La militanza e l'amarezza. Un ricordo di Franco Pisano




 Roberto Bugliani


Giovedì 24 Gennaio 2013

Pubblicato in Poliscritture

Laboratorio di ricerca e di cultura critica

 

FRANCO PISANO

Non ricordo più quale fosse stato il motivo della protesta che aveva dato vita al corteo studentesco, regolarmente non autorizzato come tutti gli altri di allora, a cui avevo partecipato, ma ricordo esattamente il giovane dal montgomery verde, il viso assorto incorniciato dalla barba folta e i capelli neri che si era seduto accanto a me nel sit-in simbolico, durato una decina di minuti, in Piazza del Mercato. Gridavamo slogan con la certezza dei nostri vent'anni nella società comunista a venire, e quando il corteo si sciolse, nel fare ritorno a casa, mi trovai a percorrere al suo fianco un tratto di strada, perciò ne approfittai per scambiare con lui opinioni e punti di vista sulla situazione politica del momento con la concitazione e l'entusiasmo crescenti di chi scopre nell'interlocutore un comune sentire, sia pure con la consapevolezza che non riuscirà a confrontarsi su tutti gli argomenti che gli stanno a cuore in un lacerto di tempo così breve.

Così conobbi Franco Pisano, e quando lo incontrai di nuovo in una libreria del centro cittadino, lo sguardo intento a setacciare i titoli dei volumi di economia marxista e di teoria critica allineati sugli scaffali, riallacciammo la conversazione interrotta qualche giorno prima. Non mi ero sbagliato: l'impressione di una nostra comunanza di idee e di giudizi politici che avevo ricevuto al primo incontro si confermò fin da subito, rafforzandosi nella condivisione di riferimenti teorici e di scelte politiche alimentati da una stessa visione del mondo e della società. Uscimmo dalla libreria seguitando in un dialogo in cui la condanna del "modello" comunista sovietico (il socialimperialismo, nel lessico di allora) si intersecava con il forte interesse per la Cina di Mao e la Cuba di Castro, e il netto rifiuto dello stalinismo accompagnava la critica al revisionismo del Pci. Insomma, passeggiando avanti e indietro sotto i portici di quella città di provincia, in un giorno d'autunno del 1967 ancora mite, e senza averne peraltro piena consapevolezza, stavamo affrontando anche noi, come in quel momento facevano altre migliaia di giovani sparsi per tutta la penisola, i nodi teorici  di quel marxismo critico, sorto in opposizione al dogmatismo burocratico e ai rituali sclerotizzati dei paesi del socialismo reale, che avrebbe permeato di sé la nuova identità politica della generazione nata a ridosso della fine della seconda guerra mondiale, e che nel contempo avrebbe ispirato la stagione delle ribellioni e delle lotte sessantottesche. Nel corso della conversazione, che si prolungò su una panchina dei giardini di fronte ai portici dove andammo a sederci, potei rendermi conto della solida formazione teorica di Franco, e facendo appello alla mia limitata conoscenza di quei pensatori marxisti a cui lui si riferiva con la familiarità propria di letture sistematiche, arrancavo disperatamente nel tener dietro alle sue parole. I nomi dei maggiori esponenti novecenteschi del pensiero critico marxista che Franco citava presero a sfilare sotto i miei occhi sull'improvvisato palcoscenico dei giardini, e devo dire che furono proprio quei nomi a definire il programma delle mie letture future.

Con queste parole lo ricorda Roberto Bertoni, nel suo blog Carte allineate del 12gennaio scorso: "La coesione tra teoria e prassi è stato uno dei suoi tratti intellettuali essenziali. La lettura dei testi marxisti legata alla destabilizzazione delle strutture di potere, anche interne alla sinistra, di volta in volta sclerotizzatesi o tese a compromessi deteriori, ha costituito un ulteriore elemento caratterizzante della sua posizione".

La nostra frequentazione si saldò in un'amicizia sempre più stretta,  supportata dalla comune militanza nel movimento del Potere operaio di Pisa, della cui sede spezzina Franco era stato uno dei fondatori. Quando, nell'autunno del 1969, i crescenti e incomponibili dissidi tra i dirigenti del Potere operaio pisano decretarono la fine di quella esperienza politica, e dalla sua spaccatura nacquero i gruppi di Lotta Continua, del Centro Karl Marx e della Lega dei Comunisti, Franco, che considerava fondamentale la prevalenza dell'aspetto organizzativo su quello movimentista, aderì alle tesi programmatiche espresse nel documento costitutivo della Lega dei Comunisti. Nei giorni seguenti, il fondo che avevamo affittato per svolgere le riunioni di Potere operaio, dove ciclostilavamo volantini e organizzavamo il lavoro politico nei quartieri, nelle scuole e nelle fabbriche cittadine, divenne lo scenario di un acceso dibattito sul confluire o meno nella nuova formazione politica, che Franco animò con la prontezza e la lucidità di analisi che lo caratterizzavano, e che si concluse con la costituzione della sezione spezzina della Lega de Comunisti. "Radicata soprattutto in Toscana, in particolare nelle lotte studentesche dell'ateneo pisano, tra i cavatori e gli operai di Carrara, tra i metalmeccanici di Piombino e tra gli insegnanti, [la Lega dei Comunisti] si diffuse - grazie ad un accurato lavoro di fusione con gruppi locali di analoga ispirazione e di crescita in altre regioni (Lazio, Sardegna, Veneto, Emilia e Veneto). Tra i dirigenti vanno ricordati oltre Luperini e Della Mea, Gianfranco Ciabatti, Giorgio Lindi, Ugo Rescigno, Ezio Menzione, Claudio Gentili, Filippo Ottone, Giuseppe Corlito, Guido Tonelli, Franco Pisano, Preziosa Togni" (da Wikipedia).

Originaria della provincia di Avellino, la famiglia di Franco si era trasferita alla Spezia nella prima metà degli anni Cinquanta. Del periodo della sua infanzia avellinese Franco non amava parlare - del resto, era indole piuttosto diffusa tra gli appartenenti alla "nuova sinistra" di allora considerare il personale del tutto irrilevante ai fini della militanza politica. Tuttavia, un giorno Franco si spinse a raccontarmi un episodio emblematico della sua, per dir così, educazione esistenziale, che rappresentò anche il suo primo disincanto. Franco aveva fatto le elementari in un Istituto scolastico tenuto da religiosi, e a refezione il cibo era scarso e il menu sempre uguale nella sua limitatezza. I frati giustificavano quelle ristrettezze con le rette ridotte all'osso degli allievi, ma un certo giorno successe che Franco, cercando un compagno di classe con cui era solito giocare, e non riuscendolo a trovare da nessuna parte, scese le scale che portavano al seminterrato dov'era un locale adibito a magazzino. La porta era socchiusa, e quando la aprì, con sua enorme sorpresa vide sugli scaffali metallici addossati alle pareti una lunga fila di scatoloni contenenti generi alimentari di ogni tipo, compresi numerose confezioni di dolciumi e di frutta candita. Quel bendidio era stato sottratto alla dieta dei collegiali e accumulato in gran segretezza nel magazzino. Appena risalì al piano superiore, Franco raccontò ai compagni la sua incredibile scoperta. Nel giro di pochissimo tempo la notizia sul tesoro dei frati si propagò di bocca in bocca, e l'intero Istituto venne a sapere che cosa si nascondeva dietro la porta del magazzino. L'indignazione dei collegiali montò a tal punto che i frati, temendo lo scandalo, il giorno successivo, all'ora della refezione, fecero preparare un menu ricco e variato, come mai s'era visto prima, e pasti abbondanti continuarono a essere serviti ai convittori nel corso dell'intero anno scolastico.

Iscritto alla Facoltà di scienze matematiche di Pisa, la militanza politica a tempo pieno aveva costretto Franco ad abbandonare gli studi universitari, e negli anni che durò la sua attività di leader politico della Lega fece fronte alle sue necessità economiche dando lezioni private di matematica e fisica agli studenti delle scuole superiori. Quando scoppiò il maggio francese Franco decise di recarsi a Parigi. Voleva capire, vedere sul campo cosa stava succedendo, instaurare rapporti politici con i compagni francesi, arricchire la propria esperienza di lotta e confrontarla con quella di altri movimenti, perché lo scenario delle lotte anticapitalistiche si era fatto globale. Dalle parti di Boulevard Saint-Michel c'era stata una manifestazione studentesca, i flic l'avevano bloccata, erano avvenuti degli scontri, gli idranti avevano disperso i manifestanti e il corteo si era scisso confusamente in vari spezzoni. Reduce dalla manifestazione, Franco aveva camminato sul Lungosenna e, raggiunto Pont Neuf, si era fermato a riposare su un sedile di pietra del ponte, mettendosi a leggere. Erano trascorsi soltanto pochi minuti quando un furgone di polizia si accostò al marciapiede, dei flic balzarono improvvisamente fuori e corsero verso Franco che seduto guardava con stupore la scena, lo immobilizzarono e lo trascinarono nel furgone. Venne portato alla gendarmeria di zona, quindi trasferito in una cella del carcere della Santé, dove rimase in isolamento per un paio di settimane. Rinchiuso in uno stambugio malsano, sorvegliato notte e giorno dalle guardie carcerarie attraverso uno spioncino, per vari giorni si rifiutò di mangiare, non voleva accettare il cibo da uno stato che lo trattava come un criminale, e cominciò a dimagrire in modo preoccupante. Quando la notizia del suo arresto arrivò in Italia, i compagni del movimento si mobilitarono, diedero vita a un battagliero Comitato per la  sua liberazione e organizzarono proteste e sit-in davanti ai consolati francesi e all'ambasciata francese di Roma. Ma ci volle l'intercessione dell'ambasciatore italiano a Parigi, a sua volta sollecitato da un deputato cittadino del Pci, perché Franco fosse liberato, espulso dalla Francia ed estradato in Italia. Da quel momento agenti della polizia politica, la Digos, si misero a seguire gli spostamenti di Franco.

Nel 1977 la Lega dei comunisti si sciolse per dar vita, assieme ad Avanguardia operaia e ad Unità proletaria, a Democrazia proletaria, che nell'assemblea costituente del 1978 si trasformò in partito. Per Franco iniziò un nuovo periodo di militanza politica e sindacale all'interno di DP, sia sul piano delle battaglie politiche istituzionali (nelle elezioni politiche del 1983 DP aveva ottenuto sette seggi) che su quello delle mobilitazioni e delle lotte nel sociale. Dopo la caduta del muro di Berlino (1989) e l'implosione dell'Unione sovietica (1991), il Pci si limitò a prendere passivamente atto del fallimento del socialismo reale e, senza avanzare alcuna analisi politica della nuova fase apertasi in campo nazionale e internazionale, provvide a eliminare ogni riferimento anche simbolico al suo passato "comunista" (almeno a livello nominale) con la cosiddetta Svolta della Bolognina del 12 novembre 1989 e, dopo il suo scioglimento avvenuto il 3 febbraio 1991, diede inizio a un percorso politico di subordinazione allo status quo politico-economico neoliberista. Sempre nel 1991 anche DP, attraversata da insanabili contraddizioni politiche acuitesi dopo il crollo del socialismo reale, al termine del suo VIII Congresso tenuto a Riccione, decise di sciogliersi, e una parte consistente dei suoi militanti entrò nel Partito della rifondazione comunista, nato in quello stesso anno dalle ceneri del Pci. L'esigenza dell'organizzazione che aveva sempre guidato le scelte politiche di Franco ne motivò l'iscrizione a Prc, ma ben presto il suo spirito critico lo portò in rotta di collisione con la linea politica del partito, e  l'isolamento politico che ne seguì lo costrinse a dimettersi. Come scrive giustamente Roberto Bertoni, Franco "si è trovato [...] tutta la vita in minoranza, senza mai abbandonare un’energia che lo portava a ricostruire e ricostituire, con l’obiettivo di intraprendere strade non avventuriste e non spontaneiste che fossero in grado di far avanzare la causa del marxismo".

Nell'ambiente di lavoro, il pubblico impiego, Franco, per riprendere ciò che hanno scritto i suoi compagni della "Rete 28 aprile" nel ricordarlo, "ha sempre svolto attività sindacale, occupandosi di sicurezza sul lavoro (lavorava anche come ispettore, prima Asl e poi Arpal) fino al livello nazionale in Cgil. Ha militato nella sinistra sindacale fino all'ultimo momento di lucidità. Al momento del pensionamento, due anni fa, era con noi nella Rete 28 Aprile, e, a differenza di tanti altri, la sua e nostra unica richiesta era di dargli un ruolo attivo, e non di rappresentanza, in Camera del lavoro sulla sicurezza, per non disperdere il suo non indifferente patrimonio di conoscenze tecniche, senza nemmeno pretenderne, come forse gli sarebbe spettato, la responsabilità primaria... La risposta del segretario provinciale della Cgil fu clamorosamente negativa, e lui che, nonostante le posizioni diverse dalla maggioranza, fra l'altro sempre manifestate senza sconti ad alcuno, ci teneva molto a dare il suo qualificato contributo all'organizzazione tutta, ci rimase molto male, non aspettandosi la sostanziale discriminazione.".

Dopo l'esperienza politica di DP ci perdemmo un po' di vista. Il lavoro, la famiglia, i figli fecero sentire le loro necessità, e nel nostro perderci un po' di vista influirono anche le diverse "opzioni" su come dar concretezza all'impegno politico. Erano gli anni dei movimenti no-global, dell'insurrezione zapatista, del Forum sociale mondiale di Porto Alegre, delle iniziative politiche di democrazia partecipativa e diretta, del movimento per la pace che, dopo una forte affermazione nello scenario nazionale e internazionale, finì ostaggio delle contraddizioni politiche interne fra le varie "anime" che, a partire dalla guerra Nato-dalemiana del marzo 1999 contro la Serbia e proseguendo con i "fatti" di Genova del luglio 2001, ne avevano decretato la misera fine.

Fu negli ultimi anni che tornammo a vederci con una certa regolarità. La mattina ci ritrovavamo, talvolta in seguito a una breve telefonata di conferma, al tavolino di uno dei caffè del quartiere dove entrambi abitavamo. Lui con il suo abituale pacco di quotidiani che depositava sul ripiano del tavolino, io che avevo smesso da tempo di leggerli (e questa mia scelta cagionava il suo puntuale rimprovero), ma entrambi a riannodare, con un senso di amarezza nella bocca dovuto alle vicissitudini d'una realtà politica ai nostri occhi sempre più irriconoscibile e assurda, il filo di una conversazione inesauribile, segnata a volte da discordanze di vedute dovute alle diverse sfaccettature di un comune malessere politico di fondo. Ma, meglio di quanto io possa dire, sono i secchi, esemplari versi dell'incipit della poesia che Ennio Abate ha dedicato a Franco a ritrarre la cifra politica e la misura esistenziale di quel conversare: "abbiamo cercato insieme / gli ultimi singhiozzi / della nostra giovinezza / cosi simile ascetica seria / misurata sui passi  di chi / denudò Das Kapital... / e i suoi untori // ma la  sera / incombeva" (Moltinpoesia, 11 gennaio 2013)

A conclusione di queste insufficienti parole lasciamo al commento di Gianfranco La Grassa, espresso il 12 gennaio scorso sul suo blog politico Conflitti e Strategie, il compito di fare da viatico al ricordo, e di denunciare il peso degli affetti che vengono a mancare: "Ci eravamo telefonati (come facevamo di tempo in tempo) forse un tre mesi fa (questa è la mia sensazione soggettiva, forse errata). Era malato da tempo, ma non sapevo che fosse così grave. Troppi se ne sono andati in questi tristi anni, e ciò comincia a pesare molto".

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