LA MIA STORIA NEI PID
Se
la Resistenza antifascista del ’45 ha liberato il popolo italiano dalla
schiavitù del fascismo, nel senso della limitazione delle libertà individuali,
il sessantotto ha ripreso questo percorso contro l’autoritarismo residuo del
fascismo, di cui era ancora impregnata la nostra società. Soprattutto nelle scuole,
dove l’autoritarismo era esercitato come forma educativa contro le classi più
umili, al fine di mantenerle divise dai ceti più ricchi e di “bocciare” la
possibilità per loro di accedere alle funzioni dirigenziali. I figli degli
operai, e men che meno dei contadini, non potevano iscriversi ai licei e fare
l’università, al massimo negli anni ’60 potevano aspirare a un diploma. Non
posso dimenticare le umiliazioni patite alle medie dagli insegnanti perché ero figlio
di operai e venivo dalla campagna. Con la scuola di massa questa divisione
sociale è andata in crisi ed è saltata grazie alle lotte del ’68 con cui
abbiamo conquistato le libertà negate. Quest’onda travolgente non si è fermata
nelle scuole, ma ha proseguito il suo cammino, nel tempo, anche nelle altre istituzioni
come la fabbrica e il servizio militare di leva.
Nelle
Forze armate, dapprima in modo spontaneo (’70-’71), in seguito all’arrivo
de-gli studenti del ’68, e poi (’72-’75) in modo sempre più organizzato grazie all’intervento
del movimento dei PID (Proletari in divisa), emanazione di Lotta Continua, si
diffusero le lotte dei soldati contro l’autoritarismo e l’oppressione delle gerarchie
che impedivano ogni minima forma di libertà individuale e collettiva.
Lotta
Continua aveva come parola d’ordine: “Chi è nelle fabbriche lotti nelle fabbriche,
chi è nella scuola lotti nella scuola, chi è nell’esercito lotti nell’esercito”.
Anche qui come nella scuola la borghesia dominante applicava la divisione di classe: i soldati proletari dovevano ubbidire agli ufficiali, i quali avevano ogni forma di privilegio economico-sociale e la “truppa” era costretta a vivere per 15 mesi (Esercito) e 24 (Marina) in condizioni disagiate (rancio schifoso, caserme fredde e fatiscenti, punizioni incredibili scontate in celle di rigore, limitazioni delle libere uscite, permessi e licenze) e pericolose (esercitazioni militari con armi ed esplosivi senza margini di sicurezza).
Era UN SOPRUSO inconcepibile e insopportabile che a 20 anni lo Stato ti prelevasse dalla tua vita, che stavi costruendo, facendoti perdere il lavoro, gli affetti, gli amici, e ti sbattesse chissà dove a marcire nelle caserme, obbedendo agli ordini assurdi degli ufficiali e sottufficiali che ingrassavano a nostre spese perché i soldi li rubavano a noi.
Allora
era più che giusta la ribellione: ci rubano i soldi, ci rubano 15 mesi della nostra
vita, riprendiamoceli con la lotta!
Le
prime ribellioni a questo regime fascista scoppiano nella primavera del ’70 con
la rivolta di 800 reclute al CAR di Casale Monferrato contro il pericolo di
meningite in seguito ad alcuni casi non curati dagli ufficiali.
Il
31 maggio a Pinerolo muore un alpino in un’esercitazione con l’esplosivo per colpa
di un ufficiale, gli alpini si ribellano e sospendono le esercitazioni per la
parata del 2 giugno e si rifiutano di scendere in adunata.
Nello
stesso periodo i soldati della caserma Spaccamela di Udine si ribellano contro le
ispezioni alla libera uscita e liberano dalla galera tre compagni che vi erano
stati rinchiusi per le proteste.
A
questa prima fase, chiamiamola spontanea, dove i nuclei ristretti di soldati-compagni
lavoravano alla raccolta di notizie che passavano all’esterno ai militanti di
LC o di Avanguardia Operaia (personalmente quando ero recluta al CAR truppe
corazzate di Avellino, mi rivolgevo ai compagni di Potere Operaio presenti sul
territorio), che poi denunciavano nel volantinaggio davanti alle caserme, seguì
una seconda fase più organizzata, diretta dai PID, che, partendo dalla denuncia,
dalla lotta contro le contraddizioni materiali subite, arrivavano a organizzare
l’opposizione all’interno dell’esercito di leva per interventi in ordine
pubblico e in crumiraggio in sostituzione dei lavoratori in sciopero nei
servizi pubblici (ricordo a tal proposito che fui mandato all’ospedale di
Trieste per sostituire i lavoratori in sciopero).
L’azione
dei PID si proponeva di saldare le lotte operaie a quelle dei soldati per
diffondere la lotta di classe.
Emblematico
fu il manifesto dei PID pubblicato nel numero del 15 febbraio 1973 sul quotidiano
Lotta Continua che riporto integralmente di seguito per l’impatto coinvolgente
che ebbe tra i soldati:
“FINO
A QUANDO CI COSTRINGERANNO AD INDOSSARE LA DIVISA LOTTEREMO:
-per
avere più soldi, una licenza garantita ogni mese con viaggio pagato, libera uscita
più lunga, trasporti gratis;
-per
non fare le esercitazioni pericolose e contro le condizioni di vita nelle
caserme (rancio, servizi igienici, riscaldamento ecc.)
-per
la libertà di organizzazione politica in caserma e fuori, per l’abolizione del
codice e del tribunale militare
-per
l’amnistia ai prigionieri delle galere militari; -per isolare, denunciare e
cacciare dalle caserme le spie, i fascisti e gli ufficiali più odiati dai
soldati;
NOI
NON SIAMO POLIZIOTTI, NON SIAMO CRUMIRI: PER QUESTO CI RIFIUTIAMO DI PARTECIPARE
ALLA REPRESSIONE DELLE LOTTE PROLETARIE E VOGLIAMO CHE CESSI QUALSIASI FORMA DI
COLLABORAZIONE TRA FORZE ARMATE E “FORZE DELL’ORDINE”:
-non
vogliamo fare i crumiri, non vogliamo sostituire i lavoratori in sciopero a
qualsiasi categoria appartengano;
-non
vogliamo che carabinieri e poliziotti si servano di noi, facendoci guidare i
loro camion o in altri modi;
-non
vogliamo che carabinieri e poliziotti vengano a dormire e mangiare nei luoghi
in cui siamo noi;
in
piazza ci andremo per stare al fianco dei proletari nei comizi, nelle
assemblee, nelle manifestazioni e non per andare contro di loro.”.
Durante
la mia “naja”, per tutto il 1972 a Palmanova, ero responsabile dell’intervento
PID nella mia caserma, dove ho creato una struttura organizzata di compagni provenienti
da varie realtà della sinistra extraparlamentare, ma anche di molti del PCI; nel
mio reggimento di Cavalleria vi era almeno un referente per ogni compagnia di 80-100
soldati che regolarmente si vedevano per diffondere la discussione tra i
militari di leva e per costruire la coscienza giusta per organizzare forme di lotta
collettive. A questo scopo seguivamo una strategia: stare sempre con i
commilitoni, fare vita comune, sia dentro sia fuori la struttura, prendere posizione
su tutto mettendo in evidenza le contraddizioni della morale militare, socializzare
le esperienze e conoscenze, organizzare l’ostruzionismo “marcando male” in modo
collettivo e così via.
Venivano
diffusi volantini per denunciare gli ufficiali fascisti che si accanivano
contro i soldati (famoso fu il caso del soldato mandato in carcere a Gaeta per
un anno per aver fatto il verso della zanzara “zzzzz” a un tenente).
Si
creò un coordinamento fra reggimenti che si vedeva la domenica a Udine (a volte
veniva a “prelevarmi”, con una visita parenti di una compagna, Toni Capuozzo, che
mi aspettava fuori per andare nella sede di Lotta Continua a Udine).
Il
comando del mio reggimento sapeva della mia militanza e cercò di incastrarmi ma
non ci riuscì, dovette invece subire una mia denuncia per le ruberie dell’ufficiale
ci cucina compiute falsificando le fatture e la sottrazione di derrate
alimentari del maresciallo addetto, mentre la truppa mangiava da schifo!
Le
gerarchie avevano talmente paura di noi PID che, in occasione della marcia antimilitarista
nel Friuli dell’estate 1972, prelevarono tutti i militanti e i sospettati da
ogni caserma e ci trasferirono in aereo in Sardegna a Capo Teulada in “forzato
esilio” durante tutta la durata della marcia.
Per
togliermi di mezzo mi congedarono con un anticipo di una decina di giorni, per
evitare le pubblicazioni delle loro malefatte sul settimanale l’Espresso, che
in quel periodo aveva un rapporto di collaborazione con noi.
Grazie
alle lotte dei PID ci furono in seguito dei miglioramenti, che furono costretti
a concedere, come l’aumento del “soldo”, un contributo alle famiglie più bisognose,
nuovi orari di libera uscita, miglioramento del rancio, riscaldamento delle
camerate, divise nuove. Ma ciò non bastava.
L’obiettivo
più importante era la riforma del regolamento di disciplina che consentisse
l’abolizione della schiavitù e l’esercizio dei diritti democratici che era il perno
su cui ruotava il programma dei PID:
DEMOCRATIZZARE
LE FORZE ARMATE.
Terminati
i 15 mesi di leva, continuai a occuparmi dell’intervento PID, come militante di
LC, nella Marina Militare alla Spezia e all’Eliporto di Luni, dove portai avanti
l’obiettivo della democratizzazione aiutato dai compagni di LC e con la
collaborazione degli studenti. Fu un lungo periodo, dal 1973 al ’75-’76, in cui
la mobilitazione raggiunta ebbe rilevanza nazionale, tanto che fu inviato dalla
direzione centrale dei PID, responsabile Franco Travaglini, un coordinatore, nella
persona di Carlo Degli Esposti con cui io, Paolo T., Marco B. e Walter
lavoravamo.
Tre
furono le iniziative più importanti:
1)
la mobilitazione contro il tentativo golpista di coinvolgere le Forze armate
denominato Rosa dei Venti (1974), capeggiato da ufficiali neofascisti (generale
Miceli capo del SID) e gruppi di estrema destra eversivi come il Movimento di Azione Rivoluzionaria
e Ordine Nuovo, che aveva come scopo quello di creare un’opposizione armata
militare all’avanzata delle sinistre in Italia;
2)
lo sciopero nazionale nelle FFAA del 4 dicembre 1975 che vide alla Spezia un
soldato in divisa e a volto scoperto prendere la parola al comizio degli studenti
mobilitati dai PID in piazza;
3)
l’assemblea pubblica contro il regolamento di disciplina (la cosiddetta bozza
di riforma Forlani) organizzata da noi di PID e dal Comitato nazionale per la
difesa dei diritti civili e politici dei militari e per la riforma del
Regolamento di disciplina, cui parteciparono molti sottufficiali democratici
della Marina.
Importante
fu per tutto il 1975 la lotta dei sottufficiali democratici della Marina,
sull’onda di quelli dell’Aereonautica, che, grazie alla presa di coscienza
determinata dalle lotte dei PID, si organizzarono in coordinamento capace di
coinvolgere centinaia di colleghi in manifestazioni pubbliche, cortei,
dibattiti contro la bozza Forlani, per la riforma del regolamento di
disciplina, l’abrogazione del codice penale e dei tribunali militari, per i
diritti civili politici e sindacali.
La
mobilitazione in tutt’Italia a fianco di studenti, operai, consigli di
fabbrica, sindacati in folti gruppi e a viso scoperto e in divisa costrinsero
le gerarchie a fare concessioni (abolizione della bozza di riforma Forlani, più
libertà, libera uscita in abiti civili e naja a 12 mesi per i soldati di leva e
alcune concessioni sindacali per i sottufficiali) da una parte, ma dall’altra a
scatenare la loro repressione con 11 arresti a Mestre, 3 a Codroipo,
all’Eliporto di Luni, 11 a Novara e 3 a Pordenone che ben presto furono
annullati:
il
vento di libertà non si può arrestare.
Per
dirla alla Mario Capanna: formidabili furono quegli anni.
Un PID
Commenti
Posta un commento