Intervista a Pietro Bellani – Uno spezzino a Parigi



(intervista di Paolo Luporini)

 

Quando mia madre aveva il negozio di tabacchi, io andavo da lei e avevo diciassette o diciotto anni. Vicino a me abitava una famiglia di nome Conte. Gian Biagio (Biagio) Conte, uno dei più importanti studiosi a livello mondiale di letteratura latina (ora in pensione). Ha scritto molti libri; ha insegnato in Italia ed all'estero..È diventato professore della Scuola Normale Superiore di Pisa. Credo che sia stato anche direttore dell’Istituto italiano di Cultura di Los Angeles. C’era una grande amicizia con lui, Pino Lena e Luca Resta. Luca Resta stava laureandosi in Giurisprudenza per diventare procuratore. Conte studiava e lavorava come assistente a Pisa e Pino Lena stava anche lui laureandosi in Giurisprudenza ed io, invece, dipingevo. Conoscendo un altro amico comune, Pierino D’Imporzano, che era segretario del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, che all’epoca aveva la sede in Corso Cavour, ho cominciato ad avere dell’interesse per la politica. A Spezia c’è stato il Sindacato Artisti, aderente alla CGIL, nel ’63 o nel ’64, non ricordo bene, Nel ’64 o nel ’65, io e Pino Lena, anche lui nel Sindacato Artisti, capitammo in un matrimonio in Normandia di un amico di famiglia. Era un periodo in cui già c’erano dei segnali della contestazione. A Spezia c’erano già delle manifestazioni. Era venuto Lelio Basso. C’erano i manifesti contro l’imperialismo americano in Vietnam. C’era ancora il problema dell’Algeria. C’era stato quel bellissimo film di Gillo PontecorvoLa battaglia di Algeri”. Si prepara il viaggio per la Normandia. Per noi andare a Parigi era una cosa colossale. Nel viaggio d’andata ci trovammo in treno nello scompartimento con degli operai greci che andavano là forse per sempre. Avevano da lavorare, lì a Parigi. All’inizio si dormicchiava ma, passato Modane, abbiamo cominciato a relazionarci, io e questi qua. In sostanza abbiamo passato quella notte a bere… Loro avevano questo liquore, l’Ouzo, come si chiama… Ci siamo proprio sbronzati. Tutti. Quando siamo arrivati a Parigi, siamo scesi che eravamo ubriachi. Tutti, greci compresi. Usciamo dalla Gare de Lyon e, davanti, c’era un bar. A Pino dissi: “Andiamo a prenderci un caffè.”, ne avevamo bisogno. Si avvicina un francese, un marsigliese, che per simpatia, per una spinta emozionale, c’invita a bere e, invece di prendere due caffè, abbiamo bevuto due bicchieri di Bordeaux. Lì comincia la storia. Abbiamo preso l’autobus e siamo andati a finire in Normandia. Ci siamo rimasti dieci giorni. Non solo c’era il matrimonio, siamo anche rimasti lì per dieci giorni… È stato fantastico. La Normandia è una terra incredibile. Era inverno, dicembre. C’era l’alta e la bassa marea… Il locale dove s’è svolto il matrimonio era di un’amica di questo nostro amico. La cena e il pranzo si sono svolti in questo hotel di ottimo livello. La cosa interessante del matrimonio normanno è che gli sposi consumano le nozze nello stesso posto dove ci sono anche gli ospiti. È una cosa strana ma era così: loro l’han fatto. La sera gli sposi erano insieme ma non erano ancora sposati. Han fatto la cena e una festa danzante. Lì abbiamo conosciuto delle nuove amiche. L’indomani siamo andati tutti in chiesa. Lì c’è stato il matrimonio. Siamo tornati all’hotel e abbiamo pranzato: aragoste, ostriche… Nella serata, un’altra cena. È anche vero che, in quel clima e in quelle circostanze, là bevono come… son sempre a bere… Anche fuori dal contesto del matrimonio, se tu esci per locali con cinque amici, son cinque volte che tu bevi… e non bevi poco… Loro bevono anche molto. Loro usavano molto bere il Martini, il Martini Rosso, quello di gradi. E va bene… comunque lì abbiamo passato questi dieci giorni… fantastici… fantastici… l’alta e la bassa marea, le persone che ho conosciuto… Poi siamo tornati a Parigi. Parigi… Tanto per cominciare, avevamo finito i soldi. Non avevamo più soldi. Eravamo partiti con il biglietto del treno, che era di trentacinquemila lire, e una sessantina di migliaia di lire a testa. Capisci bene che avevamo preso un hotel, in cui non abbiamo mai dormito, perché avevamo degli indirizzi che ci erano stati dati da artisti di Carrara, soprattutto scultori. Ricordo uno scultore, Bernacchi, un anarchico, che aveva lavorato con Tarabella. Lui ci avvertì che, se ci fossimo ammalati o fossimo ridotti alla fame per aver finito i soldi - era tipico finire i soldi, non mangiare - avremmo potuto andare da Salomè. Salomè era una scultrice… lesbica… che… no, ninfomane. Ora mi viene in mente, perché difatti lui diceva: “Potete farle da modelli”. Lei scolpiva queste statue per i paesi arabi. Aveva uno studio che era mastodontico. Il solaio non era un solaio: era come un cinematografo. Si apriva il tetto e di lì faceva passare le sculture, che erano alte quindici metri. Uno spettacolo! Una cosa… Lei, combinazione! Non c’era. Noi ci siamo andati, perché erano cinque giorni che non si mangiava, a Parigi. Però a Parigi si erano conosciute altre persone… Noi si stava al Sèlect, dove c’erano due fiorentini, due americani, due spagnoli… Avevamo fatto una specie di comitiva. Allora la sera, alle otto e mezzo, le nove, ci s’incontrava al Sèlect e c’era un fiorentino, Benassai – era un nobile, un conte. Lui viaggiava e la sera si metteva lo smoking col cilindro, i guanti bianchi. Recitava la Bibbia. Noi eravamo seduti e il cameriere, che ci conosceva, ci portava da bere dell’acqua calda. C’era la possibilità di avere un po’ di tè ma il cameriere sapeva che di soldi ne avevamo pochi. Cosa succedeva? A un dato momento, stando lì, si univano i tavoli, si faceva un po’ di casino, c’era uno spagnolo che aveva una chitarra, cominciava a suonare e l’altro cantava. Poi qualcuno saltava sul tavolo. Uno spagnolo ballava. Si faceva una sorta di spettacolo. Benassai tirava fuori la Bibbia e dava spettacolo anche lui. Poi anch’io e Pino Lena abbiamo cantato “Vola, colomba bianca vola”. Il conte metteva sul tavolo il cilindro e succedeva una cosa straordinaria, che nessuno avrebbe mai pensato, perché per noi quello spettacolo era un modo di stare insieme e divertirsi. Han cominciato a metter dentro dei soldi. La gente ci ha visto così sbandati, simpatici. Eravamo tutti in attesa di svolgere un lavoro. Io volevo fare il pittore, a Parigi. Pino, lo stesso. Usufruivamo quindi di questi piccoli doni che la gente ci concedeva. Quando uscivamo dal Sèlect, andavamo a piedi in uno studio vicino al cimitero. Si camminava per due, tre ore, non mi ricordo quanto… Entravamo in nove in una stanza che sarà stata di tre metri per tre.

Il Sèlect era un albergo, un bar? Che tipo di locale era?

Il Sèlect era il Grand Sèlect. Montparnasse. Era il bar che era frequentato da Simone De Beauvoir, Sartre, Camus, Giacometti. Loro uscivano di notte. Era un ritrovo d’alto livello. Una cosa che per me è stata eccezionale è questa… In quella via lì, a Montparnasse, c’era il Foyer des Artistes. Per entrare dovevi avere la tessera dell’Accademia. Però noi entravamo e problemi non ne avevamo. Si pagava poco per mangiare. Una sera eravamo lì seduti, mangiavamo cotolette, salades. Erano tavoli rettangolari dove ci potevano stare sei, otto persone. Una sera c’era una persona anziana assieme alla figlia. Abbiamo cercato di colloquiare ma questa persona anziana era completamente assente. Non ci ha mai parlato, forse nemmeno guardato. Sua figlia si è trovata in imbarazzo e perciò ha cercato di comunicare e ci ha detto, praticamente, che lui era un amico di Modigliani. Avrà avuto una novantina d’anni, secondo me. La figlia mi disse che suo padre era stato quello che aveva aiutato Modigliani quando era caduto ammalato sinché è morto. Ci si può immaginare che incontri si potevano fare, a Parigi. Ho veduto delle mostre interessantissime. Ho scoperto il dadaismo. Però, eravamo rimasti completamente senza soldi e quindi andammo a trovare Tarabella, che era la nostra ultima possibilità, l’ultima spiaggia. Lasciammo l’albergo, che non c’era mai servito perché non c’era il tempo. Non dormivamo mai. La nostra vita era più di notte che di giorno. Tarabella era vicino a Montparnasse. Era un posto incredibile, straordinario, perché era "la Ruche" (l'alveare). È un luogo artistico dove, dal 1902, si alternano artisti di tutto il mondo (Modigliani, Chagall, Lorenzo Viani, Léger, Soutine, Rivera, Soffici, Lipchitz e molti altri). La struttura (situata in zona Montparnasse) deriva dalle opere di demolizione dell'Esposizione Universale di Parigi del 1900., che è tra Montparnasse, Montmartre, Pigalle. Era una casa esagonale, in una corte. Nel momento in cui siamo arrivati noi, gli appartamenti erano stati liberati perché c’erano dei lavori in corso. Era pericolante. Intorno a queste mura c’erano tutti gli studi degli scultori, compreso quello di Tarabella. Tarabella lavorava per Arp. Faceva le sculture per questo grande scultore francese. Arp aveva il progettista, che faceva il disegno. Arp aveva già una certa età. Credo che sia morto l’anno dopo. Io non l’ho visto personalmente. Jean Hans Arp, scultore fantastico. C’era anche un altro italiano che si chiamava Milani che invece lavorava per Chagall. Marc Chagall in quel periodo era in Algeria perché aveva fatto quel mosaico famoso. Milani aveva lavorato anche per Braque. Di Braque c’era la mostra al Louvre perché era morto da un paio d’anni. Tarabella ci aveva dato la possibilità di dormire nel suo studio, al piano di sopra. Però è anche vero che Tarabella entrava in studio alle nove e noi, per quell’ora, dovevamo già essere fuori. Per questo non lo vedevamo. Alle nove andavamo in giro per Parigi, che era talmente emozionante e carica di suggestioni, di cose da vedere, di vita, di vita d’artista. Era l’ultima coda della Bohème. Le mostre erano interessanti, i rapporti con le persone, con gli artisti, anche francesi, erano notevoli. Purtroppo, tutto finisce. Le nostre famiglie non sapevano più nulla di noi. Non scrivevamo, non telefonavamo. Si misero a cercarci e la polizia francese fece un’indagine. Noi non avevamo mai avuto a che fare con la polizia ma loro sapevano dove noi eravamo. Perciò, alla Maison Rouge mi fu recapitato un telegramma che mi era stato consegnato al bar lì vicino. Il telegramma diceva di tornare a casa perché mio padre non stava bene. Quella vicenda di Parigi finisce con quel telegramma perché il giorno dopo siamo rientrati in Italia. A Spezia mi sono reso conto che, per fortuna, mio padre stava bene, ma io ero incazzatissimo, mi sono messo a piangere, ho detto: “Mi avete fregato!”. Noi avremmo dovuto fermarci a Parigi per lavorare, ci avevano offerto una possibilità di lavoro. E la storia di Parigi era finita. Per riprendermi ci sono voluti dieci giorni almeno, perché io ero calato di una quindicina di chili. Mi sono aiutato mangiando omogeneizzati. Avevo lo stomaco chiuso. Si mangiava quando capitava, quasi mai… soprattutto si beveva. Quando andavi nei bar, ti offrivano da bere, anche gli sconosciuti, a volte. Ti trovavi lì, parlavi con uno, un altro ti diceva: “Dai, vieni a bere un bicchiere!”. A Natale ero a Parigi. Mi devono aver preso il 27 o il 28. Quando torno, c’è subito il Capodanno. Rivedo le amiche e m’innamoro di una che viveva a Milano. Era un’infermiera. È cominciata una relazione. Sono andato a stare a Milano. Due o tre anni. Anche Pino aveva conosciuto una donna a Milano e anche lui si è trasferito là.

Anche Pino Lena è un artista?

Sì, un artista bravo. Fa dei disegni molto belli che non ha mai mostrato a nessuno.

A Milano ci sarebbe tutta un’altra storia da raccontare ma, comunque, si ritorna a Spezia perché Grazia aspetta una bambina e lei aveva la famiglia a Spezia. Non era spezzina, ma di origini austriache. A Spezia riprendo l’attività politica e lì, ormai, siamo veramente nel sessantotto e cominciano i casini che si erano già visti a Milano. Riprendo i contatti con il PSIUP e con Gian Biagio Conte, con il quale sono sempre a Pisa. C’erano assemblee studentesche, anche alla Normale ed io in quel tempo dipingevo e vendevo, e qui, tra Pisa e Spezia, il cerchio si chiude.

 

Nota da Wikipedia: “La struttura de La Ruche fu acquistata dal mecenate e scultore Alfred Boucher (1850-1934), durante la demolizione dell'esposizione universale di Parigi del 1900 e la fece ricostruire al 15° arrondissement che all'epoca era la campagna di Parigi. L'idea di Boucher era quella di aiutare gli artisti poveri, ma ricchi di talento, che arrivavano a Parigi da ogni parte del mondo e offrire ai residenti i modelli e uno spazio espositivo. L'inaugurazione avvenne nel 1902 e fu chiamata La Ruche (in italiano l'alveare) perché la struttura piena di finestre e di atelier con artisti al lavoro ricordava appunto l'alveare delle api. Chi abitava alla Ruche doveva pagare un bassissimo affitto che quasi mai i giovani artisti pagavano, ma Alfred Boucher non ha mai sollecitato o cacciato nessuno. Tra gli artisti che vi hanno abitato ricordiamo Archipenko, Modigliani, Chagall, Viani, Léger, Deluc, Soutine, Kremegne, Kikoine, Zadkine, Epstein, Marevna, Rivera, Soffici, Lipchitz, Damboise, Guardigli e molti altri. Durante la seconda guerra mondiale la struttura è andata in declino e al momento del boom immobiliare del 1968 ha rischiato la demolizione, ma, grazie ad un comitato a difesa con Marc Chagall presidente onorario e altri 30 artisti tra cui Renato Guttuso ed un magnate, è stato riacquistato il terreno che è stato donato allo stato francese creando una fondazione nazionale che lo ha reso intoccabile. Vi abitano ancora, più o meno stabilmente, artisti di ogni nazionalità e non è aperta al pubblico.”


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