AVEVO VENT'ANNI NEL '68
Ma il
mio "personale '68" aveva cominciato a fermentare qualche anno prima,
intorno al 1966, l'anno del diploma.
Frequentavo
le aule del "Da Passano" (la scuola per "Ragionieri e Periti
Agrimensori"), con scarso entusiasmo e con risultati appena apprezzabili.
Ero
convintamente uno Scout dalla formazione religiosa approssimativa (non faceva
parte della mia educazione familiare) e senza tante domande. L'ideale del
"servizio verso il prossimo" e l'immagine dell'"uomo di
frontiera" (Il Presidente Kennedy, il cardiochirurgo Barnard, Thor
Eyerdahl e il Kon Tiki, gli astronauti dei primi viaggi nello spazio...) erano
i nostri miti e, in qualche modo, alcuni dei riferimenti del percorso educativo
che allora ci veniva proposto.
Erano
gli anni del grande fermento del mondo cattolico suscitato dal Concilio
Ecumenico quando ancora non si stava manifestando la "controriforma"
che in Liguria si sarebbe concretizzata con il potentissimo Cardinal Siri e
alla Spezia con il Vescovo Stella.
Ne
subirono le conseguenze tanti giovani preti che dovettero soffrire
emarginazione e vera e propria persecuzione al punto da dover lasciare il
sacerdozio.
Ma
questa è un'altra storia anche perché sarebbe avvenuta qualche anno dopo.
Lo
studio era impegnativo ma il "clima" non competitivo e, oserei dire,
cameratesco che si viveva in classe rendeva tutto non particolarmente faticoso
e talvolta persino divertente. Si studiava spesso insieme in casa dell'uno o
dell'altro ma dopo un po’ spuntavano le carte da gioco, qualcuno sentiva
musica, qualcuno dei più "avanti" usciva con "la donna",
gli sfigati come me rimanevano a studiare.
Memorabili
le "spedizioni speleologiche" nelle grotte di Quaratica e Pignone
tra una rendicontazione di partita doppia e una lezione di diritto
fallimentare...
Nel
1966 mi sorprese non poco un episodio scolastico di cui fu autore il preside
Angelo Gianni, uomo di grande cultura e formidabile affabulatore. Aveva fatto
piazzare in ogni aula un altoparlante attraverso il quale spesso lanciava
messaggi che io non comprendevo bene, ma intuivo e sapevano di
"rivoluzionario". Accanto all'altoparlante c'era un quadro con alcuni
versetti di Rabindranath Tagore. Purtroppo non li ricordo, ma suscitavano
rispetto e virtù civili. Ricordo un appassionato sermone in occasione del
disastro del Vajont... del 1963. Ma nella primavera del 1966, a seguito di
molte manifestazioni nelle università (in particolare a Pisa) il Gianni ci
rivolse un accorato appello alla partecipazione e all'impegno studentesco per
la realizzazione dei principi della Costituzione. Noi avevamo studiato (male)
un po’ di diritto ma le cose che ci disse erano irrituali ed io mi sentii più
grande...
Non
fece l'effetto di un cerino sulla benzina (anche perché eravamo divisi tra la
preparazione della maturità e quella dell'ultima goliardata dell'ultimo giorno
di scuola: tutti a sfilare vestiti da scozzesi con gonnellino e cornamuse)
però, se lo ricordo ancora, a distanza di cinquant’anni, ci sarà un motivo!
L'impatto
con la frequentazione della facoltà di economia a Pisa non fu uno scherzo
perché tutto incuteva timore nonostante l'atteggiamento fintamente spavaldo.
E veder sventolare una
bandiera rossa al balcone della Sapienza come segnale dell'occupazione mi fece
un certo effetto... anche perché ero un povero pendolare, dovevo correre a
prendere il treno e gli uscieri ci avevano sprangato dentro per evitare l'ingresso
agli occupanti...
Era la
fine della goliardia, delle feste delle matricole, delle corse frenetiche dei
neo iscritti per evitare di essere messi in mutande e trascinati in via Chiodo
addobbati da albero di natale. Per evitarlo dovevi comprare un
"papiro", un lasciapassare con vignette, sconciaggini di vario tipo,
realizzati da sempiterni studenti fuori corso (i Tribuni) che in tal modo si
pagavano bevute e non solo...
Un po'
per fortuna, un po' per l'impegno, la conquista del presalario (un discreto
compenso in denaro a chi coniugava buoni risultati in esami superati con
requisiti economici contenuti) mi consentiva di proseguire lo studio senza
dovermi subito cercare un lavoro e così il 1967 volò via velocissimo tra
l'impegno di studio, il servizio scout come capo di un branco di trenta bambini
con una responsabilità educativa che, ripensandoci, mi atterrisce, e con i
genitori di quei bambini che mi facevano sentire un guru per quanta
autorevolezza immeritata mi assegnavano.
Ma
questi impegni si vivevano dentro un’atmosfera di straordinaria presa di
coscienza... (così ci sembrava), la storia aveva assegnato a noi di quella
generazione il compito e il destino di cambiare il mondo! E noi eravamo
convinti che ci saremmo riusciti! Cambiando la politica, la chiesa, le nostre
famiglie, i rapporti tra le persone, i rapporti tra il nord e il sud del mondo,
la musica, il modo di vestire, i rapporti col "misterioso" mondo
femminile...
E forse
cambiando anche un po' noi stessi.
La pubblicazione
dei documenti del Concilio Ecumenico aprì nuovi scenari nel mondo cattolico
suscitando attese nella speranza di apertura al mondo da parte della Chiesa
Cattolica superando le incrostazioni dogmatiche del lontano Concilio di Trento,
cercando di comporre le molte divisioni con le altre chiese cristiane e con
l'Ebraismo. Il fenomeno dei così detti “preti operai” faceva cadere molte
barriere ideologiche e politiche da parte del mondo operaio e viceversa.
Il
“femminismo” irrompeva nel dibattito sociale e politico ma soprattutto
cominciava a mandare in crisi i comportamenti maschili e con questi i conflitti
tra le generazioni.
Fiorivano
"gruppi spontanei" da ogni parte. Nelle formazioni politiche
giovanili si costruivano gruppi con scissioni quasi settimanali e
moltiplicazioni esponenziali. Nelle parrocchie spesso cambiavano i linguaggi, i
riti, gli accompagnamenti musicali, (la Missa Luba rasentava per
qualcuno la profanazione del Tempio) e quello stuolo di giovani preti ci
apriva il cervello e moltiplicava gli impegni e gli sguardi verso il sud
del mondo con la fine del colonialismo, lo sviluppo di una dottrina
terzomondista, lo studio delle cause delle disuguaglianze, le marce di
"Mani Tese" (io da pseudo "studioso di economia" mi sentivo
particolarmente coinvolto in gruppi di studio in cui cercavo a fatica di
capirci qualcosa...).
Naturalmente
il senso di appartenenza a questo o a quel gruppo ci appariva fortissimo, ma
ancora non si manifestavano tracce di violenza; c'era solo un po' di scherno e
sfottimento.
Come
nei confronti di quel gruppo di ambito cattolico-colto-snob che si chiamava
"Presenza e Dialogo" e noi lo storpiavamo in "Assenza e Pigolìo".
Naturalmente
noi scout dell'ASCI, gelosi della nostra supposta laica autonomia, guardavamo
dall'alto in basso quelli dell'Azione Cattolica... ma presto ci saremmo trovati
insieme nelle piazze a manifestare...
Gli
echi del “maggio francese” superarono presto le frontiere di tutta Europa,
compresa quella dell'Est, dove si moltiplicavano i segnali di profonda
insofferenza nei confronti dello stalinismo sovietico. Già negli anni
precedenti si registravano movimenti politici in Germania Est e Polonia ma con
la cosiddetta “Primavera di Praga”, con i tentativi di Dubček di costruire un
“socialismo dal volto umano”, esplosero le contraddizioni che causarono
l'invasione sovietica della Cecoslovacchia.
Nell'agosto
del 1968 ospitavamo a Spezia in casa mia un ragazzo praghese, amico di mio
fratello, conosciuto nei campi estivi di lavoro che si svolgevano in quegli
anni in tanti paesi europei per viaggiare e imparare le lingue straniere senza
spendere nulla o quasi.
La
notizia dell'occupazione era temuta ma colse tutti di sorpresa: Jaroslav era
molto impegnato con tutta la sua famiglia nel movimento studentesco e mi colpì
moltissimo vederlo attaccato alla radio giorno e notte alla ricerca spasmodica
di notizie di prima mano sulle sorti del suo paese.
Anche i
suoi fratelli erano in giro per l'Europa e decisero tutti insieme di chiedere
asilo politico in Svezia dove vivono tuttora.
Quell'episodio
mi fece riflettere molto sulle enormi contraddizioni del comunismo, anzi dei
comunismi, sempre più dirompenti tra teoria e prassi.
I fatti
di Praga provocarono divisioni profonde dentro la sinistra e dentro i movimenti
emergenti ma ebbero l'effetto di fare chiarezza sulle questioni di fondo della
democrazia, della libertà e della partecipazione! Da quegli eventi si
svilupparono le prime discussioni, anche laceranti, che poi avrebbero dato
origine alla rivista, al quotidiano e al gruppo politico del Manifesto
verso il quale cominciavo a manifestare interesse.
Su
iniziativa di molti “cattolici del dissenso” si formarono gruppi di
riflessione, studio e iniziativa politica intorno alle riviste di area “Com”,
“Nuovi Tempi” e altre.
L'autunno
“caldo” del '68 dilagò dalle scuole e dalle piazze dentro le fabbriche e con il
motto “studenti e operai uniti nella lotta” si cominciava a gareggiare per
avere giovani operai nei nostri gruppi.
Naturalmente
anche nelle associazioni del “mondo cattolico” il confronto si trasformò spesso
in conflitto ideologico, alimentato anche dal fatto che prese forza quella
parte di mondo ecclesiale che nutriva sospetto e ostilità nei confronti delle
aperture post-conciliari.
Ciò
avvenne anche nel movimento scoutistico dove, però, l'organizzazione
sostanzialmente democratica dell’associazione favoriva la convivenza tra gruppi
scout “innovatori” e “tradizionalisti” anche se talvolta si ebbero
emarginazioni dolorose anche alla Spezia.
Quell'autunno
del '68 avrebbe dato una svolta prepotente alla mia vita: da studente del
secondo anno della facoltà di economia e commercio diventavo anche “Vice
segretario in prova del Ministero del Tesoro” e assegnato alla Direzione
provinciale del tesoro della Spezia...
Sicché
la mia vita si sdoppiava drasticamente perché il mattino mi occupavo di
stipendi, pensioni, debito pubblico e cassa depositi e prestiti e dalle
quattordici tornavo a essere studente pendolare dell’università di Pisa,
rubacchiando informazioni agli amici “universitari puri”, pagando al bidello di
turno 1000 lire per ogni firma di presenza alle lezioni mattutine e a caccia di
lezioni pomeridiane da frequentare.
Ahimè
la “classe impiegatizia” non aveva ancora preso coscienza e gli amici operai e
operaisti cercavano di consolarmi dicendomi che la classe operaia, liberando se
stessa, avrebbe liberato anche la borghesia degli impiegati...
Formidabili
quegli anni...
Paolo
mi dice: scrivi anche com’è andata a finire!
Laureato
con fatica e perseveranza, sposato con una Capo Scout Maestra impegnata a
insegnare ai bambini l'amore per la lettura, la cultura e il rispetto degli
altri, quarantadue anni da burocrate che da novello Don Quixote combatteva,
lancia in resta, la burocrazia statale, quella sindacale e quella dei partiti.
E
infine due figli, oggi quarantenni, un po' donchisciotteschi anche loro,
genitori di cinque bambini dei quali due già scout.
Da
vent'anni volontario di strada e amico di fratelli migranti.
P.S.
Non
rinnego nulla.

Commenti
Posta un commento