Dal politico al politicamente corretto e poi alla rissa verbale



 

Paolo Luporini 

 

 

Riporto le parole di due canzoni del “Gruppo de La Comune della Spezia”: 

 

A Milano un’altra bomba 

(1974) 

A Milano un’altra bomba 

Non ci stupisce più. 

E’ oramai un'abitudine 

Per chi ci vuole in schiavitù. 

L’han gettata alla questura 

Ma chi è stato ben si sa: 

un maniaco estremista 

che sul braccio ha una A. 

 

E sull’atto criminale 

È bell’e pronta una teoria 

Non c’è dubbio per Rumor 

A significa Anarchia. 

Ma chi lotta tutti i giorni 

Non si beve la bugia 

L’assassino ben si sa 

Lavorava per la Cia. 

Se lavora per la Cia 

Se è di Patria e Libertà 

L’A ci sembra un tatuaggio 

Che vuol dire Americà. 

 

E la CIA che se ne intende

Di stermini e di macelli

In Europa ha la centrale

nella Grecia dei colonnelli.

Quella A che sta sul braccio

A pensarci un poco bene

Viene quasi da pensare

Possa stare per Atene.

 

Il fratello del criminale

È nel MSI assai importante

E la A in fondo in fondo

Forse sta per Almirante.

Per A inizia anche Andreotti

Per A inizia anche l’Agnelli.

Chi lo sa che i mandatari

In fondo non sian proprio quelli.

 

O pagati dalla CIA

O legati ad Almirante

Non ci sembra in fin dei conti

Che le piste siano tante.

Strategia della tensione

Fa su e giù Roma e Milano

Chi ne ha colpa non si illuda

Non staremo mani in mano

L’operaio e il contadino

Lo studente ed il bracciante

San che inizia anche per A

Antifascismo militante.

************

Un fez

(1975)

Un fez

Ho visto un fez

L’ho visto in testa

A tanti farabutti

Era nero

Col fascio tricolor

Adesso non c’è più

Il fez

Ma i farabutti

Ci sono ancor.

 

Stiamo attenti compagni

Si sono rivestiti

Ora hanno la mitra

Il cilindro

Lo scudetto…

E tu nanetto

Non nascondere il tuo fez!

Generale

Golpista

T’abbiamo visto

Sta attento a non rimetterti il fez

I compagni soldati

Te lo butteranno giù!

Vecchio pescecane

Non c’incanti più

Noi l’abbiamo già capito:

niente più fez

niente più cilindro

Ti spazzeremo via

A te e alla CIA.

Non sforzarti a fare miracoli

Caro briccone d’un vescovo

Non raccontarci storie mielose

T’abbiamo scoperto

Butta giù il tuo fez!

 

Ma l’abbiamo capito

Sfruttatori non vi vogliamo

Ma l’abbiamo capito

Sfruttatori non vi vogliamo.

Una speranza

Un desiderio:

alerta compaňeros

no pasaran

alerta compaňeros

no pasaran

no pasaran.

 

 

Dopo aver ascoltato queste canzoni su una vecchia audiocassetta, la figlia di Paola Polito, riscontrandone il linguaggio deciso e le forti accuse, le disse: “Mi chiedo come mai non vi abbiano mai arrestati!”. Infatti, ci siamo permessi molti lussi, nei nostri volantini, negli slogan gridati nelle manifestazioni, nelle parole d’ordine e nella controinformazione, negli articoli sui giornali, nelle nostre assemblee. Certe cose si potevano dire perché sotto c’erano delle verità. “Eravamo giovani, eravamo avventati, arroganti, stupidi, testardi. E avevamo ragione!... ” (Abbie Hoffman).

Il terrorismo e gli anni di piombo cambiarono anche questo. Dopo l’assassinio di Aldo Moro il linguaggio cambiò per tutti. Giornalisti, politici, sindacalisti, democratici, si adeguarono velocemente al “politicamente corretto” che diventò la norma in TV, sui giornali, nei libri, nelle discussioni private e in pubblico. Ne guadagnò l’educazione ma ne perdette la verità. L’istruzione e i toni pacati erano diventati una virtù.

Cosa ci ha portato a questo punto di oggi, invece? Un processo veloce di sdoganamento dell’ignoranza e dell’arroganza che l’accompagna ha portato a questo clima di rissa continua, di eterna propaganda in tutti i campi in cui si dividono due o più schieramenti. Il merito principale di tutto questo va alla TV e ai talk show che hanno premiato in termini d’ascolto gli insulti e i cani rabbiosi.

Un personaggio sedicente critico d’arte dall’etica molto discutibile è stato un apripista che s’è quindi, necessariamente, votato alla politica. E’ rimasto insuperabile nel mantra: “Capra! Capra! Capra!” e s’è distinto per l’aggressione fisica dell’interlocutore in diretta. Il fondatore della Lega Nord e i suoi seguaci non gli sono stati da meno, facendo entrare i nodi scorsoi e le forche in Parlamento.

Ora siamo al punto che agenzie specializzate confezionano notizie false da mandare in pasto ai virtuosi del “copia e incolla”. Personaggi politici di schieramento avverso sono stati bersagliati da un fuoco di fila di accuse infamanti causando “il cambiamento”. Seppure non ci piacesse l’ordine precedente, ci viene facile persino rimpiangerlo. Già, perché ogni giorno, affacciandosi ai social o ascoltando la TV o, prima della clausura, addentrandosi in una discussione con i compagni di viaggio in treno o nella sala d’aspetto di un medico, alla partita di calcio o fuori da una scuola aspettando figli o nipoti, si percepivano odio e violenza appena repressa che si esprimono in parole e insulti gridati, messe in mostra del dito medio. Beppe Grillo ha fatto del “vaffanculo” una giornata nazionale: il Vaffaday. Oltre Goebbels e Hitler.

E poi ci siamo inorriditi se le carabine hanno sparato dalle finestre e microcefali sono usciti per strada e hanno sparato a tranquilli passanti di colore diverso dal loro. Tale violenza non più latente sfocia anche oggi nei rapporti personali e tanto più nel rapporto uomo-donna che si distorceva nel femminicidio, negli stupri e, ancor oggi, nella violenza domestica. Nella tensione dovuta al #restare a casa, si sono aggiunte la paura, che ha determinato la delazione e le secchiate d’acqua a chi girava per strada e la spavalderia di chi manifesta in assembramenti non protetti negando la realtà del virus accampando tesi assurde.

Che mondo! Vorrei scendere!

Invece mi/ci tocca restare a lottare per mantenere le ragioni della scienza in lotta contro l’ignoranza.

Con fantasia e bellezza, magari…


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