La mia militanza in Lotta Continua



(La foto del post è della contromanifestazione a Verona del 31 marzo 2019 per il Family Day indetto da Pillon)

Rita Orecchio

(Direttivo Provinciale ANPI di Pordenone)

 

Raccontare la mia militanza politica in Lotta Continua, su gentile invito di Paolo Luporini, è un compito arduo e piacevole al tempo stesso. Arduo, perché mi costringe ad uno sforzo di memoria notevole, visto che sono passati circa 50 anni da quando ho varcato a La Spezia la porta della prima sede dell’organizzazione più simpatica, più allegra, più spontaneista, più eterogenea, più lucida della sinistra extraparlamentare degli anni ’70. Ovviamente, i giudizi sono soggettivi, decisamente di parte, visto che ero una giovane ed entusiasta militante di quella organizzazione. Il compito sarà anche piacevole, perché farà riaffiorare alla memoria momenti significativi e volti di compagne e di compagni splendidi, da cui ho imparato tanto, sia sul piano politico che su quello umano. Mi ritengo fortunata per aver vissuto quegli anni di intensa militanza, prima a La Spezia e poi in altre città.

Comincio dalla mia famiglia d’origine: mio padre era un magistrato militare, quindi non faceva certo salti di gioia nel sapere che la figlia frequentava gruppi estremisti ed era sempre piuttosto vaga e misteriosa riguardo alle sue attività. Anche mia mamma si chiedeva perché tornassi a casa con gli abiti sporchi d’inchiostro e non volessi organizzare insieme a lei una festa da ballo d’ingresso nella società per i miei 18 anni. Ma i miei genitori, pur essendo a tutti gli effetti appartenenti alla borghesia, erano sinceramente antifascisti , inoltre erano persone colte ed aggiornate, possedevano diversi libri (confesso di averne venduti alcuni per avere qualche soldo in più per me) e mi hanno dunque offerto molti stimoli culturali.

Ho frequentato le ultime due classi del Liceo Classico “Lorenzo Costa“ e poi, nell’anno accademico 1970- 1971, mi sono iscritta alla Facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Pisa, proprio negli anni in cui i docenti, tra cui ricordo Nicola Badaloni, Paolo Cristofolini e Remo Bodei, avevano una chiara impostazione marxista e tenevano corsi sulle opere di Marx ed Engels.

Diciamo quindi che il mio ingresso in LC non è stato dettato da contraddizioni oggettive, materiali, ma da una formazione politico-teorica già fortemente caratterizzata dal pensiero marxista. E poi, sul piano pratico, la militanza in LC è sicuramente nata dalla militanza precedente nel movimento degli studenti medi, che aveva dato vita al ’68 spezzino – e tutti aspettavamo con impazienza il libro di Giorgio Pagano e di Cristina Mirabella che documenta la storia di quel movimento – e la militanza nel gruppo di Potere Operaio, che aveva la sua sede in Via Aldo Ferrari, nel famoso fondo di Franco Pisano.

Ricordo i vari settori d’intervento. Innanzi tutto le fabbriche. Facevamo un intervento continuo e regolare davanti alle fabbriche metalmeccaniche ed ai cantieri della città. Ricordo anche che ci preparavamo per questo tipo di intervento. Paolo Ratti organizzò una specie di scuola quadri dove analizzava le varie voci della busta paga di un operaio, spiegava a noi studenti cosa era il cottimo, come si articolava l’organizzazione capitalistica del lavoro, quali erano le caratteristiche delle fabbriche spezzine… Per il volantinaggio e la vendita del giornale, ci dividevamo le fabbriche. A me era stata assegnata la TERMOMECCANICA, gli altri andavano alla SAN GIORGIO e all’OTO MELARA. Portavamo i volantini alla mattina presto, al turno delle 6, e poi alle 7. Nell’intervallo prendevamo un caffè nel baretto vicino alle fabbriche, di cui non ricordo il nome. Finita la distribuzione, si tornava in città, costeggiando la zona del porto; io tornavo a casa, case di fortuna, perché nel frattempo i miei si erano trasferiti a Verona, e iniziavo a studiare per gli esami universitari. Riuscivo quindi senza difficoltà a conciliare la militanza con gli impegni di studio.

Tornavamo davanti alle fabbriche nel pomeriggio, all’uscita del turno, per vendere il nostro giornale, io sempre alla Termomeccanica. Ricordo che gli operai uscivano, si fermavano, compravano il giornale e tutto questo suscitava l’invidia dei compagni di Lotta Comunista, che si posizionavano di fronte a me, ma che incontravano maggiori difficoltà a vendere la loro rivista.

Sostenevano che era scorretto, da parte dei compagni di L.C., mandare noi ragazze (Fiorella, Cristiana ed io) davanti alle fabbriche, secondo loro gli operai compravano il nostro giornale perché preferivano noi a loro, che peraltro erano giovani militanti palestrati e di gradevole aspetto.

L’intervento nelle fabbriche era per noi di vitale importanza, sia per la nostra impostazione operaista che ci portava naturalmente davanti alle fabbriche, sia perché a La Spezia vi era una classe operaia vivace, autonoma, in grado di scendere in piazza con cortei spontanei, e che quindi rispondeva con curiosità ed interesse al nostro intervento politico fuori dai cancelli. Certo, vi erano situazioni più difficili, per esempio in alcuni cantieri, dove gli operai erano molto più inquadrati nella linea del PCI e del Sindacato e che apostrofavano i militanti dei gruppi con frasi del tipo “Cavellon, va’ a lavorar, vagabondo!”.

La mia militanza, nei primi anni ’70, si svolgeva soprattutto a La Spezia. Quando andavo a Pisa per frequentare i corsi o per dare qualche esame, seguivo saltuariamente l’intervento politico dei compagni di LC in facoltà ed andavo a volantinare alla Piaggio di Pontedera, altra realtà operaia molto vivace. L’operaismo, come articolazione teorica, e l’intervento operaio, come prassi politica, sono stati per me dei riferimenti fissi, a tal punto che su consiglio di un compagno ho scritto la mia tesi di laurea su Raniero Panzieri e i Quaderni Rossi.

Altro terreno di intervento erano i quartieri popolari: ricordo i volantinaggi e la vendita del giornale la domenica mattina a Rebocco, a Migliarina e al Favaro. Un dato positivo era sicuramente la capacità d’individuare le emergenze, i problemi, le esigenze degli operai e della gente dei quartieri e di saper dare delle risposte tempestive. Subito si scriveva il volantino, subito si distribuiva, subito ci calavamo nella realtà, a contatto con le persone.

In sede (ne abbiamo avute diverse) lavoravamo, ciclostilavamo, preparavamo manifesti, striscioni… ma anche ridevamo, scherzavamo, ci divertivamo. Ripensandoci, passavamo molte ore insieme, era uno stile di vita collettivo, comunitario, stimolante, bello. Tolte le ore di studio, ero sempre con le compagne ed i compagni di Lotta Continua. Andavamo anche al mare insieme, andavamo in montagna, viaggiavamo… la sera ci ritrovavamo al bar Roma insieme ai giovani degli altri gruppi. Una stagione felice, anche dal punto di vista esistenziale.

Ricordo il convegno di Bologna “Riprendiamoci la città”. Lo spirito rivoluzionario usciva dalle fabbriche e dilagava nei quartieri, alla ricerca di una qualità migliore della vita “in fabbrica e fuori”, come recitava una nostra canzone.

A questo punto mi riallaccio ad un altro campo di intervento, quello culturale. Eravamo creativi, tra di noi c’erano compagni bravi dal punto di vista grafico, tra l’altro il logo di LC è stato considerato uno dei loghi più belli della storia della sinistra. E poi abbiamo creato a La Spezia un vero e proprio Canzoniere, su imitazione del Canzoniere Pisano di Pino Masi. Ne ha parlato Diego Sanlazzaro in “Rock, ribelli ed avanguardia”. Abbiamo presentato due spettacoli, uno sulla Resistenza ed uno sul golpe in Cile, spettacoli che oggi verrebbero definiti multimediali, con musica, canzoni di lotta, diapositive, testi… Spettacoli che hanno riscosso un notevole successo di pubblico quando li abbiamo presentati in un teatro e in piazza Brin. Eravamo Valeria, Emilia, Sergio Scontrini, Sergio Olivieri, Davide, Maurizio Cavalli ed io. A me, visto che ero e sono stonata, era affidato il compito di leggere i testi. Solo a fine spettacolo, con l’ultima canzone, quando era ormai certo del successo ottenuto ed il pubblico applaudiva, Sergio Olivieri mi passava scherzosamente il microfono.

Quando a La Spezia sono iniziate le lotte sociali contro il carovita, io mi ero trasferita a Verona a casa dei miei per concentrarmi sulla tesi di laurea. Ed ho quindi vissuto quella fase e la fase della presa di coscienza femminista insieme alle compagne ed ai compagni di LC di Verona. Ricordo poco dell’organizzazione dei mercatini rossi nei quartieri popolari dove vendevamo carne e verdura a prezzi contenuti.

Ricordo invece con precisione l’inizio della militanza femminista, all’interno della militanza in LC. Ritornavamo da una manifestazione a Milano ed una compagna m’invitò alla prima riunione di donne. Cominciammo quindi le prime riunioni “separate”, dove iniziammo la pratica dell’autocoscienza. Frequentavamo il Coordinamento di donne, composto dai collettivi femministi legati ai vari gruppi della sinistra extraparlamentare e dai gruppi femministi “puri”.

Io non mi ero mai sentita “l’angelo del ciclostile”, non sentivo quando ero a La Spezia una scissione tra me e la mia militanza nel gruppo, mi sentivo un tutt’uno, per l’elaborazione teorica mi affidavo a compagni più competenti. A Verona, nel gruppo delle donne, mi sono resa conto che i compagni più competenti erano… tutti maschi e che ovunque, nella società, a scuola, all’università, nei gruppi, noi donne avevamo poco spazio per emergere e per crescere, intervenivamo poco, ci venivano affidate più che altro mansioni pratiche. Abbiamo quindi preso coscienza delle nostre potenzialità ed abbiamo iniziato un percorso tutto nostro. Proprio in quel periodo, era il 1976, vi fu a Verona un processo per stupro, che noi compagne femministe del coordinamento trasformammo in processo politico, sostenendo attivamente la vittima e contestando gli interrogatori a porte chiuse. Fu un esempio di pratica femminista molto significativo, che ci fece prendere coscienza della violenza di genere e della forza che le donne potevano mettere in campo se si univano.

Ricordo una manifestazione di sole donne, l’8 marzo 1976, a Verona. Quel giorno nevicava, eravamo un po’ tese per la riuscita della manifestazione e per le possibili provocazioni da parte dei fascisti, a tal punto da dover organizzare un servizio d’ordine al femminile . Devo aprire una parentesi. Mentre a La Spezia le provocazioni fasciste erano poche, perché la vigilanza dei servizi d’ordine funzionava bene ed il contesto generale era chiaramente e tradizionalmente antifascista, a Verona la situazione era opposta: i picchiatori fascisti agivano indisturbati e noi compagne e compagni ci siamo trovati più volte in situazioni pericolose. Malgrado ciò, noi compagne femministe di Lotta Continua, che nel Coordinamento eravamo evidentemente individuate come le più “ toste”, qualche sera partivamo impavide, armate di bombolette spray, per coprire le scritte fasciste sui muri rivolte contro di noi (“Se vedi un punto rosa, spara a vista, o è una saponetta o è una femminista”).

E poi abbiamo organizzato nei quartieri delle feste delle donne molto animate, con musica, canzoni, “giornali parlati”, che erano spettacoli, diretti e recitati da noi, che prendevano spunto da notizie di cronaca e mettevano in scena la condizione femminile. Al buffet pensavamo noi insieme con le nostre mamme; mia madre per esempio dava il suo contributo preparando un’ottima torta all’ananas. Ricordo la campagna elettorale del 1976, tutta al femminile, condotta insieme alle femministe degli altri gruppi nei quartieri popolari di Verona, con volantini e documenti che parlavano di mense e di lavanderie di quartiere, viste come soluzioni concrete per superare la fatica e l’isolamento del lavoro di cura che gravava sulla donna.

Di tutta questa stagione esaltante ed intensa mi rammarico solo di una cosa, di non aver conservato volantini, documenti, foto, numeri di giornale, andati irrimediabilmente persi nei miei numerosi traslochi. E ciò rende la ricostruzione dei fatti sicuramente più faticosa.

Ma veniamo all’oggi. Qual è il compito di noi ex sessantottini, ex militanti di Lotta Continua, di noi femministe, ex lavoratrici ed ora pensionate attive in vari settori? Visto il momento politico non certo esaltante, credo che il compito principale sia quello di resistere, continuare a lottare - per questo il nostro gruppo si chiamava Lotta Continua, e il nome non era una semplice metafora - contro i rigurgiti fascisti, contro il razzismo, contro i populismi, contro gli attacchi alla democrazia e alla Costituzione, contro gli attacchi a diritti già acquisiti. E passare il testimone alle nuove generazioni che ci guardano con curiosità e con un misto di rispetto e tenerezza…

 

5 maggio 2019     Rita Orecchio

 

La campagna social #RaccontiamolaResistenza, avviata dall’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e dagli altri 65 istituti della rete il 29 marzo su Facebook, Twitter e Instragram, prosegue a ritmo serrato verso il grande appuntamento del #25 aprile 2020. Moltissimi i contributi video, audio e testi pubblicati sulla pagina fb, anche da singoli cittadini, gruppi e enti locali. Caritas-Cri, Anpi-Repubblica tv, Istituto Cervi, insieme ai testimonial Eraldo Affinati, Silvia Avallone, Roberta Biagiarelli, Claudio Bisio, Vinicio Capossela, Daria Colombo, Ferruccio De Bortoli, Maurizio De Giovanni, Paolo Di Paolo, Giorgio Diritti, Gad Lerner, Carlo Lucarelli, Maurizio Maggiani, Valerio Massimo Manfredi, Modena City Ramblers, Michela Murgia, Murubutu, Paolo Nori, Patrizio Roversi, Igiaba Scego, Antonio Scurati, Mario Tozzi, Roberto Vecchioni, Julio Velasco, Pamela Villoresi, Yo Yo Mundi, Massimo Zamboni… e molti altri, s’incontrano ogni giorno sulla pagina fb @RaccontiamolaResistenza ! E ricordate che il 18 aprile sarà dedicato agli scioperi preinsurrezionali del 1945, e che il 25 alle 9 inizierà la nostra maratona staffetta tra gli istituti, da Catania a Trieste, per raccontare la liberazione di tutto il paese. Restiamo a casa ma festeggiamo comunque insieme il 25 Aprile!

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