Intervista a Sergio Olivieri


di Paolo Luporini


·        Le prime domande sono di solito sulla famiglia e la classe d’origine, la sua storia, il quartiere in cui sei cresciuto, la scuola e gli studi, gli interessi, per motivare l’incontro con i gruppi in cui hai poi scelto d’impegnarti. Io le riunisco tutte in una sola, così puoi rispondervi liberamente.

 

S: Sono nato e cresciuto nelle “case operaie” del Quartiere Umbertino ed ho trascorso la mia infanzia nei cortili. Allora si scorrazzava in “bande” e si combinavano anche diversi “guai”… A scuola riuscivo abbastanza bene anche se non ne avevo particolare voglia. La mia adolescenza è stata segnata da un certo ribellismo contro l’autoritarismo, che caratterizzava allora ogni aspetto della società; a modo mio e in maniera confusa: era in sintonia con le spinte molteplici ed anche contradditorie che, a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, avevano cominciato a manifestarsi nella società italiana. Naturalmente di politica e di partiti non ci capivo nulla e nemmeno mi interessava molto capirci. Tutto cambiò nel 1968 nel giro di pochi mesi. Scoprii allora l’epopea del Che, che era stato assassinato in Bolivia nell’ottobre del 1967, e rimasi fortemente colpito dall’offensiva del Tết dei guerriglieri vietnamiti. Iniziai allora a seguire le vicende del Vietnam provando una rabbia crescente per i bombardamenti degli americani su Hanoi e le altre città del Vietnam del Nord. Poi venne il Maggio francese ed io, adolescente ancora inconsapevole, vedendo i servizi televisivi e le fotografie sui giornali, simpatizzavo spontaneamente per quei ragazzi di poco più grandi di me che si battevano sulle barricate di Parigi. Influenzato anche dall’ambiente del quartiere e da quello calcistico, visto che giocavo in una squadra affiliata all’Uisp (allora il legame tra l’associazionismo e la sinistra politica era palese), divenne allora quasi naturale guardare al Pci e nell’autunno mi iscrissi alla Fgci. L’avvio dell’anno scolastico segnò l’esplosione del movimento studentesco e ci furono assemblee, manifestazioni ed occupazioni. Iniziai a partecipare anche alle manifestazioni in città, per il Vietnam, contro il regime dei colonnelli greci, ecc. A novembre ebbi il mio “battesimo del fuoco”: le cariche della polizia contro la manifestazione degli allievi operai dell’Arsenale davanti al Comune. Percepivo però, in maniera ancora confusa, un certo “fastidio” della Fgci (che frequentavo molto sporadicamente) nei confronti di quanto si stava muovendo in città. Vicino a casa mia, in un fondo di Viale Aldo Ferrari, si riunivano molti ragazzi del movimento studentesco. Quel fondo era la sede del gruppo del Potere operaio ma ben presto era diventato il punto di riferimento di tutti. E così, mentre maturavo il mio distacco dalla Fgci, iniziai a frequentare sempre più assiduamente quella sede. Le riunioni erano continue ed ebbi modo subito di rendermi conto di quanto avevo da imparare perché spesso non capivo un granchè di quel che veniva detto. C’erano compagni, ricordo per esempio Franco Pisano ed Aldo Rescio, che erano un punto di riferimento grazie alla loro preparazione politica ed alla loro cultura e il loro “esempio” era uno stimolo per tanti ragazzi come me. La sede era frequentata anche da lavoratori e operai che guardavano come un modello da imitare alle lotte che stavano scoppiando nelle fabbriche del Nord spesso anche scavalcando i sindacati. Oltre che nel movimento degli studenti, infatti, il gruppo del Potere operaio riusciva ad esercitare un’influenza crescente - lo si vide bene in occasione dell’occupazione della Snam nella primavera del 1969 - anche se minoritaria, nei luoghi di lavoro e nelle lotte che cominciavano a svilupparsi anche a Spezia e questa era la ragione delle tensioni crescenti con i gruppi dirigenti della sinistra tradizionale. Poi, nell’estate del 1969, nell’ambito del percorso di formazione delle diverse organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, anche i compagni che frequentavano la sede di Viale Aldo Ferrari presero strade diverse. Con la diaspora del gruppo spezzino del Potere operaio presero le mosse i processi aggregativi che portarono alla costituzione in città e in provincia di Lotta continua e, nella sola città, della Lega dei comunisti. All’inizio la mia fu una scelta diversa; entrai infatti in contatto con un gruppo di compagni, alcuni dei quali erano stati tra i promotori negli anni precedenti del tentativo fallito di impiantare in città una sezione del PCd’I (m-l), e che erano impegnati nel rilancio dell’esperienza “emme-elle”. Mi distaccai abbastanza presto dagli ambienti dei marxisti-leninisti e mi avvicinai gradualmente a Lotta continua, formazione nella quali ho militato poi fino allo scioglimento nel 1976. Questo passaggio va spiegato perché, se lo si valuta solo dal punto di vista della linearità della “teoria” può risultare difficilmente comprensibile. Occorre invece considerare che per me più che la “teoria” valevano le cose che si facevano. E Lotta Continua era non solo la formazione più forte nell’ambito della sinistra rivoluzionaria ma anche la più attiva, la più vivace, la più fantasiosa, quella “che faceva le cose” e che era la più in sintonia con il clima di allora. Non sono mai stato, né allora né tantomeno oggi, “spontaneista” o indifferente alla teoria, però l’organizzazione e la teoria hanno un senso solo se si traducono in iniziativa politica e sociale e in lotte, altrimenti non servono a niente.

 

Io ti ricordo come uno dei più accesi compagni di Lotta Continua. Vedevo in te molto entusiasmo, una grande carica che sapevi ben comunicare galvanizzando chi ti ascoltava e portandolo a unirsi alla lotta. Oltre all’oratoria efficace, avevi però anche un metodo di analisi politica e la fantasia per inventare nuove forme di lotta e di agitazione. In quali scenari e in quali momenti li esprimevi?

 

S: L’entusiasmo, che non mi mancava, discendeva dal sentirsi dalla parte giusta e dal fatto che - un po’ ingenuamente, lo riconosco – credevo davvero che in Italia si stessero realizzando le condizioni per una trasformazione radicale e rivoluzionaria della società. In primo luogo perché le lotta operaie non si fermavano anzi si radicalizzavano. La questione non era più riducibile alla mera dimensione salariale o normativa; nei fatti, all’ordine del giorno c’era il tema del “potere” nella fabbrica. Lo si capiva bene andando a volantinare davanti alle fabbriche. Va precisato che l’organizzazione del lavoro nelle fabbriche spezzine non era quella tayloristica della produzione di serie ma, pur essendo stata investita dalle trasformazioni che hanno caratterizzato lo sviluppo capitalistico nella modernizzazione del dopoguerra, manteneva una certa aderenza col modello produttivo tradizionale. Conseguentemente, la figura operaia centrale nel nostro territorio era più vicina al tradizionale operaio “professionalizzato” (quello che è stato il perno storico del Pci e del sindacato) che non all’operaio massa delle fabbriche fordiste del Nord che aveva portato nella lotta sindacale una carica nuova di insubordinazione e di antagonismo. Nonostante ciò, anche nelle fabbriche spezzine c’erano tanti giovani operai (ma anche meno giovani) che mordevano il freno, che spingevano sui sindacati per obiettivi più avanzati e per forme di lotta più dure, e molti di questi guardavano con simpatia a quanto si muoveva a sinistra del Pci. La partecipazione degli operai spezzini alle lotte era unitaria e massiccia ma nell’interno della classe era aperta una contraddizione feconda che talora agiva sotto traccia e talora si manifestava apertamente. Il cambiamento delle forme di organizzazione operaia in fabbrica, cioè il passaggio dalla vecchie e gloriose Commissioni interne ai Consigli di fabbrica, non è stato per nulla un semplice atto “burocratico” ma ha incontrato resistenze ed incomprensioni ed ha aperto conflitti anche all’interno delle organizzazioni sindacali e nelle fabbriche. In talune aziende, nel giro di poco tempo, il “vecchio” gruppo dirigente sindacale è stato soppiantato da una nuova leva operaia che assumeva la guida delle lotte. Anche prima di andare a lavorare in fabbrica, da militante di Lotta Continua, cercavo di seguire quello che succedeva nelle aziende spezzine, andavo talvolta a dare man forte ai picchetti e partecipavo a tutte le manifestazioni operaie che si tenevano in città. Un ricordo molto forte mi è rimasto della manifestazione nazionale dei metalmeccanici a Roma nel febbraio del 1973 per il rinnovo del contratto di lavoro che i padroni non volevano firmare. Da Spezia parti un treno pieno di operai combattivi e determinati, c’erano anche tanti militanti della sinistra. A Roma c’erano un milione di lavoratori! Una prova di forza che mi riempì di entusiasmo. Qualche settimana dopo, l’occupazione di Mirafiori e delle altre fabbriche Fiat costrinse il padronato a cedere. Oltre alla fabbrica era tutta la società ad essere in movimento. A Spezia ci sono stati dei momenti di lotta molto significativi: Per esempio il movimento di autoriduzione delle bollette, promosso unitariamente dalla sinistra rivoluzionaria, ha coinvolto migliaia di proletari. Lo stesso per l’esperienza dei “mercatini rossi”. Ricordo quando organizzammo il mercatino nel mio quartiere, in Piazza Brin: il banchetto nel quale vendevamo la carne a un prezzo “politico” (riuscivamo a farlo perché l’acquistavamo direttamente dal fornitore scavalcando tutti i passaggi della distribuzione) venne preso d’assalto dalle donne del quartiere. Identico successo per i mercatini organizzati all’uscita delle fabbriche. C’è una canzone di Lotta Continua - “Prendiamoci la città” – che esprime bene il clima di quegli anni nei quali si erano messi in movimento tutti i segmenti della società, anche quelli più marginali. Anche all’interno delle carceri, per esempio, era cresciuto un movimento di detenuti - i Dannati della terra - che, partiti dalla richiesta di condizioni più umane, erano arrivati ad esprimere una critica radicale all’istituzione carceraria e all’emarginazione sociale. Era un terreno di riflessione politica e teorica che era venuta maturando anche grazie alle letture di testi come “Col sangue agli occhi” del militante delle Pantere nere George Jackson e che in Italia venne ripreso dal libro di Irene Invernizzi “Il carcere come scuola di rivoluzione” che presentammo a Spezia con un’assemblea alla Sala Dante con la partecipazione dell’autrice e di alcuni esponenti del movimento dei Dannati della terra che erano stati scarcerati. Comunque anche a Villa Andreino ci furono episodi di lotta e poi ricordo di aver partecipato ad una manifestazione a Massa dopo che un detenuto originario di quella città era stato ucciso nel carcere di Firenze dalla polizia intervenuta per reprimere una protesta dei Dannati della terra. Insomma, in quegli anni l’attività di Lotta Continua era frenetica ed io, lasciata la scuola, dedicavo alla militanza tutto il tempo che mi rimaneva libero dai diversi lavori (facchino al mercato ortofrutticolo, manovale a tempo determinato col Comune per la pulizia dei canali nel periodo del colera a Napoli, precario delle Poste, ecc. ecc.) che facevo prima di entrare in fabbrica.

 

A quel tempo l’attività politica era costante, quasi permanente, giorno e notte. L’impegno antifascista militante comprendeva un’attività di raccolta d’informazioni e di vigilanza ma anche di presidio delle sedi e del territorio. Che cosa puoi dirci?

 

S: Una delle ragioni che mi spinsero ad aderire a Lotta Continua fu proprio il suo impegno sul terreno dell’antifascismo militante. Quel “militante” merita una precisazione. Per noi l’antifascismo, quello vero, non era quello delle commemorazioni rituali e sempre più vuote alle quali partecipavano magari anche quelli che i fascisti li proteggevano… Dobbiamo ricordarci cosa succedeva in quegli anni: i fascisti colpivano con agguati, aggressioni, assassinii di compagni (quanti ne abbiamo pianti!). E spesso agivano indisturbati ed impuniti magari perché potevano contare diciamo su una certa benevolenza… Per noi, i fascisti andavano contrastati non a parole ma nelle piazze, chiudendogli ogni spazio nel territorio e rispondendo colpo su colpo. E questo facemmo; anche a Spezia! Ci sentivamo i continuatori della più genuina tradizione antifascista e della Resistenza che era stata “tradita”. I nostri riferimenti erano gli Arditi del popolo, i partigiani che avevano combattuto sui monti e nelle città come i gappisti, quelli che dopo il 25 aprile avevano nascosto le armi, quelli della Volante rossa, le magliette a strisce del Luglio del 1960. Non era però una “guerra tra bande”. Ti faccio un esempio. Come ricorderai, il 23 novembre 1972 Almirante tenne un comizio in Piazza Beverini e la città fu teatro di tre ore di scontri tra antifascisti e polizia. Le cose andarono così: nei giorni precedenti il Pci aveva fatto appello agli antifascisti a “fare il vuoto” attorno ad Almirante e a presidiare le sedi mentre Lotta Continua aveva indetto un concentramento in Piazza Brin con l’intento di organizzare i compagni per poi andare verso Piazza Beverini. Quando da Piazza Brin arrivammo nelle vicinanze di Piazza Beverini gli scontri erano già iniziati! Era successo infatti che centinaia di antifascisti (allora si parlò di più di 2.000 persone) si erano spontaneamente ritrovati davanti ad Upim, cioè dove adesso c’è Zara, e avevano iniziato a fischiare, intonare canzoni partigiane, ritmare slogan. E quando era partita la prima carica, invece di disperdersi avevano reagito. Questo per dirti che quel nostro antifascismo militante aveva solide radici nel sentire popolare. Va detto che a Spezia i fascisti erano relativamente tranquilli sia perché noi gli abbiamo sempre impedito di alzare troppo la testa sia perché volevano tenere coperta una “piazza” che per loro era strategica. Spezia era un’importante base militare, c’era il Comando in Capo dell’Alto Tirreno, l’Ammiraglio Birindelli, che venne eletto deputato nel Msi, aveva molti agganci in città, c’erano gli Incursori molti dei quali avevano una certa propensione … Insomma, per i fascisti Spezia era un crocevia di relazioni, di rapporti, di contatti. Questo spaccato emerse chiaramente grazie alla controinformazione di Lotta Continua che fu decisiva nel portare a galla le trame golpiste del gruppo della Rosa dei venti che aveva un forte insediamento proprio nel nostro territorio. Noi abbiamo sempre avuto ben chiaro però che i fascisti erano solo la manovalanza. Dietro di loro c’erano settori dello Stato e del grande padronato che li finanziavano, li manovravano e li usavano con l’obiettivo di imporre una svolta reazionaria nel Paese per stroncare le lotte operaie e l’insubordinazione sociale che divampavano ovunque.

 

Insomma, quella che venne chiamata la strategia della tensione. Cosa puoi dirci in proposito?

 

S: La strategia del terrore iniziò il 12 dicembre 1969 con la strage di Piazza Fontana a Milano. Eravamo nel pieno delle lotte operaie dell’autunno caldo. La colpa venne subito data agli anarchici e si trovò anche il “colpevole”, Pietro Valpreda. In realtà era stato tutto preparato a tavolino e Valpreda era il colpevole ideale, il “mostro” estremista da dare in pasto all’opinione pubblica. Noi capimmo subito che gli anarchici non c’entravano niente e ovunque, anche a Spezia, abbiamo organizzato iniziative, incontri, volantinaggi, per dire come stavano le cose. Mano a mano che passavano le settimane la “verità” ufficiale traballava. Traballava anche per quanto riguarda la morte del ferroviere anarchico Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano durante un interrogatorio. Anche in questo caso fu decisiva la nostra iniziativa di controinformazione sulle tante crepe ed incongruenze della versione ufficiale. Ricordo una serata a Spezia con il Teatro Civico strapieno per assistere allo spettacolo teatrale di Dario Fo “Morte accidentale di un anarchico defenestrato”: L’anarchico in questione era Andrea Salsedo, precipitato da una finestra della sede della polizia di New York. Proprio come Pinelli… Poi, mi pare nel 1970, grazie ad un gruppo di compagni della sinistra rivoluzionaria che avevano fatto una preziosa opera d’inchiesta, uscì un libro che, anche se in maniera ancora incompleta, metteva in evidenza alcuni indizi a sostegno della nostra “verità” che, in questo caso, era davvero la Verità. Il titolo di quel libro era “La strage di Stato”. Da allora in poi la strage di Piazza Fontana divenne la strage di Stato per antonomasia. “Strage di Stato” e non semplicemente “strage fascista”! Dopo di allora tante altre stragi: il treno Italicus, Piazza della Loggia a Brescia, la stazione di Bologna. I processi hanno fatto emergere solo sprazzi di verità, ma l’intera verità su tutte queste stragi non si è mai saputa. Mi riferisco naturalmente alla verità giudiziaria perché quella politica è chiara. Quelle stragi servivano a creare il clima favorevole per una svolta autoritaria, un vero e proprio colpo di stato.

 

Pensavate davvero che in Italia sarebbe stato possibile un colpo di stato?

 

S: Si. Considera che c’erano stati colpi di stato militari nel 1967 in Grecia e nel 1971 in Turchia, cioè in due paesi membri della Nato, come l’Italia. In entrambi i casi era evidente il coinvolgimento degli Stati Uniti. E, per quanto riguarda l’Italia, erano ancora recenti le rivelazioni dell’Espresso che avevano portato a conoscenza che nel 1964 l’allora comandante dell’Arma dei carabinieri, il generale De Lorenzo, che venne poi eletto deputato nelle liste del Msi, aveva elaborato il Piano Solo che prevedeva l’arresto dei dirigenti delle forze della sinistra e del sindacato e la drastica limitazione delle libertà costituzionali. Ho già accennato alle trame della Rosa dei venti, ma bisogna ricordare anche che nel dicembre del 1970 ci fu il tentato colpo di stato di Valerio Borghese. La strategia della tensione e le continue provocazioni contribuivano a creare quel clima di incertezza e di paura che era necessario per “legittimare” un colpo di stato. Nell’autunno del 1974 sembrò che il momento fosse arrivato. Tutta la sinistra era in allarme perché da fonti “bene informate” erano arrivate segnalazioni di strani movimenti nelle Forze armate, discorsi ambigui, riunioni informali, preparativi anomali. L’allarme arrivò anche a Spezia e, nella notte nella quale sarebbe potuto scattare il colpo di stato, seguimmo il consiglio di dormire fuori casa. Il colpo di stato del 1973 in Cile era stato anche una sorta di “avvertimento” per l’Italia che suscitò una profonda riflessione in tutta la sinistra. Gli esiti di queste discussione accentuarono la divaricazione tra il Pci e la sinistra rivoluzionaria. Con una serie di articoli pubblicati su Rinascita, il segretario del Pci Berlinguer trasse la conclusione che la sinistra, anche se avesse avuto la maggioranza parlamentare, avrebbe dovuto comunque ricercare un’intesa con la Dc. Era l’annuncio della politica del compromesso storico che, negli anni successivi, avrà effetti disastrosi per i lavoratori e per il Pci stesso. Noi pensavamo, invece, che occorresse lavorare affinché la mobilitazione delle masse lavoratrici avesse la “forza” per stroncare anche un eventuale golpe. Fu nell’ambito di questa riflessione che venne rilanciata l’esperienza dei “Proletari in divisa”. Allora c’era ancora la leva per tutti e, da alcuni anni, i compagni che andavano a fare il militare, avevano organizzato nelle caserme un movimento – i “Proletari in divisa” – che rivendicava migliori condizioni di vita durante la naja e si faceva interprete della critica “di classe” nei confronti dell’istituzione militare. Molti compagni vennero colpiti dalla repressione con trasferimenti, punizioni e carcere ma, nonostante ciò, le gerarchie militari non riuscirono mai ad estirpare il movimento. Anzi, nelle caserme, di fronte al pericolo golpista, ci fu un vero e proprio salto di qualità: il movimento si estese, si radicò e si diffuse ovunque e i Proletari in divisa iniziarono ad uscire allo “scoperto”. Ricordo ancora con emozione una manifestazione nazionale a Roma della sinistra rivoluzionaria nella quale sfilarono centinaia e centinaia di soldati in divisa, col volto coperto, il pugno chiuso e slogan come ”Golpisti, padroni per voi non c’è domani, siamo soldati, saremo partigiani” o “Soldati organizzati, diritto di lottare, la classe operaia saprà su chi contare”. Spezia era una base navale di primaria importanza e c’erano migliaia di marinai nella Caserma Duca degli Abruzzi e nelle navi. In diverse occasioni, poco prima dell’orario del rientro, nelle vie limitrofe alla caserma e con una certa prudenza, distribuivamo i volantini ai marinai, scambiavamo battute con alcuni di essi, si stringevano contatti. Tra gli equipaggi delle navi che sostavano nel porto militare e all’interno della caserma si erano formati nuclei di compagni tra i quali non c’erano solo marinai di leva ma anche alcuni “firmaioli”, come venivano definiti allora coloro che sceglievano volontariamente di prolungare il periodo di servizio militare non escludendo la possibilità di intraprenderne la carriera. Ricordo poi che riuscimmo anche ad organizzare un volantinaggio davanti alle fabbriche, fatto da marinai in divisa! L’episodio più clamoroso però avvenne all’Eliporto di Luni dove per alcuni giorni consecutivi venne attuato lo sciopero del rancio! Bisogna poi ricordare che la Rivoluzione dei garofani del 1974 in Portogallo, che aveva visto come protagonisti proprio i soldati riuniti nel “Movimento delle Forze armate” (Mfa), non aveva solo abbattuto il fascismo ma, grazie all’incontro tra la mobilitazione operaia e la radicalizzazione a sinistra di larga parte del Mfa, aveva fatto sperare nell’avvio di un vero e proprio processo rivoluzionario in un paese dell’Europa Occidentale.

 

La sera, spesso, ci si ritrovava al Bar Roma. Tu eri tra quelli che alternavano le occasioni di svago con bicchierate, musica e altro, oppure sfruttavi anche quel momento di ritrovo per confrontarti sul piano politico anche con compagni di altri gruppi di Spezia?

 

S: Allora non c’era una separazione così netta tra il momento dello svago e quello della discussione. Quando il dopocena non era impegnato in riunioni, affissioni di manifesti o cose simili, con molti altri compagni ci si trovava al Bar Roma. E la serata passava tra discussioni, scherzi, cinema oppure da Stelvio o d’estate a Lerici. Eravamo una comunità con legami talmente forti tra noi che anche adesso, che è passato così tanto tempo, quando ci s’incontra per strada dopo magari qualche anno che non ci si vede, è un po’ come se ci si fosse lasciati la sera prima al Bar Roma. Insomma, indipendentemente dalle scelte di vita che ognuno poi ha fatto, tranne alcune rare eccezioni, i rapporti di amicizia e di solidarietà che si sono costruiti in quegli anni hanno retto alla sfida del tempo.

 

Com’erano i rapporti con i partiti e i gruppi extraparlamentari di Spezia?

 

S: Direi che erano un po’ contradditori. Da un lato c’era settarismo, rivalità e competizione, ma dall’altro c’era la consapevolezza della comune scelta di campo. Tant’è che non è mai mancata la capacità di costruire iniziative unitarie. Penso per esempio alle tante manifestazioni antifasciste o a quelle in sostegno alle lotte dei popoli oppure ancora ai mercatini rossi. Un momento importante di iniziativa unitaria furono le elezioni politiche del 1976 quando tutta la sinistra rivoluzionaria si presentò unita nella lista di Democrazia proletaria, che allora era per l’appunto il nome del cartello unitario e non ancora del partito che negli anni successivi ne derivò. Più difficili invece erano i rapporti con la sinistra ufficiale. Per un certo periodo ci fu una certa osmosi col Psiup che però scomparve nel 1972. Relazioni ci furono anche col Psi che però, spesso, coltivava i rapporti coi gruppi in funzione competitiva col Pci. Sui rapporti col Pci ci sarebbe da fare un discorso molto articolato che non è possibile sviluppare in poche frasi. Dovendo schematizzare molto, la metterei così. Il Pci spezzino non tollerava la presenza di una forza organizzata alla propria sinistra e cercava in tutti i modi di isolarci. Tuttavia, fino al 1976, rimasero aperti varchi di dialogo e di confronto ed anche talvolta di iniziativa congiunta in particolare con la Fgci. Io votai per la prima volta alle elezioni comunali a ventun anni (il voto ai diciottenni venne introdotto proprio allora) e non a caso votai per il Pci. Poi, con l’avvio della politica di unità nazionale, ogni varco si chiuse e lo scontro divenne frontale fino alla fine degli anni Settanta quando, col ritorno del Pci all’opposizione, si aprì una fase nuova. Devo dire però che, anche nei momenti di più acuto conflitto, sono sempre stato convinto della necessità strategica per la sinistra rivoluzionaria, - che io ho sempre visto come erede innovativa della migliore tradizione comunista – di saper costruire una relazione politica forte col “popolo comunista”. Per questa ragione, per esempio, non ho mai sbandato in direzione del Psi, dei radicali o, sul piano sindacale, della Uil come invece accadde a diversi compagni.

 

E i rapporti con le donne?

 

S: Dopo la vittoria del referendum sul divorzio, nel 1974, irruppe sulla scena in maniera sempre più impetuosa il movimento delle donne. Nella sinistra rivoluzionaria, e in particolare in Lotta Continua, gli effetti furono destabilizzanti. Ricordo, all’inizio del 1976, la prima manifestazione di sole donne a Spezia con centinaia di ragazze che sfilavano per la città tra la curiosità, lo stupore, l’ostilità e le battute stronze di tante persone che stavano a guardare quell’insolito corteo. Nella sinistra in molti, io tra questi, facevamo fatica a capire quelle istanze che aprivano anche contraddizioni e conflitti. Al di là di questo, mi pare evidente che il movimento femminista abbia conquistato un avanzamento per tutta la società aprendo varchi di libertà non solo per le donne. Devo riconoscere che il confronto con le istanze del movimento delle donne ci ha cambiato tutti e in meglio.

 

Ho sempre pensato a te come uno dei più rigidi spontaneisti e ho quindi il pregiudizio che la spaccatura con i settori giovanili e le femministe che portò alla chiusura di Lotta Continua fosse dovuta alla rigidità della parte operaista, l’ala dura. Ora, a distanza di tutti quegli anni, la pensi anche tu così?

 

S: Credo di aver chiarito in precedenza di non essere mai stato uno “spontaneista”. Se invece tu usi, come mi pare di capire, il termine “spontaneista” come sinonimo di “operaista”, devo dirti che non mi ritrovo nemmeno in questa definizione, pur riconoscendo che il filone di pensiero che viene definito operaista ha avuto una certa influenza nella mia formazione. Di certo però ero convinto allora – e lo sono tuttora – della centralità del conflitto capitale-lavoro. Lo scioglimento di Lotta Continua è una ferita che in parte brucia ancora. La tua domanda si basa su una lettura che non condivido. Naturalmente i contrasti ai quali alludi sono stati decisivi nel determinare quell’esito; tuttavia credo cha alla radice dello scioglimento di Lotta Continua ci siano state ragioni ben più profonde e complesse. Ho già accennato al cartello elettorale di Democrazia proletaria in occasione delle elezioni politiche del 1976. La Dc, il partito–regime, era in una crisi profonda che a noi appariva irreversibile. Nel 1974 la Dc aveva perso il referendum sul divorzio e, nelle elezioni amministrative del 1975, c’era stata una formidabile spinta a sinistra che per la prima volta aveva portato il Pci al governo di quasi tutte le grandi città. E mentre le lotte in fabbrica e nel sociale proseguivano con grande intensità, la credibilità della Dc era in caduta libera a causa di una serie di scandali che coinvolgevano uomini di primo piano del governo e delle istituzioni. Basti ricordare che l’inchiesta sullo scandalo Lockheed – una storia di mazzette a uomini di governo versate dalla società americana in cambio della vendita di aerei militari dei quali era produttrice - lambì perfino il capo dello stato Giovanni Leone, che fu costretto per questo a dimettersi! Noi pensavamo quindi che alle elezioni del 20 giugno 1976 il Pci avrebbe superato la Dc e che la sinistra rivoluzionaria avrebbe ottenuto un buon risultato, visto il suo forte radicamento nelle lotte sociali. Dopo ci sarebbe stato per forza di cose un governo Pci-Psi magari anche col nostro sostegno “critico”. Questo quadro politico avrebbe favorito un’ulteriore radicalizzazione delle lotte sociali, incentivando lo sviluppo di forme di potere popolare delle quali già vedevamo gli embrioni fino ad arrivare ad una sorta di “dualismo di potere” e all’avvio di un processo di radicale trasformazione della società italiana. Naturalmente ho schematizzato molto. L’andamento della campagna elettorale a Spezia fu talmente positivo che vennero superate agevolmente anche le difficoltà che avevano contrassegnato la formazione della nostra lista (una parte del Pdup, infatti, non voleva che Lotta Continua ne facesse parte ma poi dovette cedere grazie alla pressioni che venivano da ogni parte del paese). Aprimmo la campagna elettorale della lista di Democrazia proletaria riempiendo il Teatro Civico con una manifestazione con la Rossanda. Qualche giorno dopo venne a Spezia, sempre al Civico, Amintore Fanfani, l’uomo del referendum contro il divorzio e dello scontro con la sinistra, che era da poco stato defenestrato dalla carica di segretario della Dc ma era stato eletto comunque presidente di quel partito. In centinaia ci ritrovammo in Pazza Mentana davanti all’entrata del teatro. Appena Fanfani, protetto da un robusto cordone di polizia, scese dalla macchina davanti al Civico, oltre che da urli e insulti fu investito da decine di aeroplanini di carta tanto per ricordargli le responsabilità del suo partito nello scandalo Lockheed. Tutta la piazza rideva, il Re era nudo! Chiudemmo la campagna elettorale in Piazza Brin, con una Festa del proletariato giovanile, come si diceva allora, in un clima di entusiasmo e di fiducia. Il risveglio fu brusco: il Pci era andato avanti ancora ma il sorpasso non c’era stato perché la Dc aveva fatto il pieno di tutti i voti reazionari e benpensanti svuotando il Msi e il Partito liberale e la nostra lista aveva collezionato solo qualche centinaia di migliaia di voti, molti meno degli almeno 2/3 milioni dei quali fantasticavamo! Era il crollo della prospettiva alla quale lavoravamo da anni. Di fronte a questo esito sarebbe stato necessario un ripensamento profondo e un riposizionamento strategico, ma ciò non avvenne forse perché non poteva avvenire. Taluni dei tratti che avevano fatto la “forza” di Lotta Continua ne divennero invece i fattori di “debolezza”. Lotta Continua era l’organizzazione dell’iniziativa costantemente all’attacco, della fantasia, della freschezza. La difficile fase che si apriva con la sconfitta delle elezioni e con le sempre più evidenti propensioni del Pci alla ricerca del compromesso con la Dc e con il blocco di interessi di classe che essa rappresentava richiedeva una rielaborazione dei “tempi” della lotta politica e sociale e il ricorso ad un lavoro paziente di organizzazione dell’opposizione di classe alla politiche di moderazione sindacale che si annunciavano. Lotta Continua era inadatta a tutto ciò ed avrebbe dovuto ripensarsi radicalmente tenendo insieme e portando a sintesi l’antagonismo operaio con le istanze del movimento femminista come con la ribellione di settori radicalizzati del movimento giovanile. Senza contare poi che la sconfitta elettorale aveva dato vigore a quelle propensioni, presenti nel movimento, che spingevano per “innalzare il livello dello scontro”, per usare il linguaggio di allora. Su questo groviglio di contraddizioni Lotta Continua crollò. In ultimo, ma non in ordine d’importanza, non ci accorgemmo che da qualche anno era iniziato un processo di profonde trasformazioni dell’assetto e del funzionamento del sistema produttivo capitalistico. Era iniziato il decentramento produttivo che divenne sempre più esteso nel corso degli anni ottanta e nelle grandi fabbriche prendevano il via un po’ in sordina processi di ristrutturazione che divennero sempre più estesi e sconvolgenti. Insomma eravamo alle soglie di quel ciclo di trasformazione della fabbrica taylorista che si approfondirà nei decenni successivi con l’introduzione massiccia delle macchine a controllo numerico, della robotica, del just in time e del toyotismo fino ad arrivare all’informatizzazione di segmenti di produzione sempre più estesi. L’insieme di questi processi modificava la composizione materiale della classe operaia, ne ridisegnava i confini per un verso estendendoli ma per un altro rendendoli meno riconoscibili, ne modificava nel profondo i comportamenti politici e sindacali. Allora eravamo agli esordi di questa nuova rivoluzione industriale. Non lo capimmo e quelli di noi che lo intuirono ne fecero discendere un’analisi ed un’azione politica che li portarono all’inseguimento di “nuovi soggetti” sociali sempre più impalpabili ed inafferrabili.

 

La vita continuò anche dopo la fine di Lotta Continua. Tu eri entrato in fabbrica e parlavi nelle Assemblee. Quali erano i tuoi rapporti con il sindacato? Le tue proposte di rivendicazione diedero seguito a lotte e conquiste? Fosti impegnato anche per il diritto alla salute anche in fabbrica. Ci furono miglioramenti?

 

S: Nell’autunno del 1976 Lotta Continua tenne a Rimini il suo Congresso che di fatto ne segnò la fine anche se non ne sancì formalmente lo scioglimento. Io ero in fabbrica già da un paio d’anni. Nella fabbrica gli anni dal 1977 al 1980 furono durissimi perché quello fu il periodo dell’unità nazionale, cioè della collaborazione tra la Dc e il Pci e della svolta dell’Eur con la quale il sindacato si attestò sulla cosiddetta linea dei sacrifici, cioè il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Noi eravamo un gruppo di operai della sinistra rivoluzionaria rimasti senza alcun riferimento politico organizzato dopo lo scioglimento di Lotta Continua che però continuavano a portare avanti dentro la fabbrica una politica di radicalità di classe in contrapposizione all’unità nazionale e alla linea dei sacrifici. Le contrapposizioni in fabbrica erano molto pesanti e non mancarono nemmeno ripetute provocazioni che si basavano sulla falsa equazione secondo la quale chi criticava da sinistra la linea ufficiale era un fiancheggiatore della lotta armata. Malgrado questo clima non ci facemmo mai isolare dalla massa degli operai ed io, proprio nel 1977, venni eletto nel Consiglio di fabbrica. In quel periodo vissi una sorta di schizofrenia politica. Fuori dalla fabbrica partecipavo alle iniziative di quello che venne definito il Movimento del ’77 e a settembre andai anche a Bologna al Convegno contro la repressione. Tuttavia stentavo ad identificarmi con quel movimento, con le sue teorizzazioni e con le sue pratiche che erano troppo distanti dalla realtà nella quale vivevo ed operavo politicamente. Ci sono due momenti nel 1977 che ho vissuto come spartiacque. Il primo: pochi giorni dopo il Convegno di Bologna, a Roma i fascisti uccisero Walter Rossi, un compagno di Lotta Continua.. A Spezia la manifestazione di protesta del Movimento fu segnata dalle polemiche tra noi e pochi giorni dopo si tenne all’Unione Fraterna l’assemblea del movimento che naufragò a causa delle contrapposizioni tra femministe, “giovani” e militanti più “anziani”. Lì ho capito che la sinistra rivoluzionaria degli anni settanta era finita. L’altro è il 7 dicembre: a conclusione della manifestazione dei metalmeccanici a Roma si tenne all’Università l’assemblea di tutte le realtà operaie che si opponevano alla politica dei sacrifici. Vi andai pieno di speranza ma l’assemblea fu un fallimento totale a causa delle contrapposizioni tra noi. Lì ho capito che si apriva un periodo difficilissimo, una traversata nel deserto. Io la affrontai rinchiudendomi, politicamente parlando, nella fabbrica, mi iscrissi all’Università e mi buttai anima e corpo nello studio del “marxismo”, della storia del movimento operaio, ecc. ecc. Alle soglie degli anni ottanta la situazione cambiò perché il Pci, visto il bilancio fallimentare del compromesso storico, iniziò a ricollocarsi all’opposizione. In ottobre andai con una folta delegazione di metalmeccanici spezzini a rafforzare i picchetti alla Fiat poi ci fu la marcia dei crumiri e la sconfitta. Gli anni settanta erano finiti davvero! Dopo molte incertezze, verso la fine del 1982 mi iscrissi a Democrazia proletaria sull’onda della mobilitazione che aveva promosso contro lo scippo delle liquidazioni. Nella nostra attività all’interno della fabbrica cercavamo sempre di tenere insieme le questioni di fabbrica con la più generale battaglia politica e sindacale. Io lavoravo in un reparto ove c’era molta nocività e in quel periodo le lotte per il diritto salute erano quotidiane. Avevamo il grosso problema delle lavorazioni con l’acciaio balistico che provocavano un accumulo abnorme di cromo nei reni. Ottenemmo dei risultati importanti a prezzo però di battaglie durissime e di scioperi continui: il medico di fabbrica divenne dipendente dell’Asl e non più scelto e pagato dall’azienda, venne istituito il libretto di rischio per tutti i lavoratori. Periodicamente si facevano le analisi delle urine e se i valori di cromo erano superiori alla norme il lavoratore veniva spostato. Conquistammo le pause e venne installato un nuovo e più efficiente impianto di aspirazione dei fumi. Per darti un’idea del clima, ricordo che il professor Bonsignore, titolare della cattedra di Medicina del Lavoro dell’Università di Genova, venne in reparto, in mezzo agli operai, e tenne un’assemblea sui rischi connessi al cromo! Oltre alle specifiche battaglie sul terreno della fabbrica, c’era l’impegno sulle questioni più generali. Nei primi anni ottanta partì l’attacco alla scala mobile favorito anche dalla disponibilità di larga parte del sindacato. Nella primavera del 1982, al comizio conclusivo della manifestazione nazionale dei metalmeccanici, in piazza San Giovanni a Roma, in migliaia impedimmo di parlare al segretario della Uil Benvenuto che era un uomo di Craxi e con altri operai spezzini riuscii a salire sul palco mentre Benvenuto scappava tra i fischi e gli insulti. Nel febbraio del 1984, venne il decreto di San Valentino col quale il governo, con la complicità dei gruppi dirigenti di Cisl e Uil, tagliò quattro punti di scala mobile. Già da qualche settimana avevamo preso contatto con il Movimento dei Consigli di fabbrica autoconvocati che, partito dalle grandi fabbriche, si stava estendo a tutta Italia e si opponeva a qualsiasi cedimento sindacale sulla questione della scala mobile. Anche il Pci e la maggioranza della Cgil erano contrari, ci furono molti scioperi e una grande manifestazione nazionale a Roma. Poi, nel 1985, il referendum per ripristinare i quattro punti tagliati col decreto di San Valentino fu una sconfitta inaspettata e dolorosa che ci richiamò alla necessità di capire le profonde trasformazioni che avevano attraversato l’Italia dalla fine degli anni settanta. Dopo questa sconfitta, l’attacco all’occupazione, ai diritti dei lavoratori e allo stesso sistema produttivo, si fece più violento e noi dovemmo affrontare la cassa integrazione e il ridimensionamento della fabbrica. Le lotte divennero più difficili anche se noi continuavamo il nostro impegno tra i lavoratori e nel sindacato portando avanti le istanze della sinistra interna alla Cgil. Va detto però che, oltre che alla lotta di fabbrica, eravamo fortemente impegnati su tantissimi altri fronti, impossibile menzionarli tutti. Voglio ricordare, per esempio, la forte partecipazione degli spezzini alla manifestazione alla centrale nucleare di Caorso e il vittorioso referendum contro l’energia atomica; le manifestazioni per l’ambientalizzazione della Centrale Enel; l’impegno per la pace, quando con due barche tentammo di bloccate la partenza delle navi militari italiane dirette verso il Golfo Persico, e l’occupazione della palazzina sfitta di proprietà del marchese De Nobili in Via del Poggio, grazie alla quale alcune famiglie proletarie riuscirono finalmente ad ottenere un’abitazione.

 

Dopo Democrazia Proletaria aderisti a Rifondazione Comunista, sino a diventarne deputato. La tua brevissima esperienza alla Camera come la giudichi?

 

S: Dal punto di vista dei risultati politici ottenuti, non posso certo dire che sia stata un’esperienza positiva. Durante il “secondo Governo Berlusconi”, dal 2001 alla primavera del 2005, a partire dal G8 di Genova e proseguendo per la difesa dell’art. 18 che aveva portato a Roma 3 milioni di persone e per le mobilitazioni contro la guerra in Iraq, c’era stata in Italia la “stagione dei movimenti”. Noi ci illudemmo che la forza di quella stagione consentisse l’apertura di varchi attraverso i quali far penetrare le istanze popolari e conquistare quegli obiettivi positivi che erano indicati nel programma dell’Unione, come si chiamava allora l’alleanza coi Ds. L’analisi era sbagliata in primo luogo perché i Ds si dimostrarono impermeabili a quelle istanze. Così finimmo nell’angolo, stretti tra la delusione della nostra gente, lo spauracchio del ritorno di Berlusconi, in caso di caduta di Prodi, e le accuse di fare il gioco della destra ogni volta che tentavamo di forzare la situazione chiedendo il rispetto di quanto concordato nel programma elettorale. Come si vide alle successive elezioni politiche, in poco tempo avevamo dissipato la fiducia e la credibilità conquistate in anni e anni d’impegno. Sul piano personale, devo dire che il bilancio è più articolato perché durante la pur breve esperienza alla Camera ho avuto la possibilità di vedere da vicino il funzionamento delle istituzioni, di seguire l’iter di formazione delle leggi, di approfondire argomenti e temi di grande importanza. Penso, per esempio, a tutta la battaglia parlamentare contro la privatizzazione di Fincantieri che ho condotto in prima persona in stretto rapporto con la Fiom. Del resto la mia elezione alla Camera è avvenuta nell’ambito di un percorso pluridecennale di impegno politico che si è realizzato nei movimenti e nel territorio, nella fabbrica, nelle istanze sindacali, nella direzione del Partito a livello provinciale, nelle istituzioni locali e, successivamente, nella direzione del Partito a livello regionale fino alla primavera del 2013.

 

Il momento attuale offre scenari molto bui per il futuro dei giovani, dei proletari e dei sottoproletari e persino per le donne. Avevamo ottenuto conquiste importanti che in gran parte sono già state smantellate e altre, fondamentali, che sono minacciate sia dagli ultimi governi sia dai giornali, dalle televisioni, da certi movimenti d’opinione. Vedi una speranza per il futuro?

 

S: Da tempo ho superato quella interpretazione un po’ meccanicistica del marxismo secondo la quale la maturazione delle contraddizioni insite nel modo di produzione capitalistico avrebbe inevitabilmente portato al comunismo. Oggi penso che il comunismo sia “solo” una possibilità. Detto questo però penso anche che il comunismo sia anche una necessità senza la quale il capitalismo farà sprofondare l’umanità in un futuro di guerre, povertà, sfruttamento, razzismo, distruzione dell’ambiente. Insomma l’alternativa è davvero quella indicata a suo tempo da Rosa Luxemburg: “Socialismo o barbarie”. Quindi, alla tua domanda sul futuro ti risponderei facendo mie (si parva licet) le parole di Gramsci: “ Sono pessimista con l’intelligenza, ma ottimista per la volontà”.

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