La mia militanza in Lotta Continua
(Direttivo
Provinciale ANPI di Pordenone)
Raccontare la mia
militanza politica in Lotta Continua, su gentile invito di Paolo Luporini, è un
compito arduo e piacevole al tempo stesso. Arduo, perché mi costringe ad uno
sforzo di memoria notevole, visto che sono passati circa 50 anni da quando ho varcato
a La Spezia la porta della prima sede dell’organizzazione più simpatica, più
allegra, più spontaneista, più eterogenea, più lucida della sinistra
extraparlamentare degli anni ’70. Ovviamente, i giudizi sono soggettivi,
decisamente di parte, visto che ero una giovane ed entusiasta militante di
quella organizzazione. Il compito sarà anche piacevole, perché farà riaffiorare
alla memoria momenti significativi e volti di compagne e di compagni splendidi,
da cui ho imparato tanto, sia sul piano politico che su quello umano. Mi
ritengo fortunata per aver vissuto quegli anni di intensa militanza, prima a La
Spezia e poi in altre città.
Comincio dalla mia
famiglia d’origine: mio padre era un magistrato militare, quindi non faceva
certo salti di gioia nel sapere che la figlia frequentava gruppi estremisti ed
era sempre piuttosto vaga e misteriosa riguardo alle sue attività. Anche mia
mamma si chiedeva perché tornassi a casa con gli abiti sporchi d’inchiostro e
non volessi organizzare insieme a lei una festa da ballo d’ingresso nella
società per i miei 18 anni. Ma i miei genitori, pur essendo a tutti gli effetti
appartenenti alla borghesia, erano sinceramente antifascisti , inoltre erano
persone colte ed aggiornate, possedevano diversi libri (confesso di averne
venduti alcuni per avere qualche soldo in più per me) e mi hanno dunque offerto
molti stimoli culturali.
Ho frequentato le
ultime due classi del Liceo Classico “Lorenzo Costa“ e poi, nell’anno
accademico 1970- 1971, mi sono iscritta alla Facoltà di Filosofia
dell’Università degli Studi di Pisa, proprio negli anni in cui i docenti, tra
cui ricordo Nicola Badaloni, Paolo Cristofolini e Remo Bodei, avevano una
chiara impostazione marxista e tenevano corsi sulle opere di Marx ed Engels.
Diciamo quindi che il
mio ingresso in LC non è stato dettato da contraddizioni oggettive, materiali,
ma da una formazione politico-teorica già fortemente caratterizzata dal
pensiero marxista. E poi, sul piano pratico, la militanza in LC è sicuramente
nata dalla militanza precedente nel movimento degli studenti medi, che aveva
dato vita al ’68 spezzino – e tutti aspettavamo con impazienza il libro di
Giorgio Pagano e di Cristina Mirabella che documenta la storia di quel
movimento – e la militanza nel gruppo di Potere Operaio, che aveva la sua sede
in Via Aldo Ferrari, nel famoso fondo di Franco Pisano.
Ricordo i vari
settori d’intervento. Innanzi tutto le fabbriche. Facevamo un intervento
continuo e regolare davanti alle fabbriche metalmeccaniche ed ai cantieri della
città. Ricordo anche che ci preparavamo per questo tipo di intervento. Paolo
Ratti organizzò una specie di scuola quadri dove analizzava le varie voci della
busta paga di un operaio, spiegava a noi studenti cosa era il cottimo, come si
articolava l’organizzazione capitalistica del lavoro, quali erano le
caratteristiche delle fabbriche spezzine… Per il volantinaggio e la vendita del
giornale, ci dividevamo le fabbriche. A me era stata assegnata la TERMOMECCANICA,
gli altri andavano alla SAN GIORGIO e all’OTO MELARA. Portavamo i
volantini alla mattina presto, al turno delle 6, e poi alle 7. Nell’intervallo
prendevamo un caffè nel baretto vicino alle fabbriche, di cui non ricordo il
nome. Finita la distribuzione, si tornava in città, costeggiando la zona del
porto; io tornavo a casa, case di fortuna, perché nel frattempo i miei si erano
trasferiti a Verona, e iniziavo a studiare per gli esami universitari. Riuscivo
quindi senza difficoltà a conciliare la militanza con gli impegni di studio.
Tornavamo davanti
alle fabbriche nel pomeriggio, all’uscita del turno, per vendere il nostro
giornale, io sempre alla Termomeccanica. Ricordo che gli operai uscivano, si
fermavano, compravano il giornale e tutto questo suscitava l’invidia dei
compagni di Lotta Comunista, che si posizionavano di fronte a me, ma che
incontravano maggiori difficoltà a vendere la loro rivista.
Sostenevano che era
scorretto, da parte dei compagni di L.C., mandare noi ragazze (Fiorella,
Cristiana ed io) davanti alle fabbriche, secondo loro gli operai compravano il
nostro giornale perché preferivano noi a loro, che peraltro erano giovani
militanti palestrati e di gradevole aspetto.
L’intervento nelle
fabbriche era per noi di vitale importanza, sia per la nostra impostazione
operaista che ci portava naturalmente davanti alle fabbriche, sia perché a La
Spezia vi era una classe operaia vivace, autonoma, in grado di scendere in
piazza con cortei spontanei, e che quindi rispondeva con curiosità ed interesse
al nostro intervento politico fuori dai cancelli. Certo, vi erano situazioni
più difficili, per esempio in alcuni cantieri, dove gli operai erano molto più
inquadrati nella linea del PCI e del Sindacato e che apostrofavano i militanti
dei gruppi con frasi del tipo “Cavellon, va’ a lavorar, vagabondo!”.
La mia militanza, nei
primi anni ’70, si svolgeva soprattutto a La Spezia. Quando andavo a Pisa per
frequentare i corsi o per dare qualche esame, seguivo saltuariamente
l’intervento politico dei compagni di LC in facoltà ed andavo a volantinare
alla Piaggio di Pontedera, altra realtà operaia molto vivace. L’operaismo, come
articolazione teorica, e l’intervento operaio, come prassi politica, sono stati
per me dei riferimenti fissi, a tal punto che su consiglio di un compagno ho
scritto la mia tesi di laurea su Raniero Panzieri e i Quaderni Rossi.
Altro terreno di
intervento erano i quartieri popolari: ricordo i volantinaggi e la vendita del
giornale la domenica mattina a Rebocco, a Migliarina e al Favaro. Un dato
positivo era sicuramente la capacità d’individuare le emergenze, i problemi, le
esigenze degli operai e della gente dei quartieri e di saper dare delle
risposte tempestive. Subito si scriveva il volantino, subito si distribuiva,
subito ci calavamo nella realtà, a contatto con le persone.
In sede (ne abbiamo
avute diverse) lavoravamo, ciclostilavamo, preparavamo manifesti, striscioni…
ma anche ridevamo, scherzavamo, ci divertivamo. Ripensandoci, passavamo molte
ore insieme, era uno stile di vita collettivo, comunitario, stimolante, bello.
Tolte le ore di studio, ero sempre con le compagne ed i compagni di Lotta
Continua. Andavamo anche al mare insieme, andavamo in montagna, viaggiavamo… la
sera ci ritrovavamo al bar Roma insieme ai giovani degli altri gruppi. Una
stagione felice, anche dal punto di vista esistenziale.
Ricordo il convegno
di Bologna “Riprendiamoci la città”. Lo spirito rivoluzionario usciva dalle
fabbriche e dilagava nei quartieri, alla ricerca di una qualità migliore della
vita “in fabbrica e fuori”, come recitava una nostra canzone.
A questo punto mi
riallaccio ad un altro campo di intervento, quello culturale. Eravamo creativi,
tra di noi c’erano compagni bravi dal punto di vista grafico, tra l’altro il
logo di LC è stato considerato uno dei loghi più belli della storia della sinistra.
E poi abbiamo creato a La Spezia un vero e proprio Canzoniere, su
imitazione del Canzoniere Pisano di Pino Masi. Ne ha parlato Diego
Sanlazzaro in “Rock, ribelli ed avanguardia”. Abbiamo presentato due
spettacoli, uno sulla Resistenza ed uno sul golpe in Cile, spettacoli che oggi
verrebbero definiti multimediali, con musica, canzoni di lotta, diapositive,
testi… Spettacoli che hanno riscosso un notevole successo di pubblico quando li
abbiamo presentati in un teatro e in piazza Brin. Eravamo Valeria, Emilia,
Sergio Scontrini, Sergio Olivieri, Davide, Maurizio Cavalli ed io. A me, visto
che ero e sono stonata, era affidato il compito di leggere i testi. Solo a fine
spettacolo, con l’ultima canzone, quando era ormai certo del successo ottenuto
ed il pubblico applaudiva, Sergio Olivieri mi passava scherzosamente il
microfono.
Quando a La Spezia
sono iniziate le lotte sociali contro il carovita, io mi ero trasferita a
Verona a casa dei miei per concentrarmi sulla tesi di laurea. Ed ho quindi
vissuto quella fase e la fase della presa di coscienza femminista insieme alle
compagne ed ai compagni di LC di Verona. Ricordo poco dell’organizzazione dei
mercatini rossi nei quartieri popolari dove vendevamo carne e verdura a prezzi
contenuti.
Ricordo invece con
precisione l’inizio della militanza femminista, all’interno della militanza in
LC. Ritornavamo da una manifestazione a Milano ed una compagna m’invitò alla
prima riunione di donne. Cominciammo quindi le prime riunioni “separate”, dove iniziammo
la pratica dell’autocoscienza. Frequentavamo il Coordinamento di donne,
composto dai collettivi femministi legati ai vari gruppi della sinistra
extraparlamentare e dai gruppi femministi “puri”.
Io non mi ero mai
sentita “l’angelo del ciclostile”, non sentivo quando ero a La Spezia una
scissione tra me e la mia militanza nel gruppo, mi sentivo un tutt’uno, per
l’elaborazione teorica mi affidavo a compagni più competenti. A Verona, nel
gruppo delle donne, mi sono resa conto che i compagni più competenti erano…
tutti maschi e che ovunque, nella società, a scuola, all’università, nei
gruppi, noi donne avevamo poco spazio per emergere e per crescere,
intervenivamo poco, ci venivano affidate più che altro mansioni pratiche.
Abbiamo quindi preso coscienza delle nostre potenzialità ed abbiamo iniziato un
percorso tutto nostro. Proprio in quel periodo, era il 1976, vi fu a Verona un
processo per stupro, che noi compagne femministe del coordinamento trasformammo
in processo politico, sostenendo attivamente la vittima e contestando gli
interrogatori a porte chiuse. Fu un esempio di pratica femminista molto
significativo, che ci fece prendere coscienza della violenza di genere e della
forza che le donne potevano mettere in campo se si univano.
Ricordo una
manifestazione di sole donne, l’8 marzo 1976, a Verona. Quel giorno nevicava,
eravamo un po’ tese per la riuscita della manifestazione e per le possibili
provocazioni da parte dei fascisti, a tal punto da dover organizzare un
servizio d’ordine al femminile . Devo aprire una parentesi. Mentre a La Spezia
le provocazioni fasciste erano poche, perché la vigilanza dei servizi d’ordine
funzionava bene ed il contesto generale era chiaramente e tradizionalmente
antifascista, a Verona la situazione era opposta: i picchiatori fascisti
agivano indisturbati e noi compagne e compagni ci siamo trovati più volte in
situazioni pericolose. Malgrado ciò, noi compagne femministe di Lotta Continua,
che nel Coordinamento eravamo evidentemente individuate come le più “ toste”,
qualche sera partivamo impavide, armate di bombolette spray, per coprire le
scritte fasciste sui muri rivolte contro di noi (“Se vedi un punto rosa, spara
a vista, o è una saponetta o è una femminista”).
E poi abbiamo
organizzato nei quartieri delle feste delle donne molto animate, con musica,
canzoni, “giornali parlati”, che erano spettacoli, diretti e recitati da noi,
che prendevano spunto da notizie di cronaca e mettevano in scena la condizione
femminile. Al buffet pensavamo noi insieme con le nostre mamme; mia madre per
esempio dava il suo contributo preparando un’ottima torta all’ananas. Ricordo
la campagna elettorale del 1976, tutta al femminile, condotta insieme alle
femministe degli altri gruppi nei quartieri popolari di Verona, con volantini e
documenti che parlavano di mense e di lavanderie di quartiere, viste come
soluzioni concrete per superare la fatica e l’isolamento del lavoro di cura che
gravava sulla donna.
Di tutta questa
stagione esaltante ed intensa mi rammarico solo di una cosa, di non aver
conservato volantini, documenti, foto, numeri di giornale, andati
irrimediabilmente persi nei miei numerosi traslochi. E ciò rende la
ricostruzione dei fatti sicuramente più faticosa.
Ma veniamo all’oggi.
Qual è il compito di noi ex sessantottini, ex militanti di Lotta Continua, di
noi femministe, ex lavoratrici ed ora pensionate attive in vari settori? Visto
il momento politico non certo esaltante, credo che il compito principale sia
quello di resistere, continuare a lottare - per questo il nostro gruppo si
chiamava Lotta Continua, e il nome non era una semplice metafora - contro i
rigurgiti fascisti, contro il razzismo, contro i populismi, contro gli attacchi
alla democrazia e alla Costituzione, contro gli attacchi a diritti già
acquisiti. E passare il testimone alle nuove generazioni che ci guardano con
curiosità e con un misto di rispetto e tenerezza…
5 maggio 2019 Rita Orecchio

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