11 giugno 1919 - Quando a Spezia è venuto Lenìn
“Le
storie non sono che asce di guerra da disseppellire"
(Wu Ming)
“Ero una ragazzina ma
c’ero anch’io quando a Spezia è venuto Lenin”. Anzi, Lenìn, con l’accento sulla
"i"; così l’aveva detto quel nome. Erano gli anni Settanta e non
ricordo perché me lo disse. Forse perché nella memoria degli anziani i ricordi
dell’infanzia e dell’adolescenza sono quelli che riemergono con più facilità o
forse perché aveva solo voglia di dirlo a me, allora giovane della sinistra
extraparlamentare che parlavo molto di Lenin e dintorni. C'era però qualcosa
che non mi tornava: Lenin a Spezia non c’era mai stato! Nel suo peregrinare da
esule, prima di diventare il capo di una rivoluzione vittoriosa, era stato in
Italia; c’è anche una fotografia che lo ritrae a Capri che gioca a scacchi. Ma
a Spezia non l’avevo mai letto da nessuna parte né mai l’avevo sentito dire che
ci fosse stato. Anzi, fosse “venuto”, come mi aveva detto lei. Poi ho “capito”,
avevo torto io: in un giorno di giugno del 1919 Lenìn a Spezia c’era “venuto”
davvero.
“Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame
la povera gente egualmente.”
La guerra era finita,
l’Italia aveva “vinto” e a Parigi i capi dei governi discutevano dei nuovi
confini e delle sanzioni da far pagare agli sconfitti. Ovunque era miseria
nera, ma non per tutti. Di certo non per quelli che la guerra l’avevano voluta,
ci si erano arricchiti e che adesso volevano continuare ad arricchirsi, ancora.
Le fabbriche, che dovevano passare dalla produzione per la guerra a quella per
la “pace”, lasciavano a casa gli operai e i prezzi della roba da mangiare
andavano sempre più su perché così volevano gli speculatori, i grossisti e
anche i commercianti. I pescecani però un po’ di paura l’avevano perché quelli
che facevano la fame avevano visto che in un paese lontano morti di fame come
loro si erano ribellati e avevano vinto. In tutta Europa i lavoratori, un
pensierino di fare come in Russia, lo stavano facendo e i più audaci avevano
anche cominciato a provarci, in Germania, in Austria, in Ungheria, da tutte le parti. E anche in Italia era così. Ovunque c’era aria di rivolta; si aspettava
solo che la scintilla scoccasse da qualche parte. I libri che parlano di quel
periodo lo dicono: nell’estate del 1919 da Spezia partì una scintilla che
poteva incendiare tutto. Dopo Spezia la sommossa è dilagata ovunque tanto da
far pensare che fosse arrivato il momento di quella rivoluzione che il Partito
- quello socialista - prometteva come imminente senza nulla fare per
organizzarla davvero.
“Se arriverà Lenin, faremo una gran festa …….”
(canzone popolare del Biennio rosso)
Con l’arrivo dell’Arsenale, in pochi anni Spezia era diventata una città e adesso c’erano le fabbriche, la Vickers-Terni, la Cerpelli, l’Ansaldo e gli operai erano migliaia, organizzati nella Camera del Lavoro confederale i più ma anche nell’Usi dove erano finiti tanti di quelli che si erano stancati di aspettare. I prezzi salivano sempre e i salari non ce la facevano a stargli dietro così l’8 giugno in migliaia sono per strada con la Camera del Lavoro, l’Usi, la sezione socialista e gli anarchici.
La manifestazione è forte e la Commissione dei lavoratori riesce ad ottenere dalle autorità il calmiere dei prezzi e addirittura la riduzione di quelli di alcuni generi alimentari. I grossisti non ci stanno, i negozi chiudono, fanno la serrata. La mattina dell’11 giugno gli operai che vanno a lavorare vedono il mercato ortofrutticolo vuoto, gruppi di commercianti bloccano i carri di generi alimentari provenienti da Massa e distruggono la merce piuttosto che farla arrivare in città. La voce di quanto accade corre nelle officine; il lavoro si ferma ovunque. Il corteo è imponente; le cronache parlano di 15.000 persone che si riversano per le vie del centro. Gli operai delle fabbriche guidano la protesta alla quale si unisce la gente dei quartieri; una fiumana di popolo in rivolta. Si va davanti al Comune, che allora non è in Piazza Europa ma sta in quella che adesso si chiama Piazza Beverini. Lì, in quella piazza, si decide lo sciopero generale a oltranza, fino a che i negozi non riapriranno e i prezzi non saranno ridotti davvero. Poi la situazione precipita. Comincia qualche sassaiola contro i negozi chiusi e si sentono colpi d’arma da fuoco; non è chiaro cosa sia successo, ma sembra che da una finestra si sia sparato sulla folla. Secondo ricostruzioni successive, a sparare sarebbe stato Uberto, un commerciante allora molto noto in città, proprietario di un negozio di tessuti che la folla stava assaltando.
Negli anni del fascismo, Uberto divenne il Presidente dell’associazione dei commercianti fascisti della Spezia. La rivolta adesso dilaga: i negozi sono presi d’assalto e le saracinesche divelte. Decine di proletari – uomini e donne, giovani e anziani, adulti e bambini - entrano nei negozi e si prendono quello che c’è. Non può durare, dopo un po’ arrivano i soldati e l’ordine degli ufficiali è perentorio: sparare. Dalla truppa però non parte un colpo perché i soldati si rifiutano di sparare. Non so se fossero della Fanteria o della Marina, ma “le idee di rivolta” erano arrivate anche nelle caserme (per restare a Spezia, un anno dopo ventun marinai finiranno sotto processo con l’accusa di “complicità” nell’assalto alla Polveriera di Vallegrande - che era il deposito di armi della Regia Marina - tentato dagli anarchici nel giugno del 1920). Non si rifiutano di sparare invece i carabinieri che quel giorno a Spezia con i moschetti uccidono due operai dell’Arsenale, feriscono venticinque lavoratori. Tra gli operai però ce ne sono anche alcuni con delle pistole che rispondono a fuoco e un maresciallo è ferito. Il giorno dopo c’è un grande comizio e in piazza si decide che lo sciopero continua, a oltranza. La rivolta si estende alla provincia. Il pomeriggio del 13 giugno, a Santo Stefano, ancora i carabinieri intervengono per impedire un comizio di protesta contro l’eccidio di Spezia. L’anarchico Carnesecchi (che sarà ucciso a freddo proprio dai carabinieri in un agguato al Termo nella primavera del 1921; una vendetta per quanto accaduto a Santo Stefano) affrontò con queste parole il comandante del drappello: “Lei è nulla. Vada via. Autorità più non ve ne sono, comandiamo noi. Vogliamo fare quello che abbiamo fatto a Spezia”. Poi, dalle file dei manifestanti partono quattro colpi di pistola e due carabinieri stramazzano al suolo; uno non si rialzerà più. Spezia è messa sotto controllo militare e le vie sono pattugliate dalla cavalleria ma si segnalano anche episodi di fraternizzazione tra soldati e operai. Nonostante lo stato d’assedio, gli assalti ai negozi continuano: tutti quelli di Corso Cavour, che allora ostentavano lusso e ricchezze – cappellerie, calzolerie, pasticcerie, negozi di stoviglie, porcellane, vestiti, alimentari– sono svuotati. Molti commercianti vanno alla Camera del Lavoro e consegnano le chiavi dei loro esercizi. Alla Camera del Lavoro pare ci vadano anche alcuni marinai delle navi ormeggiate nel Porto militare per dire che gli equipaggi sono pronti a issare la bandiera rossa, come in Russia. Il 14 giugno arrivano a Spezia per tenere un grande comizio il deputato socialista Marangoni e il leader dell’Usi, l’anarchico Armando Borghi. In realtà i due vennero a Spezia per verificare la situazione e decidere quale sbocco dare al movimento. Ricorda Borghi: “Una sera notizie gravi ci vennero dalla Spezia. Un rappresentante di quel comitato d’azione venne a Bologna a chiedere il nostro intervento. Io riuscii a superare le difficolta per arrivare a La Spezia, e trovai la città in completa insurrezione. Il prefetto preparava le valigie. I marinai delle navi da guerra erano con i rivoluzionari. Presenziai una riunione del comitato d’azione composto delle diverse forze sovversive. Portai l’adesione dell’Unione Sindacale Italiana all’idea di ampliare il movimento. Ma che cosa avrebbe fatto la Confederazione Generale del Lavoro? Mentre il compagno Binazzi sosteneva energicamente che era l’ora di andare fino in fondo, un signore, che era entrato mentre Binazzi parlava, mi si accostò e mi disse: Non ti pare che quell’uomo sia matto? Era il deputato socialista, ex sindacalista, Guido Marangoni, che, non conoscendomi, esprimeva l’opinione prevalente fra i suoi colleghi. Fu deciso di mandare due commissari del comitato a Milano per avere istruzioni. Scelsero un socialista e un anarchico; questo ultimo un eccellente compagno, Cantarelli, che vive ancora profugo in Belgio. I due tornarono con questa risposta di Filippo Turati: “Non fate sciocchezze.”
Nella risposta di
Turati c’è tutta l’incapacità del Partito socialista di indicare una
prospettiva alla ribellione sociale che dilagava nel Paese. La componente
riformista, che faceva capo proprio a Turati, era impegnata nel “frenare” la
radicalizzazione delle masse con l’intento farne una leva da utilizzare nella
lotta istituzionale. Tuttavia, anche in quest’ambito, i riformisti si
rivelarono incapaci di costruire una proposta realistica che, come a un certo
punto balenò possibile in quegli anni, avesse uno sbocco di governo. D’altra
parte, la componente massimalista, che nel Partito socialista era
maggioritaria, illudeva i lavoratori nell’attesa di una messianica ora x che
non arrivava mai: a ogni occasione che avrebbe potuto essere l’avvio del moto insurrezionale,
i massimalisti rispondevano dicendo di stare pronti e che sarebbe stato per la
prossima volta… In realtà erano preda di un estremismo verbale fine a se’
stesso perché non vi accompagnavano alcuna preparazione dell’invocato esito
rivoluzionario. Viceversa andare fino in fondo, come proponeva Binazzi, voleva
dire estendere e radicalizzare il movimento verso uno sbocco insurrezionale. In
quello scenario però era una proposta “avventurista” perché le insurrezioni
vittoriose non sono mai solo “spontanee”, ma sono il risultato della spinta che
viene dal basso e di una tenace preparazione politica e organizzativa, quella
preparazione che né gli anarchici né i massimalisti, per ragioni diverse, erano
in grado di mettere in atto. In Russia l’aveva fatto il partito di Lenin, ma in
Italia quel partito non c’era e, quando venne costituito, era troppo gracile e
soprattutto ormai era troppo tardi. Nel racconto di Borghi c’è dunque tutta la
tragedia del “Biennio rosso”.
“La fase attuale della lotta di classe è
la fase che precede o la conquista del potere politico da parte del
proletariato… o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e
della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il
proletariato industriale e agricolo.”.
Privo d’indicazioni e senza alcuna prospettiva, lo sciopero finì il 17 giugno lasciando uno strascico di delusione e di risentimenti (la sezione socialista della Spezia criticò duramente “il pensiero troppo riformista del gruppo parlamentare”). Pochi giorni dopo il giornale spezzino “Il Libertario” fece una denuncia che forse, allora, passò quasi inosservata: durante i pattugliamenti i militari erano stati affiancati da “volontari”, “poliziotti civili”, come li chiamò il giornale di Pasquale Binazzi .
Erano, forse,
nazionalisti del movimento di Federzoni oppure giovanotti del Fascio spezzino
che era stato costituito poco prima; fatto sta che a Spezia era la prima uscita
pubblica della “guardia bianca”. Dopo la fine dello sciopero generale altre
prove attendevano il movimento operaio spezzino che nel luglio del 1919 aderì
in maniera forte allo sciopero internazionale di solidarietà con le Repubbliche sovietiche di Russia e Ungheria (quest’ultima, di lì a poco, sarà soffocata nel
sangue dalla controrivoluzione internazionale) e che toccò l’apice con
l’occupazione di tutte le fabbriche della città nel settembre del 1920, nelle
quali furono costituiti nuclei di Guardie Rosse in armi. Poi, malgrado momenti
eroici di resistenza anche armata, venne il riflusso sotto i colpi congiunti
della Guardia Regia, dei carabinieri e dello squadrismo che anche a Spezia si
rese protagonista di aggressioni, bastonature, distruzione di sedi delle
organizzazioni operaie, omicidi fino all’eccidio del gennaio del 1923 quando,
in due giorni, furono trucidati in diciannove (ma il numero preciso non è mai
stato accertato) tra socialisti, comunisti e anarchici; alcuni prelevati
nottetempo nelle loro case.
Il significato nazionale della rivolta spezzina contro il carovita è evidenziato in quasi tutti i testi che si riferiscono al periodo, tra i tanti, a puro titolo esemplificativo, Giorgio Candeloro “Storia dell’Italia moderna” vol. VIII, Feltrinelli e il più recente Fabio Fabbri “Le origini della guerracivile. L’Italia dalla Grande Guerra al fascismo 1918 – 1921”, UTET Le giornate della rivolta sono descritte in due libri di Antonio Bianchi “Storia del movimento operaio di La Spezia e Lunigiana”, Editori Riuniti e “Lotte sociali e dittatura in Lunigiana storica e Versilia 1919 - 1930”, Olshki editore, e nel già citato studio di Fabio Fabbri.
Le parole con le quali l’anarchico Carnesecchi apostrofa il maresciallo dei carabinieri a Santo Stefano sono riportate in una bozza di biografia del Carnesecchi reperibile in internet.
La
testimonianza di Armando Borghi è tratta dal libro autobiografico “Mezzo secolo d’anarchia”.

Molto utile e precisa la ricostruzione storica di Sergio Olivieri, sempre bravo e lucido nelle sue analisi
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