Le Lotte Sociali
· I rivoluzionari, avanguardie delle classi povere della società, proletari e sottoproletari, nell'Italia degli anni settanta del secolo scorso, si trovarono ad affrontare, oltre alle rivendicazioni salariali dei lavoratori, l'attacco portato dall'inflazione al loro potere d'acquisto. Qual era la situazione?
R: Nel ’74 fino a tutto il ’75 Lotta Continua, con altri, qui a Spezia
- era la forza maggiore - diede vita alle lotte sociali fuori dalle fabbriche
nei quartieri. Lotta contro il carovita, quindi, prima per l’autoriduzione
delle bollette ENEL, poi della SIP e un’esperienza radicalmente nuova, quella
dei Mercatini Rossi. La vendita diretta della carne a prezzo pressoché
dimezzato era una risposta concreta ed evidente al carovita che erodeva
pesantemente il potere d’acquisto dei salari. Fu anche, com’era nelle corde di
Lotta Continua, un’esperienza comunitaria di cambiamento individuale, delle
relazioni sociali tra le persone. Fu un tentativo di costruire nei quartieri,
nelle grandi città, nelle periferie, una condivisione nella lotta, come
nell’occupazione delle case e per l’autoriduzione e i mercatini rossi a Torino,
Milano e Napoli. La situazione di Spezia era che noi calavamo questa strategia
di lotta in un contesto che non era quello delle periferie povere e degradate
del Nord. Era quello di una città comunque di forte presenza operaia dove, per
esempio, il problema della casa non si manifestava in modo così dirompente come
da altre parti e dove la classe operaia viveva, nei quartieri, in condizioni
normali rispetto ad altre città. Era la differenza che c’era sin dal ’69 tra
gli operai immigrati della FIAT e delle grandi fabbriche del NORD e tra gli
operai professionalizzati dei cantieri di Spezia, dell’Arsenale e delle altre
fabbriche spezzine. Fu comunque per noi un’esperienza importantissima perché la
partecipazione fu molto ampia. Almeno per me è stata la ripresa di una
strategia, che aveva connaturato il Potere Operaio prima e Lotta Continua poi,
dalle sue origini e dalle lotte della FIAT, che noi avevamo chiamato, prendendo
un’espressione di un operaio d’avanguardia di Mirafiori, “Riprendiamoci la
Città”: gli operai che escono dalla fabbrica per prendersi anche il territorio,
per costruirvi organizzazione. Era una cosa che il sindacato non faceva,
limitandosi alle battaglie salariali e alle mediazioni sulle condizioni di
fabbrica. Per me è stato la continuazione, una nuova vita, dello spirito del
’68. Fu un movimento di liberazione ma anche di crescita personale, di sviluppo
dei rapporti comunitari.
Che risposte cercavate di dare al Carovita? Con
quali strumenti d'informazione e quali erano le vostre iniziative di lotta?
R: Ricordo che facemmo un’opera d’informazione di massa, casa per casa,
per esempio nella zona nord della città ma anche fuori Spezia. Concretamente,
per i Mercatini Rossi, alcuni compagni si recarono in Piemonte, dove avevamo
trovato un posto dove ci fornivano la carne sottovuoto. Altri compagni, qui in
piazza Brin, organizzarono un vero e proprio mercato alternativo al mercato
tradizionale. L’adesione della gente del quartiere fu molto alta. Finimmo in
poco tempo le confezioni di carne. Qualcuno se ne andò via a mani vuote. Più
difficile fu il lavoro sull’autoriduzione delle bollette che però fu anch’esso
un’iniziativa dal forte valore simbolico e aggregante. Fece crescere
l’organizzazione, i movimenti, nel contesto territoriale. Entrambe furono
esperienze di grande entusiasmo. Qui non c’era un forte problema della casa ma
molti nostri compagni parteciparono, solidalmente, all’occupazione delle case a
Marina di Carrara, dove, invece, il problema c’era. Si andava, quindi, in
trasferta, in tal senso.
Il telefono nelle utenze private non era più un
lusso ma un bisogno necessario. Gli aumenti unilaterali un salasso imprevisto.
Quale fu la risposta di Lotta Continua?
R: La pratica dell’Autoriduzione. Avevamo anche una consulenza e una
difesa legale. Sul piano nazionale la lotta portò a un risultato temporaneo di
vittoria contro gli aumenti, che furono rimandati a momenti migliori per queste
aziende che ne erano coinvolte. Spezia dette il suo contributo. Militanti del
PCI e del sindacato, la Lega dei Comunisti, collaborarono. Aderirono come
autoriduttori utenti di vaste fasce sociali, persino militari di marina. I
militanti più attivi erano soprattutto operai e donne. Le militanti furono
attivissime: erano loro ad andare nelle case a parlare con le donne e le
famiglie.
A me, e non soltanto a me, queste forme di lotta parvero la ripresa di
una strategia che nel ’72 la dirigenza di Lotta Continua aveva rigettato: la
parola d’ordine “Prendiamoci la Città”, perché considerata gradualista. Queste
lotte con una forte carica di spontaneità rivitalizzarono un sangue che si era
un po’ rappreso, in un partito che era prima diventato rigido. Nel ’76, poi,
Lotta Continua si sciolse perché già nel ’75 era nato un forte movimento delle
donne che ne metteva in crisi l’organizzazione burocratica. Inoltre, iniziavano
al suo interno nuovi fermenti degli elementi giovanili, i giovani musicisti,
che lamentavano anch’essi la burocratizzazione del nostro movimento, troppo
incline alla rigidità creduta necessaria per l’antifascismo militante. Già nel
’75 Lotta Continua si avviò al suo giusto scioglimento e, pertanto, la
freschezza, il momento di bellezza ed entusiasmo di queste lotte sociali durò
poco. Era per me, questa, la vera sostanza di Lotta Continua, così come nacque
e si sviluppò dagli anni ’69 e ’70. Va tenuto conto che la strage di Piazza
Fontana e la strategia della tensione contribuirono a tarpare lo ‘spontaneismo’
di Lotta Continua, che per me resta la sua ricchezza, la sostanza più bella.
Il meccanismo dell'autoriduzione si limitava a non
far pagare solo la parte degli aumenti ingiusti. Com’era calcolato l'importo da
pagare con il bollettino autoridotto?
R: C’era chi, tra di noi, aveva imparato bene il meccanismo di calcolo.
Si calcolavano i costi del numero di scatti per il prezzo precedente gli
aumenti.
Chi organizzò a Spezia i punti di assistenza per
l'autoriduzione?
R: Eh, qui i ricordi si fanno confusi. Mi ricordo la Paola… Di
Francesco si chiama. Fu la più attiva fra noi. Invece per i Mercatini Rossi
andarono a prendere la carne Armando Pardini e Ginon. Anche Giovanni La Greca
ebbe una parte significativa nell’organizzazione di questo tipo di lotte. Non
mi ricordo tutti i nomi, ma sicuramente Iro Armani. Queste lotte ci fecero
vivere in un modo del tutto particolare. La militanza era notte e giorno. Si
dormiva saltuariamente. Si stava insieme sempre. Si allargava il gruppo non
solo dei militanti ma anche di chi simpatizzava solo a questo tipo
d’iniziative. Si finiva a mangiare insieme. Nella sede in via Fiume si
aspettava che il forno dopo il ponte della Scorza aprisse per mangiare la
focaccia calda. Ci trovavamo a mangiare alle tre di notte… È stata una stagione
di grande impegno collettivo e di entusiasmo. Le lotte sociali si legavano
strettamente all’antifascismo perché si radicavano nei quartieri con una forte
memoria resistenziale, caratterizzati da una continua vigilanza contro il
neofascismo, il fascismo che ancora voleva manifestare la sua presenza.
L’iniziativa dei Mercatini Rossi, di breve durata, fu un concreto contrasto al
Carovita ma di limitato valore mentre ebbe un forte impatto simbolico e
informativo dei costosi passaggi della distribuzione che vedevano raddoppiare
il prezzo delle merci dal grossista al dettaglio. L’aver potuto vendere la
carne sottovuoto poté fugare il tentativo, anche da parte della sinistra
parlamentare, d'insinuare che in questo tipo di vendita avrebbero potuto
esserci problemi sanitari. Queste voci furono smentite dall’evidenza e pure dal
controllo sanitario effettuato dai vigili. Fatto sta che in quel periodo il
prezzo della carne diminuì di molto.
Come andò a finire la vicenda dei Mercatini Rossi a
Spezia?
R: A fronte del grosso risultato di aggregazione e radicamento nel
quartiere, la repressione giudiziaria non si fece attendere. Alcuni promotori e
partecipanti all’iniziativa furono denunciati. Oltre a me ricordo Paolo
Luporini ma ci furono altri compagni. Poi intervenne un’Amnistia ma, finito il
movimento, finita Lotta Continua e pure altri gruppi che vi avevano
partecipato, il Mercatino Rosso lasciò a noi le parcelle degli avvocati da
pagare. Ricordo che pagai la mia parte e anche quella di altri compagni, oltre
che di mia tasca, anche vendendo alcuni beni di Lotta Continua, come il
ciclostile.
Come reagiva il sindacato a queste lotte spontanee?
R: Queste lotte crearono disagio nel mondo sindacale. Crearono problemi
alla dirigenza. Già negli anni precedenti il sindacato aveva dimostrato tutta
la sua debolezza fuori dei cancelli della fabbrica. Il fatto che già nel ’69
gli operai di Mirafiori portassero fuori delle fabbriche, dalle carrozzerie,
nei quartieri, la lotta per migliorare la vita degli operai in città contro il
caro-affitti e contro il carovita, colse di sorpresa il sindacato che comunque
non si oppose così duramente come fece, invece, il Partito Comunista Italiano.
Questo cercò di isolare questa forma di lotta perché era a lui estranea. Esso
era gerarchicamente strutturato, guidava le lotte dall’alto; aveva sempre
temuto l’iniziativa diretta, autonoma, spontanea, degli operai. Sin dal ’69,
dall’Autunno caldo, larghe fasce di operai avevano manifestato insofferenza
verso il controllo burocratico sindacale e solo in seguito il sindacato
recuperò un rapporto positivo con gli operai. Anche a Spezia, nel ’69-’70,
all’OTO Melara, forme di democrazia diretta, di decisioni prese dal basso, si
manifestarono eccome! Queste lotte del ’74 e del ’75 ne furono l’ultima
espressione, prima della fine dei movimenti. Furono un tentativo di ripartire
dal basso. In fondo, pure i movimenti avevano acquisito i limiti dei partiti
tradizionali e queste lotte furono un momento in cui gli operai erano tornati
protagonisti, le famiglie, promotrici dal basso delle proprie rivendicazioni,
senza le mediazioni dei sindacati e dei partiti. Il meccanismo della
contingenza, l’adeguamento dei salari all’andamento dell’inflazione, era
calcolato sulla base degli aumenti dei prezzi delle merci nel paniere, cioè di
alcuni generi di consumo ritenuti mediamente necessari e indispensabili. Il
movimento cercò di cambiare anche questo meccanismo. Attraverso campagne
d’informazione, dibattiti, discussioni, cercammo di far capire come fosse
necessario cambiare la composizione del paniere che risaliva a un periodo in
cui certi consumi, come il telefono, non erano considerati necessari e non vi
erano presenti altri generi di consumo che invece erano diventati di uso
generale. Restavano invece generi anacronistici, volutamente calmierati, come
le candele o le sigarette Nazionali senza filtro.
Volevo ancora chiedere solo una cosa: come andò a
finire?
R: Passarono anni e si arrivò all’assurdo del referendum sulla Scala
Mobile che segnò la sconfitta del movimento operaio. Fu uno di quei segnali di
un cambiamento che ci fa oggi dire: “Dov’è la classe operaia? C’è ancora?”. Il
sindacato e la Sinistra da quel momento in poi subirono la logica
produttivistica del capitalismo. La contingenza, perciò, per loro diventava
inutile, anzi un ostacolo alla produttività aziendale, allo sviluppo
dell’economia, unica garanzia, secondo loro, per far crescere il benessere dei
lavoratori.
Salari bassi, maggiore concorrenza internazionale,
però anche questo non è bastato.
R: La fine della battaglia per la contingenza ha aperto anche una fase
di competizione tra i lavoratori stessi. Se le lotte dall’Autunno caldo in poi,
decise dal basso, erano indirizzate a contrastare la competitività tra
lavoratori all’interno della fabbrica, con la battaglia contro il cottimo,
naturalmente la sconfitta nel referendum sulla contingenza fu la conferma della
fine di quelle lotte. Ogni lavoratore fu lasciato solo e costretto a
barcamenarsi, a cercare tutti gli strumenti per prendere di più, per cercare di
aumentare la capacità d’acquisto del suo salario. È stato eliminato un
meccanismo automatico di adeguamento al carovita, anche se limitato, e se forse
il paniere avrebbe dovuto essere rivisto, la Scala Mobile era comunque un modo
per non creare differenziazioni tra lavoratore e lavoratore. C’è la sconfitta
delle lotte egualitarie degli operai dell’Autunno Caldo.




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