We Shall Not Be Moved



12 dicembre 1974 La Spezia – Il Collettivo Franceschi all’Unione Fraterna

Da sinistra Rudi Veo, Vincenzo De Liddi, Giovanni Sturmann, Gian Paolo Ragnoli (Giambo) (Foto Stefano De Ferrari)


Gian Paolo Ragnoli

Un ricordo del Collettivo Franceschi



Avevamo un gruppo in quegli anni, l’avevamo fondato poco dopo l’assassinio di Roberto, e in suo ricordo si chiamava Collettivo Franceschi.

Era un collettivo un po’ bizzarro, in parte gruppo musicale, che proponeva canzoni politiche e popolari, prevalentemente dal patrimonio popolare americano, pesantemente influenzati come eravamo da Woody Guthrie e dagli Stormy Six, e canzoni originali, che alcuni di noi cominciavano a scrivere; in parte anche collettivo politico, che si muoveva in autonomia (con la minuscola…) tra le organizzazioni politiche dell’allora “nuova sinistra”.

Durammo un paio d’anni, tra il 1974 e il giugno 1976, prima di scioglierci nel tumultuoso movimento di quel tempo.

Ci vedevamo a volte in una vecchia pizzeria di Mazzetta che noi chiamavamo Belfast, visto che si trovava sotto a un palazzo mezzo diroccato, sembrava una zona di guerra... altre volte all'Inferno, al pomeriggio deserto, oppure da Stelvio, dove tra uova sode appartenenti a una lontana era geologica, acciughe in scabeccio e numerosi bicchieri le discussioni incrociavano il personale, il politico, il musicale e il surreale, fino a quando Rudi non prendeva la chitarra e tra Dylan, CSN&Y e De Gregori si arrivava inevitabilmente al Guccini di E un altro giorno è andato.

Il Collettivo era una struttura semplice, c'eravamo noi tre, Rudi, Giovanni e io, e insieme a noi, di volta in volta, c'erano i nostri amici, oppure musicisti interessati a quello che cercavamo di fare, o militanti di Lotta Continua che avevano più interessi e curiosità di quanto fosse consentito e anche giovani studenti del liceo scientifico che consideravano Rudi e Giovanni due “star” alternative.

Non esistevano strutture formali, quando si decideva una scadenza, politica o musicale che fosse, chi era interessato si faceva avanti per collaborare. Per fare un esempio, l'organico del Collettivo nei concerti che tenemmo oscillava tra i nove sul palco della Festa della Primavera, marzo 1976, ai due che chiusero la campagna elettorale di Dp ai primi di giugno dello stesso anno. All'inizio in genere eravamo noi tre, ma appena possibile aggiungevamo un percussionista, o un'elettrica, o un basso, o un mandolino, ci piaceva variare la tavolozza e ci piaceva soprattutto la condivisione, ai nostri concerti cercavamo sempre di far suonare anche altri che condividevano il nostro modo di fare le cose, fossero gruppi oppure solisti.

Quando si trattava invece di litigare con i gruppi politici per rivendicare pari dignità nel dire la nostra e la volontà di non voler essere solo “Quelli che suonano il piffero per la rivoluzione” eravamo quasi sempre noi tre, ma a volte mi è capitato di farlo anche da solo, in fondo ero la faccia più conosciuta, il “sessantottino”, su quella bicicletta toccava a me pedalare...

Se dovessi dire cos'era che teneva insieme il Collettivo, al di là delle opinioni politiche e/o dei gusti musicali, le une e gli altri vicine ma non identiche, direi fossero l'amicizia e l'affetto tra di noi. Rudi e Giovanni erano già amici, li ho incontrati quasi contemporaneamente e ho subito sentito una vicinanza difficilmente spiegabile razionalmente. Per quanto possa sembrare fuori luogo e bizzarro vorrei dire che stavamo insieme e insieme facevamo musica e politica perché ci volevamo bene.

E che alla fine, volgendo indietro lo sguardo al tempo passato, è questo che mi appare come la cosa più importante.

"la nostra città è un vecchio castello di sabbia

e le onde la stanno abbattendo".

Sono gli ultimi versi di una canzone dell'I.R.A. Leaving Belfast Town, che cantavamo allora, l'avevamo imparata dagli Stormy Six, e, come tante altre cose dette, fatte, pensate, immaginate in quegli anni, non l'abbiamo dimenticata.

Il vecchio mondo contro cui ci battevamo si è dissolto, sostituito però da uno se possibile ancora più ingiusto, spietato, feroce.

Anche la nostra gioventù da un bel pezzo è passata e i sogni che ci spartivamo, insieme alle Moretti da 66cl, al bianco sfuso di Stelvio, alle cartine arrotolate al “Curvone” o al “Giardino del manicomio” non si sono realizzati, possiamo però serenamente dire che ci abbiamo provato e abbiamo sventolato la bandiera dell'immaginazione fino a che ci è stato possibile.

E tanti anni dopo siamo ancora qui, invecchiati, incanutiti e con parecchie illusioni in meno, ma sempre, ostinatamente, dalla stessa parte.

 

“Con le parole declamate da Giambo essi esprimevano le angosce e i dubbi di tutta una generazione. Parole che andavano pur dette, e che molti volevano ascoltare. Interpretavano l'ardore e il coraggio collettivo. Loro, i ragazzi del Collettivo, ritratti fedeli di giovani idealisti con la voglia di cambiare il mondo.

Chissà se allora avrebbero scommesso anche solo mille lire che la loro amicizia, in mezzo a litigi, abbracci, figli, matrimoni e separazioni, sarebbe durata anche dopo i giorni della contestazione. La loro amicizia, come certe canzoni. Che ti si appiccicano all'anima e non le stacchi più.”.

(Diego Sanlazzaro, Rock, ribelli e avanguardie)

 

Grazie Diego, non avrei saputo dirlo meglio.

 

 

Giambo, one of the boys

Commenti

  1. E' il quarto post del blog. Occupa un posto un po' speciale questa storia perché Giambo è un compagno un po' speciale. Dopo tutti questi tanti anni non ci conosciamo ancora bene ma riusciamo subito a capirci al volo.
    Al resto dei lettori del blog vorrei dire che il blog è fatto apposta per il copia-incolla e, se l'impaginazione non vi piace, potete sfruttare l'app Documenti del vostro smartphone, iPhone o tablet e formattarvi il testo come più vi aggrada, con rientri, interlinee e caratteri a piacimento.

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