La militanza e l'amarezza. Un ricordo di Franco Pisano
Giovedì 24 Gennaio
2013
Pubblicato in Poliscritture
Laboratorio di
ricerca e di cultura critica
FRANCO
PISANO
Non
ricordo più quale fosse stato il motivo della protesta che aveva dato vita al
corteo studentesco, regolarmente non autorizzato come tutti gli altri di
allora, a cui avevo partecipato, ma ricordo esattamente il giovane dal
montgomery verde, il viso assorto incorniciato dalla barba folta e i capelli
neri che si era seduto accanto a me nel sit-in simbolico, durato una decina di
minuti, in Piazza del Mercato. Gridavamo slogan con la certezza dei nostri
vent'anni nella società comunista a venire, e quando il corteo si sciolse, nel
fare ritorno a casa, mi trovai a percorrere al suo fianco un tratto di strada,
perciò ne approfittai per scambiare con lui opinioni e punti di vista sulla
situazione politica del momento con la concitazione e l'entusiasmo crescenti di
chi scopre nell'interlocutore un comune sentire, sia pure con la consapevolezza
che non riuscirà a confrontarsi su tutti gli argomenti che gli stanno a cuore
in un lacerto di tempo così breve.
Così
conobbi Franco Pisano, e quando lo incontrai di nuovo in una libreria del
centro cittadino, lo sguardo intento a setacciare i titoli dei volumi di
economia marxista e di teoria critica allineati sugli scaffali, riallacciammo
la conversazione interrotta qualche giorno prima. Non mi ero sbagliato:
l'impressione di una nostra comunanza di idee e di giudizi politici che avevo
ricevuto al primo incontro si confermò fin da subito, rafforzandosi nella
condivisione di riferimenti teorici e di scelte politiche alimentati da una
stessa visione del mondo e della società. Uscimmo dalla libreria seguitando in
un dialogo in cui la condanna del "modello" comunista sovietico (il
socialimperialismo, nel lessico di allora) si intersecava con il forte
interesse per la Cina di Mao e la Cuba di Castro, e il netto rifiuto dello
stalinismo accompagnava la critica al revisionismo del Pci. Insomma, passeggiando
avanti e indietro sotto i portici di quella città di provincia, in un giorno
d'autunno del 1967 ancora mite, e senza averne peraltro piena consapevolezza,
stavamo affrontando anche noi, come in quel momento facevano altre migliaia di
giovani sparsi per tutta la penisola, i nodi teorici di quel marxismo
critico, sorto in opposizione al dogmatismo burocratico e ai rituali
sclerotizzati dei paesi del socialismo reale, che avrebbe permeato di sé la
nuova identità politica della generazione nata a ridosso della fine della
seconda guerra mondiale, e che nel contempo avrebbe ispirato la stagione delle
ribellioni e delle lotte sessantottesche. Nel corso della conversazione, che si
prolungò su una panchina dei giardini di fronte ai portici dove andammo a sederci,
potei rendermi conto della solida formazione teorica di Franco, e facendo
appello alla mia limitata conoscenza di quei pensatori marxisti a cui lui si
riferiva con la familiarità propria di letture sistematiche, arrancavo
disperatamente nel tener dietro alle sue parole. I nomi dei maggiori esponenti
novecenteschi del pensiero critico marxista che Franco citava presero a sfilare
sotto i miei occhi sull'improvvisato palcoscenico dei giardini, e devo dire che
furono proprio quei nomi a definire il programma delle mie letture future.
Con
queste parole lo ricorda Roberto Bertoni, nel suo blog Carte allineate del 12gennaio scorso: "La coesione tra teoria e prassi è stato uno dei suoi
tratti intellettuali essenziali. La lettura dei testi marxisti legata alla destabilizzazione
delle strutture di potere, anche interne alla sinistra, di volta in volta
sclerotizzatesi o tese a compromessi deteriori, ha costituito un ulteriore
elemento caratterizzante della sua posizione".
La
nostra frequentazione si saldò in un'amicizia sempre più stretta,
supportata dalla comune militanza nel movimento del Potere operaio di
Pisa, della cui sede spezzina Franco era stato uno dei fondatori. Quando,
nell'autunno del 1969, i crescenti e incomponibili dissidi tra i dirigenti del
Potere operaio pisano decretarono la fine di quella esperienza politica, e
dalla sua spaccatura nacquero i gruppi di Lotta Continua, del Centro Karl Marx
e della Lega dei Comunisti, Franco, che considerava fondamentale la prevalenza
dell'aspetto organizzativo su quello movimentista, aderì alle tesi
programmatiche espresse nel documento costitutivo della Lega dei Comunisti. Nei
giorni seguenti, il fondo che avevamo affittato per svolgere le riunioni di
Potere operaio, dove ciclostilavamo volantini e organizzavamo il lavoro
politico nei quartieri, nelle scuole e nelle fabbriche cittadine, divenne lo
scenario di un acceso dibattito sul confluire o meno nella nuova formazione
politica, che Franco animò con la prontezza e la lucidità di analisi che lo
caratterizzavano, e che si concluse con la costituzione della sezione spezzina
della Lega de Comunisti. "Radicata soprattutto in Toscana, in
particolare nelle lotte studentesche dell'ateneo pisano, tra i cavatori e gli
operai di Carrara, tra i metalmeccanici di Piombino e tra gli insegnanti, [la
Lega dei Comunisti] si diffuse - grazie ad un accurato lavoro di fusione con
gruppi locali di analoga ispirazione e di crescita in altre regioni (Lazio,
Sardegna, Veneto, Emilia e Veneto). Tra i dirigenti vanno ricordati oltre Luperini
e Della Mea, Gianfranco Ciabatti, Giorgio Lindi, Ugo Rescigno, Ezio Menzione,
Claudio Gentili, Filippo Ottone, Giuseppe Corlito, Guido Tonelli, Franco
Pisano, Preziosa Togni" (da Wikipedia).
Originaria
della provincia di Avellino, la famiglia di Franco si era trasferita alla
Spezia nella prima metà degli anni Cinquanta. Del periodo della sua infanzia
avellinese Franco non amava parlare - del resto, era indole piuttosto diffusa
tra gli appartenenti alla "nuova sinistra" di allora considerare il
personale del tutto irrilevante ai fini della militanza politica. Tuttavia, un
giorno Franco si spinse a raccontarmi un episodio emblematico della sua, per
dir così, educazione esistenziale, che rappresentò anche il suo primo
disincanto. Franco aveva fatto le elementari in un Istituto scolastico tenuto
da religiosi, e a refezione il cibo era scarso e il menu sempre uguale nella
sua limitatezza. I frati giustificavano quelle ristrettezze con le rette
ridotte all'osso degli allievi, ma un certo giorno successe che Franco,
cercando un compagno di classe con cui era solito giocare, e non riuscendolo a
trovare da nessuna parte, scese le scale che portavano al seminterrato dov'era
un locale adibito a magazzino. La porta era socchiusa, e quando la aprì, con
sua enorme sorpresa vide sugli scaffali metallici addossati alle pareti una
lunga fila di scatoloni contenenti generi alimentari di ogni tipo, compresi
numerose confezioni di dolciumi e di frutta candita. Quel bendidio era stato
sottratto alla dieta dei collegiali e accumulato in gran segretezza nel
magazzino. Appena risalì al piano superiore, Franco raccontò ai compagni la sua
incredibile scoperta. Nel giro di pochissimo tempo la notizia sul tesoro dei
frati si propagò di bocca in bocca, e l'intero Istituto venne a sapere che cosa
si nascondeva dietro la porta del magazzino. L'indignazione dei collegiali
montò a tal punto che i frati, temendo lo scandalo, il giorno successivo,
all'ora della refezione, fecero preparare un menu ricco e variato, come mai
s'era visto prima, e pasti abbondanti continuarono a essere serviti ai
convittori nel corso dell'intero anno scolastico.
Iscritto
alla Facoltà di scienze matematiche di Pisa, la militanza politica a tempo
pieno aveva costretto Franco ad abbandonare gli studi universitari, e negli
anni che durò la sua attività di leader politico della Lega fece fronte alle
sue necessità economiche dando lezioni private di matematica e fisica agli
studenti delle scuole superiori. Quando scoppiò il maggio francese Franco
decise di recarsi a Parigi. Voleva capire, vedere sul campo cosa stava
succedendo, instaurare rapporti politici con i compagni francesi, arricchire la
propria esperienza di lotta e confrontarla con quella di altri movimenti,
perché lo scenario delle lotte anticapitalistiche si era fatto globale. Dalle
parti di Boulevard Saint-Michel c'era stata una manifestazione studentesca, i
flic l'avevano bloccata, erano avvenuti degli scontri, gli idranti avevano
disperso i manifestanti e il corteo si era scisso confusamente in vari spezzoni.
Reduce dalla manifestazione, Franco aveva camminato sul Lungosenna e, raggiunto
Pont Neuf, si era fermato a riposare su un sedile di pietra del ponte,
mettendosi a leggere. Erano trascorsi soltanto pochi minuti quando un furgone
di polizia si accostò al marciapiede, dei flic balzarono improvvisamente fuori
e corsero verso Franco che seduto guardava con stupore la scena, lo
immobilizzarono e lo trascinarono nel furgone. Venne portato alla gendarmeria
di zona, quindi trasferito in una cella del carcere della Santé, dove rimase in
isolamento per un paio di settimane. Rinchiuso in uno stambugio malsano,
sorvegliato notte e giorno dalle guardie carcerarie attraverso uno spioncino,
per vari giorni si rifiutò di mangiare, non voleva accettare il cibo da uno
stato che lo trattava come un criminale, e cominciò a dimagrire in modo
preoccupante. Quando la notizia del suo arresto arrivò in Italia, i compagni
del movimento si mobilitarono, diedero vita a un battagliero Comitato per la
sua liberazione e organizzarono proteste e sit-in davanti ai consolati
francesi e all'ambasciata francese di Roma. Ma ci volle l'intercessione
dell'ambasciatore italiano a Parigi, a sua volta sollecitato da un deputato
cittadino del Pci, perché Franco fosse liberato, espulso dalla Francia ed
estradato in Italia. Da quel momento agenti della polizia politica, la Digos,
si misero a seguire gli spostamenti di Franco.
Nel
1977 la Lega dei comunisti si sciolse per dar vita, assieme ad Avanguardia
operaia e ad Unità proletaria, a Democrazia proletaria, che nell'assemblea
costituente del 1978 si trasformò in partito. Per Franco iniziò un nuovo
periodo di militanza politica e sindacale all'interno di DP, sia sul piano
delle battaglie politiche istituzionali (nelle elezioni politiche del 1983 DP
aveva ottenuto sette seggi) che su quello delle mobilitazioni e delle lotte nel
sociale. Dopo la caduta del muro di Berlino (1989) e l'implosione
dell'Unione sovietica (1991), il Pci si limitò a prendere passivamente atto del
fallimento del socialismo reale e, senza avanzare alcuna analisi politica della
nuova fase apertasi in campo nazionale e internazionale, provvide a eliminare
ogni riferimento anche simbolico al suo passato "comunista" (almeno a
livello nominale) con la cosiddetta Svolta della Bolognina del 12 novembre 1989
e, dopo il suo scioglimento avvenuto il 3 febbraio 1991, diede inizio a un
percorso politico di subordinazione allo status quo politico-economico
neoliberista. Sempre nel 1991 anche DP, attraversata da insanabili
contraddizioni politiche acuitesi dopo il crollo del socialismo reale, al
termine del suo VIII Congresso tenuto a Riccione, decise di sciogliersi, e una
parte consistente dei suoi militanti entrò nel Partito della rifondazione
comunista, nato in quello stesso anno dalle ceneri del Pci. L'esigenza
dell'organizzazione che aveva sempre guidato le scelte politiche di Franco ne
motivò l'iscrizione a Prc, ma ben presto il suo spirito critico lo portò in
rotta di collisione con la linea politica del partito, e l'isolamento
politico che ne seguì lo costrinse a dimettersi. Come scrive giustamente
Roberto Bertoni, Franco "si è trovato [...] tutta la vita in minoranza,
senza mai abbandonare un’energia che lo portava a ricostruire e ricostituire,
con l’obiettivo di intraprendere strade non avventuriste e non spontaneiste che
fossero in grado di far avanzare la causa del marxismo".
Nell'ambiente
di lavoro, il pubblico impiego, Franco, per riprendere ciò che hanno scritto i
suoi compagni della "Rete 28 aprile" nel ricordarlo, "ha sempre
svolto attività sindacale, occupandosi di sicurezza sul lavoro (lavorava anche
come ispettore, prima Asl e poi Arpal) fino al livello nazionale in Cgil. Ha
militato nella sinistra sindacale fino all'ultimo momento di lucidità. Al
momento del pensionamento, due anni fa, era con noi nella Rete 28 Aprile, e, a
differenza di tanti altri, la sua e nostra unica richiesta era di dargli un
ruolo attivo, e non di rappresentanza, in Camera del lavoro sulla sicurezza,
per non disperdere il suo non indifferente patrimonio di conoscenze tecniche,
senza nemmeno pretenderne, come forse gli sarebbe spettato, la responsabilità
primaria... La risposta del segretario provinciale della Cgil fu clamorosamente
negativa, e lui che, nonostante le posizioni diverse dalla maggioranza, fra l'altro
sempre manifestate senza sconti ad alcuno, ci teneva molto a dare il suo
qualificato contributo all'organizzazione tutta, ci rimase molto male, non
aspettandosi la sostanziale discriminazione.".
Dopo
l'esperienza politica di DP ci perdemmo un po' di vista. Il lavoro, la
famiglia, i figli fecero sentire le loro necessità, e nel nostro perderci un
po' di vista influirono anche le diverse "opzioni" su come dar
concretezza all'impegno politico. Erano gli anni dei movimenti no-global,
dell'insurrezione zapatista, del Forum sociale mondiale di Porto Alegre, delle
iniziative politiche di democrazia partecipativa e diretta, del movimento per
la pace che, dopo una forte affermazione nello scenario nazionale e
internazionale, finì ostaggio delle contraddizioni politiche interne fra le
varie "anime" che, a partire dalla guerra Nato-dalemiana del marzo
1999 contro la Serbia e proseguendo con i "fatti" di Genova del
luglio 2001, ne avevano decretato la misera fine.
Fu
negli ultimi anni che tornammo a vederci con una certa regolarità. La mattina
ci ritrovavamo, talvolta in seguito a una breve telefonata di conferma, al
tavolino di uno dei caffè del quartiere dove entrambi abitavamo. Lui con il suo
abituale pacco di quotidiani che depositava sul ripiano del tavolino, io che
avevo smesso da tempo di leggerli (e questa mia scelta cagionava il suo
puntuale rimprovero), ma entrambi a riannodare, con un senso di amarezza nella
bocca dovuto alle vicissitudini d'una realtà politica ai nostri occhi sempre
più irriconoscibile e assurda, il filo di una conversazione inesauribile,
segnata a volte da discordanze di vedute dovute alle diverse sfaccettature di
un comune malessere politico di fondo. Ma, meglio di quanto io possa dire, sono
i secchi, esemplari versi dell'incipit della poesia che Ennio Abate ha dedicato
a Franco a ritrarre la cifra politica e la misura esistenziale di quel
conversare: "abbiamo cercato insieme / gli ultimi singhiozzi / della
nostra giovinezza / cosi simile ascetica seria / misurata sui passi di chi
/ denudò Das Kapital... / e i suoi untori // ma la sera / incombeva"
(Moltinpoesia, 11 gennaio 2013)
A
conclusione di queste insufficienti parole lasciamo al commento di Gianfranco
La Grassa, espresso il 12 gennaio scorso sul suo blog politico Conflitti e
Strategie, il compito di fare da viatico al ricordo, e di denunciare il peso
degli affetti che vengono a mancare: "Ci eravamo telefonati (come facevamo
di tempo in tempo) forse un tre mesi fa (questa è la mia sensazione soggettiva,
forse errata). Era malato da tempo, ma non sapevo che fosse così grave. Troppi
se ne sono andati in questi tristi anni, e ciò comincia a pesare molto".
Commenti
Posta un commento