Lo stirneriano Giustelli


Claudio Corsi 

 

Ho visto le menti migliori 

della mia generazione eccetera eccetera 

Ginsberg, Urlo 

 

        

Quando una delle prime sere del settantatré, ai Giardini arrivò la notizia che Giustelli veniva a stare in città, i vecchi del Collettivo Cemento Armato si fregarono le mani: “Ci siamo, ragazzi, adesso ne vedremo delle belle!” Noi, pivelli di quindici-sedici anni, nel Collettivo c’eravamo entrati da poco; e certe cose non potevamo ancora saperle. Vero è che ogni tanto, alle riunioni, il nome di Giustelli qualcuno l’aveva tirato fuori; ma era solo un modo di dire. “Fare come fa il Giustelli” era lo stesso che “fare l’esagerato, l’avventurista politico”. Di lui, nello specifico, non avevano mai parlato. Alla fine, domandando un po’ in giro, c’eravamo fatti l’idea che Giustelli fosse il classico sbandato con poca teoria e tanta voglia di far casino. Il che non era poi sbagliato; ma non la diceva tutta. Giustelli era, infatti, qualcosina di più. Anzi, era molto, molto di più: era un tipo unico, una specie d’incrocio fra un vulcano e una bomba a orologeria – uno di quelli insomma che dopo un po’ ti accorgi che gira con più carica degli altri.

A dire il vero, quella prima sera che lo abbiamo visto ai Giardini, non è che ci avesse fatto una gran impressione: un tipetto secco e pieno di spigoli, capelli lunghi e stenchi, un po’ di pelo sotto il naso... Però, già l’indomani al bar, gli giravamo intorno in giri sempre più stretti. Quella sua giacchetta da pescatore di fiume – non capivamo perché – ci tirava gli occhi come una calamita… Insomma, sta di fatto che tempo una settimana gli eravamo già incollati addosso tutto il santo giorno!

Una cosa c’è da dire: Giustelli ci trattava non come gli altri vecchi del Collettivo, che erano tutti dei gran boriosi e che di politica sembrava dovessero parlare solo loro. Lui il più delle volte se ne stava muto a fumare, e ci lasciava sparare le nostre cazzate in piena libertà. Ma non sempre. Quando si sfilava piano quei suoi occhialini alla John Lennon e ci fissava tutti con un unico sguardo, era chiaro che dovevamo darci un taglio. Allora cominciava a parlare, lento e studiato, come Clint Eastwood nei film di Leone. Magari era solo una stronzata – ma la diceva con stile; e la stronzata, miracolo, si trasformava in Verbo. Ogni mezz’ora, puntuale che potevi regolarci l’orologio, tirava fuori il Drum e le cartine, e si faceva la sua paglia. Una volta su due, tirava su anche lo scatolino con le cimette d’erba, ne sbriciolava una sul Drum e riempiva la pipetta. Erba & tabacco, tabacco & erba... altro che eroina: nel settantatré, ai Giardini, l’eroina non si sapeva nemmeno cosa fosse!

Anche se i vecchi ci dicevano che non aveva manco la licenza media, a noi sembrava un tipo istruito, specie nella storia della Rivoluzione. Parlava di Cafiero e Malatesta come se ci fosse cresciuto assieme. Passava dalla sede di via Fiume quasi tutti i giorni, ma non si poteva dirlo uno del Collettivo; se gli domandavi di che gruppo fosse, si sfilava piano gli occhialini e ti sibilava dritto nelle pupille: “anarchico-individualista-linea-stirneriana”. Si era fatto cucire nelle falde interne della giacca due grosse tasche – una per far provviste tra i banchi dell’UPIM, l’altra per metterci dentro il suo vangelo: una vecchia edizione dell’Unico, fregata (‘presa a prestito perpetuo’, diceva lui) in qualche biblioteca.  Alle riunioni del Collettivo stava a sentire cinque minuti, poi tirava fuori quel suo libretto unto & bisunto e cominciava a sfogliarlo a caso, facendo segno di sì con la testa. La cosa che ci prendeva di più di lui era che alle assemblee con gli altri gruppi aveva il fegato di dare del coglione a Marx: “ …perché nell’Ideologia tedesca ha scritto un mare di stronzate: il vostro Carletto, cari compagni, di Stirner non ci ha capito proprio un cazzo!” diceva con la sua voce acida, strozzata dal catarro. I vecchi, quando parlava così, scrollavano la testa. Ma non abbiamo mai sentito nessuno tappargli la bocca; e anzi qualcuno a volte sembrava dargli ragione, anche se con un mezzo sorrisetto che non si capiva bene... “E’ uno che se la tira, ” ci ripetevano, “la Rivoluzione è per gente seria; e lui vuole solo divertirsi... ”

Al Giustelli non gliene fregava niente dei vecchi e di quello che dicevano. Aveva più o meno la loro età, ma con loro parlava poco. Gli piaceva di più stare con noi, come un maestro fra gli scolari. Piano piano, in via Fiume s’era ritagliato uno spazio tutto suo, e noi nel giro di qualche settimana eravamo già diventati “il gruppo del Giustelli”. Ci faceva ciclostilare i volantini e vendere Umanità Nova davanti alle fabbriche e ai licei. Una notte sì e una no, dopo le due, uscivamo in centro ad attacchinare i manifesti o a scrivere sui muri con la vernice. Ma nelle azioni a rischio andava solo, perché “…le storie pese non sono per i pivelli!”.

La prima ‘giustellata’, comunque, volle farla con noi. Era la prova d’esordio, e ci teneva a darcela dal vivo. “ …tanto, si tratta di preti; ” ci ripeteva ghignando da dietro gli occhialini, “e male male che va, ci becchiamo la scomunica!”.

Ma procediamo con ordine.

 

Prologo: lunedì mattina – settimana di Pasqua. L’indomani c’è sciopero all’Oto Melara, con picchetto davanti ai cancelli: in via Fiume si lavora a tutta birra per tirare i volantini. Il Giustelli, pipetta in pugno, dirige il ciclostile. Bussano alla porta e qualcuno va a aprire. Sorpresa: c’è un chierichetto con un ramo d’olivo e, dietro, don Giacomo, il pretino nuovo del quartiere. Chissà: forse al manifesto del Che sulla porta, non ci ha fatto caso; forse l’odore forte dell’erba, non l’ha sentito bene… insomma, sembra voglia benedire il locale. Sta già per spruzzare le prime gocce d’acquasanta, quando Giustelli posa giù la pipetta, si sfila gli occhialini, e gli si piazza davanti. Non apre bocca: si mette una mano sulla patta e comincia a tirarsi giù piano la cerniera, pronto per distribuire la sua acquasanta...

Il pretino all’inizio pare non capire; poi, finalmente, dall’alto dei cieli gli arriva l’illuminazione: veloce come il vento, fa dietro-front e si tira via il chierichetto.

Benedizione sospesa.

Via il prete, Giustelli si fa una ghignata e ci convoca il pomeriggio stesso per un pellegrinaggio in parrocchia. “Come ‘perché?’… Il Signore è entrato in casa nostra e noi, se non vogliamo fare i maleducati, dobbiamo ricambiare …no?!?”

Alle tre lo vediamo sbucare da dietro l’oratorio; per la ‘prima’ s’era anche messo in ghingheri: espadrillas nuove di zecca! Entra – noi dietro – in Nostra Signora della Salute che dentro non c’è un’anima. Prima ci fa mettere in ginocchio davanti all’acquasantiera e ci benedice tutti inzuppandoci da capo a piedi; poi ci sistema sulle panche, facendoci vedere come dovevamo tenere i gomiti; alla fine zompa all’altare e dà fuoco a una decina di moccoli. Preso dall’ispirazione, davanti alla Croce attacca un motivetto da osteria; ma subito ha problemi con la rima, e rinuncia. “Vado a vedere se c’è qualcosa per la comunione… ” dice, facendoci segno di aspettare. Salta giù dall’altare e sparisce in sagrestia. Pochi minuti dopo se ne torna fuori fischiettando col sacchetto delle ostie e l’ampollina del vino: ci lancia il sacchetto e s’attacca all’ampollina; un’ingollata e poi broom – un rutto cavernoso, prolungato come un temporale! Noi, che stavamo già soffocando dal ridere, a quella scarica non ci teniamo più: il Giustelli aveva trasformato la chiesa in una taverna sboccata più di quelle giù al porto!

Ecco allora che arriva don Giacomo con le sottane in mano e sbraitando & starnazzando ci avverte che ha chiamato i caramba. Il Giustelli abbozza un inchino, lo ringrazia e gli offre l’ampolla: “Uhm, passabile... e il rosso com’è?” Don Giacomo, rabbioso, gliela strappa di mano. Giustelli, indicando la Croce, gli si raccomanda di non bestemmiare; poi, visto che sta per irrompere un esercito di sagrestani, ordina la ritirata.

Grande quel pomeriggio fu il Giustelli: grande e senz’uguali. La sera stessa, al bar Coma, ci prese da parte e ci informò che in settimana avrebbe operato qualche ‘modifica’ in città; ma che sarebbe uscito da solo, perché stavolta si trattava di cose serie.

Da quel giorno ne ha combinate di tutti i colori. Non passava mese che sulla cronaca locale non ci fosse la sua foto con sotto il trafiletto. Ogni volta, il giornalista si chiedeva come mai dopo due o tre giorni di galera lo rimettevano sempre fuori... Lo sapevamo noi perché: perché dentro faceva più casino che fuori, ecco perché!

Il Giustelli operò in città per sei mesi buoni; poi, una sera, una delle prime di novembre, ci fu quella storia un po’ troppo pesa sul tre per Migliarina. Sfiga vuole, gli va a capitare proprio il controllore più stronzo della provincia! Inutile dire che il Giustelli sugli autobus non pagava mai. Per principio. Quando salivano a chiedere il biglietto, lui attaccava con la solita solfa dell’autoriduzione proletaria; i controllori gli facevano un po’ di storie, poi, sfiniti, lo lasciavano andare. Ma quella volta “ …il controllore era un nazista, e i viaggiatori tutti borghesi bastardi!”. Insomma, a un certo punto capisce che non c’è modo di scavarsela. Che fare? Colpo di genio: tira fuori la pistola ad acqua – quella che usava per rinfrescare le ragazze in via Chiodo – e intima il dirottamento a Kronstadt. Il controllore è stanco, non gliene va di scherzare, vuole i documenti. Ma il Giustelli è ormai troppo dentro nella parte: “Dai, vieni a prenderteli, stronzo di un bolscevico!”

Non lo doveva dire. Il tipo, infatti, (lo imparammo dai vecchi il giorno dopo) non era uno qualsiasi: lo chiamavano ‘Carnera’, capo servizio d’ordine del PCI, classe 1924, centotrenta chili di granito…

La scena finale ce l’abbiamo bell’e incollata nel cervello, come quella di “Per qualche dollaro in più”. Azione: alle parole ‘stronzo di un bolscevico’, Carnera ha un rigurgito di fiele; col grumo di sangue agli occhi muove contro il Giustelli. Il nostro, con calma, prende la mira. Fuoco! Dalla pistola schizza via un liquido giallino... Giallino? Mah... sarà il riflesso dei neon, sarà acqua sporca; mica può essere... Carnera si blocca. Si passa una mano sul mento e annusa il liquido... Cazzo, ma è proprio piscio! A noi, qualche sedile più indietro, ci viene da chiudere gli occhi. Per cinque secondi buoni, non succede niente: Carnera immobile, Giustelli immobile, viaggiatori immobili, come se la pellicola si fosse di colpo inceppata... Poi riparte, e a velocità doppia. Carnera si lancia a peso morto contro il Giustelli; il Giustelli si butta sulla destra; centotrenta chili di granito si abbattono di schianto sulla pedana; una giacchetta da pescatore rispunta trionfante tra i sedili, sguscia giù dalla porta, se la dà a gambe sotto i portici...

La mattina dopo, tre squadristi della sezione Togliatti lo vanno a prendere a casa, lo bastonano un po’, e poi telefonano agli amici celerini, che in questura completano il lavoro. Alla fine gli appiccicano in fronte un ‘foglio di via’ a effetto immediato e lo imbarcano su un treno con biglietto di sola andata per Catanzaro, terra degli avi.

Nel pomeriggio, la notizia fa il giro dei gruppi. La sera, in via Fiume, sono convocati tutti, dai freak-creativi dei Giardini ai duri dell’Autonomia. C’è aria di rivoluzione. Geppi di Lotta Continua è il primo a prender parola. Comincia così: “Punto uno: il Giustelli è un coglione. Punto due: al Giustelli qualche bastonata non gli sta neanche male... ”, e così finisce: “ …ma il Giustelli è pur sempre un compagno; e il foglio di via a un compagno è u-no-schiaf-fo-a-tut-to-il-Mo-vi-men-to! E allora, che aspettiamo? Fuori le spranghe, e avanti-marsch alla sezione Togliatti!” Sale il casino. Più fischi che applausi: mozione bocciata. Compagni, silenzio! C’è Zimbo, dei freak-creativi, che deve dire la sua: “Qui ci vuole un’azione simbolica, stile-Giustelli: propongo una pisciata collettiva dentro al tre per Migliarina!” Fischi & conati di vomito: mozione bocciata. La parola al giovane Tartas, degli anarco-trotzkisti: “Io farei un sit-in domani in via Chiodo con blocco degli autobus…” Dal loggione sale una voce: “Domani gli autobus sono in sciopero, idiota!” Sceee-mo, sceee-mo & risate: mozione neanche votata…

A questo punto, saltiamo su noi: “Calma, tempo al tempo: l’azione è affar nostro, che siamo il suo gruppo. Domenica mattina in piazza Italia c’è l’inaugurazione della cattedrale. E sappiamo noi cosa fare... ”

E sì che sapevamo cosa fare, perché il Giustelli due sere prima ci aveva già parlato del suo piano: “…compriamo delle uova, con una siringa le svuotiamo e le riempiamo di vernice rossa; poi, sabato notte, si va a fare un po’ di tirassegno in piazza Italia... ”

Detto & fatto.

Domenica mattina alle nove, un’ora prima dell’inaugurazione, ci troviamo per caso a passare in piazza Italia e fischiettando diamo un’occhiata alla cattedrale: miracolo! La grande Croce sulla facciata sanguina come un maiale sgozzato! Lavoretto impeccabile; ah, lo vedesse il Giustelli! Ma… guardate là!... Sotto, a livello della strada, dov’è andato a seccarsi l’ultimo rivolo di vernice, c’è una scritta enorme – sempre di vernice, ma a pennello, e più rossa della nostra: UN FOGLIO DI VIA NON FERMA L’ANARCHIA. A seguire, la firma, inconfondibile: MAX STIRNER. Ci guardiamo con gli occhi strabuzzati: " …ma come, non era sotto chiave giù in Calabria?!?"

Giustelli, anarchico-individualista-linea-stirneriana, ci lasciò – e stavolta per davvero – nell’aprile del settantasei. Per il calendario erano passati tre anni; per la Rivoluzione, tre secoli. Anche per lui, per Giustelli, i tempi erano cambiati: niente più Drum, niente più pipette d’erba – il giorno che lo trovarono sprofondato nel cesso della stazione (manco a farlo apposta, era venerdì santo) una siringa gli pescava in fondo al bicipite sinistro. Più sotto, sulla punta della scarpa, era colato un rivolo di liquido rosso.

No, non era vernice.

 

***

 


Commenti

  1. E' solo un bellissimo racconto ispirato a molti differenti personaggi veri, con episodi veri o del tutto inventati. Giambo conosce la vera storia... Non cercate di corromperlo perché ve la racconti. Si sa, la curiosità è...

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  2. Risposte
    1. Sono Zorkunde che non riesce a iscriversi

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    2. Chi trova difficoltà ad iscriversi potrebbe commentare accedendo da Google dallo smartphone. Ciao, Zorkunde!

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