credo che tutte le persone, in quanto tali, siano degne del
medesimo rispetto. Non mi sento di dire che le donne siano migliori degli
uomini o d’imporre una cultura femminile della Grande Madre, il cui
studio mi piace perché antropologicamente è importante. Le donne sono
importanti. L’obiettivo di oggi dev’essere la parità dei sessi, diversi ma
degni di rispetto. Oggi si è aggiunta la questione dei diritti LGBT, di cui
allora si cominciava appena a parlare. Oggi c’è. È una realtà che merita
attenzione e rispetto. Credo, più in generale, che ogni essere umano abbia
diritto alla felicità e al rispetto degli altri, a qualunque sesso o minoranza
sessuale appartenga. Non credo nel femminile migliore del maschile come non credevo
nelle femministe che bruciavano in pubblico i reggiseni. (È venuto a galla un
ricordo un po’ folkloristico)
In quel periodo il
personale era politico e il politico, personale. Puoi parlarci dei tuoi
compagni cui sei stata legata, che sono entrambi mancati e che sono stati così
importanti per tutti noi?

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