Lotte per i diritti civili - Intervista di Paolo Luporini a David Virgilio
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Come
sei arrivato a impegnarti per le battaglie per i diritti civili, a iscriverti
al Partito Radicale?
Mi
sono iscritto al Partito Radicale nel 1977 in occasione della campagna di
raccolta firme per gli 8 referendum. Sebbene presi la tessera unicamente
quell’anno, continuai anche in seguito a sostenere le iniziative del partito. Venivo
dalla partecipazione a gruppi di comunità di base cattoliche, frequentavo la
parrocchia di Don Mario Scarpato a Fossamastra,
una realtà molto innovativa sia per l’approccio al cristianesimo ed alla religiosità,
quanto per lo sguardo sulla vita e sul contesto sociale di allora: numerosi i
riferimenti a Don Mazzolari e Don Milani, frequenti gli incontri con don Sirio Politi, fondatore della comunità dei preti
operai di Viareggio e vicinanza alle lotte operaie; era insomma una realtà
particolare, non dico osteggiata, ma certamente guardata con un certo sospetto
dalle gerarchie ecclesiali e da parte di certi strati della cultura cattolica
(Don Mario, ex partigiano, veniva definito il “prete rosso”).
L’avvicinamento
alle iniziative del Partito Radicale, già da prima del ‘77, era motivato dalla
condivisione di tre questioni che ho sempre ritenuto prioritarie. Intanto la scelta
nonviolenta: il Partito Radicale si poneva come unica organizzazione politica in
quegli anni in Italia, che dichiarava apertamente e praticava coerentemente
metodi di lotta politica nonviolenta, in una fase in cui la violenza si
legittimava come strumento di lotta politica e come tale era accettata.
Il
1977 è stato tante cose insieme: indubbiamente una stagione di creatività
(pensiamo alla diffusione delle radio libere), per certi versi un nuovo ‘68, la
sua continuazione e forse la sua fine. Va però anche detto che fu un anno
straordinariamente violento: muoiono l’agente Settimio
Passamonti, Giorgiana Masi e Valter Rossi a Roma, Francesco
Lorusso a Bologna; sono gli anni della P-38, della massoneria e dei servizi
segreti deviati; è il momento in cui esplode il terrorismo, e, ripeto, lo
stesso “movimento” prestava non di rado un’attenzione conciliante, a volte
benevola, alle scelte violente di lotta.
In
tale contesto la questione della nonviolenza assumeva un carattere distintivo
soprattutto se riferito a prassi di lotta politica. Un tema sul quale erano (e
sono ancora) molti i malintesi: la si è spesso derisa, se non disprezzata,
identificandola con una pura passività, con un “pacifismo buonista” o
addirittura con l’acquiescenza passiva alla violenza del potere. In realtà la
proposta del Partito Radicale considerava la nonviolenza come un metodo di
azione sostanzialmente attivo, fondato sull’uso di tecniche alternative a quelle
violente (la disobbedienza civile, il digiuno) e sul rifiuto di collaborare con
la violenza, di farla e di subirla.
All’epoca
circolavano saggi e riviste periodiche curate da gruppi e movimenti che
diffondevano riflessioni su questo tema (‘Azione
nonviolenta e Sathiagraha’ del Movimento nonviolento di Perugia, ‘LOC-notizie’, periodico della Lega degli obiettori di
coscienza, ‘Notiziario Mir’ della sezione
italiana del Movimento Internazionale della Riconciliazione, ‘Alternativa nonviolenta’ della Lega Socialista per il
Disarmo) dove il riferimento più autorevole erano le opere e le lotte di
Gandhi. Nonviolenza quindi come pratica politica e quindi una serie di
metodiche per affermare, far riconoscere un diritto e smascherare un sopruso.
Poi
le battaglie per i diritti civili. Di fronte ad un sistema sempre più corporativo
ed illiberale, i radicali avevano compreso che il punto di frattura del moloch
partitocratico erano proprio i diritti civili, e pertanto miravano ad ottenere
leggi che garantissero i diritti negati attraverso la mobilitazione popolare.
Attuale ancora oggi il grande progetto di legge d’iniziativa popolare per
l’attuazione delle libertà e garanzie costituzionali, la “Carta delle Libertà”, dove sono affermati in chiave
riformista, libertaria e socialista i diritti dei cittadini alla luce della
nostra Costituzione.
Una
lezione importante furono i risultati del referendum sul divorzio che
rappresentò un punto di svolta della politica italiana del dopoguerra, la fine di
un’egemonia di una certa cultura e del suo partito di riferimento (la Democrazia
Cristiana). Un’evidenza ulteriormente rafforzata dalla successiva approvazione
della legge sull’aborto e la vittoria nel referendum sull’aborto. Penso che
quello fu il momento più alto della vicenda radicale.
Ultimo,
non certo per importanza, un terzo aspetto che ha motivato e sostenuto le mie
scelte: l’attenzione ai problemi dell’ambiente e della sostenibilità
ambientale, la lotta al nucleare (con il logo del sole che ride ”Nucleare? No grazie!” del 1975) e la condivisione di questi
temi con numerose associazioni nazionali e europee.
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Il
Partito Radicale rischiava di non raggiungere il migliaio d’iscritti in tutta
Italia, chi eravate a Spezia?
L’organizzazione
spezzina del Partito Radicale era minuscola, avevamo una sede in Viale San Bartolomeo,
ma non erano molte le persone che militavano in senso tradizionale: tra queste
bisogna ricordare sicuramente la figura di Amalia
Barbero insieme a quello che potremmo definire il padre fondatore
dell’associazione radicale spezzina, Claudio Jaccarino,
anche se in quegli anni si era già trasferito a Milano e scendeva alla Spezia
solo in occasioni di eventi specifici (sit-in antimilitaristi e azioni di
disobbedienza civile).
Oltre
ai militanti più assidui, gravitavano molti simpatizzanti e sostenitori dell’attività
radicale: frequenti erano i contatti ad esempio con Piero
Pozzoli, ingegnere e imprenditore spezzino di grandi qualità (fu tra i fondatori
del Cisita), Dario Manfredi, esponente dalla
sinistra repubblicana, e Federico Favilli. Ma
tante altre persone qualunque, diverse per cultura e provenienze, si avvicinavano
interessate dai contenuti e dal nostro modo di fare politica, a cominciare da
uomini e donne omosessuali che vedevano nelle lotte per i diritti delle
minoranze sessuali un punto di riferimento e maturazione delle identità
personali. Questi “incontri”, questo confronto, per me ventitreenne, aprivano
un orizzonte politico nuovo, profondamente laico e libertario, slegato da
quelle ideologie e ritualità di chi parlava di “rivoluzione”; tutto mi sembrava
più concreto, e le possibilità di un cambiamento sociale più vicine.
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In
quali battaglie siete stati impegnati inizialmente? Ad alcune delle più
importanti lotte per i diritti civili avete coinvolto molti altri partiti,
gruppi, associazioni, movimenti, settori sociali. Come ci siete riusciti?
Sebbene abbia preso
parte alle attività del Partito Radicale successivamente alla battaglia ed alla
vittoria referendaria sulla legge del divorzio del 1974, ho partecipato
attivamente alla campagna di raccolta firme per gli 8
referendum. Lo strumento referendario offriva infatti la possibilità di
coinvolgere e favorire la partecipazione delle persone ai temi dei diritti
civili e non solo: la gente partecipava numerosa alla raccolta delle firme (anche
questa un’azione nonviolenta), che allestivamo con i classici “tavolini” posizionati
nelle zone più frequentate della città (Piazza del Mercato, Via Chiodo, Piazza
Mentana) tanto che a volte si formava una vera e propria coda dove spesso si improvvisavano
vivaci dibattiti. Un’operazione, quella della raccolta, anche abbastanza
impegnativa dal punto di vista organizzativo (modulistica, timbri, procedure,
identificazione del firmatario) che doveva svolgersi, per essere legittima, alla
presenza di un notaio (un grande ringraziamento allo straordinario avvocato Antonio Celle).
Sulla campagna di
raccolta firme aderirono anche altre formazioni politiche, una raccolta fu
condotta con l’adesione di Lotta Continua ed il Movimento Lavoratori per il Socialismo, formazioni per
molti versi lontane per ideologia e prassi dall’impostazione radicale, ma il
Partito non aveva mai rifiutato il sostegno di compagni di strada.
Certo il PCI o la DC non
simpatizzavano e non condividevano questo tipo di alleanze, ci consideravano
folcloristici, eccessivi, perversi; ma ad esempio all’interno del PSI si
trovavano già tiepidi consensi e adesioni, quantomeno a livello individuale.
Più difficile il rapporto con la Chiesa cattolica, che avversava “radicalmente”
l’approccio radicale. In realtà i referendum sono stati costantemente
ostacolati non tanto per il numero eccessivo o le loro disomogeneità, ma solo
perché si ponevano come strumenti di mediazione politica esterni ai partiti.
Dal 1976 erano entrati
nel Parlamento quattro deputati radicali (Bonino,
Faccio, Mellini e
Pannella) e la lettura assidua degli atti delle
sedute (soprattutto nel caso del dibattito sulla legge sull’aborto) fu per me un
ulteriore e decisivo momento di crescita sul significato politico dei diritti civili,
della libertà, dell’autodeterminazione e della laicità dello Stato.
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Le conquiste
del Partito Radicale sono diritti di ciascuno di noi. Perché un passo indietro potrebbe
essere una perdita enorme per la libertà di tutti? Chi si opponeva alla legge
sul divorzio o a quella sull’aborto presumeva di non averne mai bisogno come di
altri diritti tutelati da tutte quelle leggi o proposte che riguardavano le
libertà degli altri. Che cosa può spingere a voler vietare un diritto che per un
altro è una grave necessità?
Il Partito Radicale riusciva a coinvolgere le persone indipendentemente dalla loro appartenenza ad altri partiti, altre militanze, credi o fedi religiose, questo era il suo punto di forza. All’epoca il sistema politico era fortemente blindato e “lottizzato” dai partiti “tradizionali” e quindi l’idea di partecipare attivamente e influire sulle scelte politiche firmando le richieste di referendum rappresentava un’opportunità per slegarsi dagli indirizzi e le indicazioni rigide dei partiti, che molto spesso ignoravano determinate richieste di democrazia e di diritto, considerate, soprattutto a sinistra, come sovrastrutturali, e di conseguenza i radicali venivano additati come “folcloristici”, eccessivi, illusi di dichiarare la lotta al sistema senza precisi riferimenti a posizioni di classe. Ad esempio, la battaglia sulla legge per l’aborto fu essenzialmente una battaglia contro l’aborto clandestino e l’autodeterminazione della donna, attraverso una legislazione che affrontasse il problema del riconoscimento di un diritto, di una tutela, piuttosto che dibattito su un principio morale.
(Adelaide Aglietta)
Un
tale approccio comportava naturalmente, da parte di molti ambienti politici e
non, legati alla Chiesa Cattolica, la demonizzazione del Partito Radicale. Se
pensiamo appunto ad argomenti quali divorzio, aborto, obiezione di coscienza, diritti
delle minoranze sessuali, antiproibizionismo e depenalizzazione delle droghe
leggere, fine vita, ecc... è facile capire l’opposizione regressiva ad un
cambiamento della cultura politica e giuridica del Paese di quanti più o meno
al governo erano interessati piuttosto a soluzioni di compromesso (storico).
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Con lo
sdoganamento della cattiveria, subentrata al “politicamente corretto”, nei
media e sui social sono cresciute opinioni violente orientate al divieto
piuttosto che alla ricerca della libertà e al diritto.
Il
quadro politico attuale è disarmante: alla perdita di un concetto di collettività
dove ciascun componente esercita i propri diritti e doveri, si è sostituita una
feroce chiusura politica e culturale a quello che potremmo chiamare il diritto
alla complessità sociale. Il crescente malcontento, trasformatosi in rancore violento,
nei confronti di determinate situazioni lasciate irrisolte, testimonia la
perdita del principio di solidarietà, una perdita coltivata per anni, quasi scientificamente,
attraverso la povertà informativa, l’incapacità di analisi, la guerra fra poveri.
La
complessità dei problemi sociali viene brutalmente semplificata, affidandone la
rimozione a slogan di semplice e banale propaganda.
La
coscienza della stupidità è andata sempre più perduta, in una costante deriva
che ha trasformato il bisogno di dare voce alle esigenze della popolazione in una
liberalizzazione/rivendicazione fuori controllo di interessi ed egoismi privati
d’ogni genere, responsabili di una sorta di asfissia sociale e culturale. Non
ci sono più strategie perché c’è una perdita o almeno un indebolimento dei
principi di riferimento.
Per
quelli come noi che hanno vissuto un’epoca in cui i “principi valgono soprattutto
nel momento in cui è più difficile applicarli” (M. Pannella), oggi si trovano
fuori dal “discorso”, sono fuori gioco. Dobbiamo elaborare questo “lutto”,
questa perdita, e guardare al futuro con quei valori, ancora terribilmente vivi
e validi.
E’
necessario e urgente cominciare a parlare del futuro, ad avere visioni del
futuro, dobbiamo smetterla di guardare al passato con nostalgia: mantenere la
memoria, certo, ma coltivare il sogno del futuro, giusto come facemmo quasi 50
anni fa.
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E’
principale il problema ecologico, i nuovi movimenti giovanili sono una speranza
ma anche l’ultimo grido di una generazione che il futuro non ce l’avrà.
Il
problema ecologico è sostanziale: quanto potrà durare ancora una situazione in
cui l’ 80% delle risorse disponibili sono privilegio del 10% della popolazione
mondiale? E’ urgente trovare delle soluzioni (a cominciare dal modo in cui
circolano le informazioni), che forse non scaturiranno a breve termine, forse
ci vorrà più tempo, quando noi non ci saremo più, ma sarà determinante portare
avanti una battaglia per i diritti, contro le disuguaglianze, una battaglia fondata
sulla pratica nonviolenta, l’unica in grado di aggregare le persone e condurle
al cambiamento, perché la violenza è prevedibile, sta al gioco del potere, e
quindi facilmente reprimibile, mentre è più difficile sradicare l’azione non
violenta.
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M’interessa
molto la battaglia per il diritto all’obiezione di coscienza sulla leva
militare. Alla base di molte delle scelte degli obiettori stava
l’antimilitarismo, che resta sempre più valido oggi. Sei ancora d’accordo? La stragrande maggioranza dei partiti,
anche della sinistra di allora, era favorevole alla leva e c’erano solo timide
proposte per un servizio militare di professionisti. Era assurdo, allora,
parlare di soldatesse, carabiniere, poliziotte, marinaie, ecc. Pochi gruppi dell’estrema
sinistra organizzavano i Proletari in Divisa. Quali vizi mentali sottendono
queste vecchie proposte e la deriva attuale?
L’abrogazione
del servizio militare di leva a favore di un servizio professionale era sempre stato
osteggiato per i timori di creare una classe militare utile a eventuali destabilizzazioni
armate delle istituzioni democratiche: il timore verso i soldati di professione
richiamava scenari “cileni”. L’orientamento al servizio civile segnò
sicuramente un passo avanti, sostituendo alla leva militare un lavoro di
utilità pubblica. Si è passati quindi dal riconoscimento dell’obiezione di
coscienza al servizio militare (1972) a favore del servizio civile.
Personalmente
ho presentato nel 1978, al termine degli studi, la domanda di obiezione di
coscienza e ho “servito” il Paese per due anni attraverso l’assistenza a
giovani disabili e in una comunità terapeutica per tossicodipendenti.
Certo,
sull’obiezione di coscienza ci sarebbe molto da discutere circa i suoi sviluppi
ad esempio in campo sanitario… Ma al di là di queste questioni, mi pare attuale
piuttosto orientare la lotta antimilitarista sul commercio delle armi ed i
connessi interessi e assetti politici.
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I
maggiori rischi sono dovuti alla crisi del modello attuale di crescita e
sviluppo, tipico del capitalismo. Si deve ricercare una decrescita felice, che
parta da comportamenti individuali di vero cambiamento. Il tuo processo individuale ti ha portato
sulla strada del buddismo, vedi dei legami con le scelte di vita precedenti?
Quel percorso iniziale e tutta la tua esperienza di vita ti hanno portato alla
scelta di abbracciare il buddismo. Puoi parlarci delle motivazioni che più ti
gratificano di questa scelta?
Questo
nostro mondo sta finendo, per questo c’è estremo bisogno di disporre di modelli
di azione “nuovi” per influire su ciò che verrà; per questo è importante lo
sviluppo delle coscienze individuali, la capacità di costruire relazioni
positive, direi rivoluzionarie, fra le persone, e non è poco.
Dobbiamo
uscire dall’attuale analfabetismo sociale, imparare nuovamente a leggere e
conoscere le reali condizioni del contesto nel quale viviamo e affrontarle. Ho
iniziato a praticare il Buddismo di scuola mahayana giapponese alla fine degli
anni ottanta: una scelta importante per la mia vita e che attualmente sto
portando avanti, con grande soddisfazione e risultati. Il Buddismo è parte
integrante del mio cammino, sono sempre stato attento a quanto c’è di sacro
nelle cose e nella vita, la spiritualità è per me un elemento irrinunciabile.
Così,
dopo una serie di esperienze e militanze ho trovato, sulla strada, il Buddismo.
Una scelta che non rappresenta un distacco dalla realtà, anche se sono
frequenti le banalizzazioni, come se questa fede fosse una terapia “palliativa”
dei problemi e degli stati di vita individuali. In realtà nel Buddismo ho
trovato un potente strumento di lotta, per il miglioramento della propria vita,
per la felicità personale e delle persone che mi circondano.
Questa
nostra esistenza presente non tornerà più, per questo è preziosa e
insostituibile; per questo deve essere orientata verso la creazione della
felicità e del valore, se non vogliamo avere rimpianti. Attraverso la pratica
Buddista impari a leggere meglio te stesso, a metterti alla prova sui tuoi
limiti e individuare la strategia più adatta a migliorare la tua condizione: si
innesca così un processo per cui la tua crescita personale influenza anche l’ambiente
circostante. Nessun rifugio quindi nell’intimismo o in una spiritualità a poco
prezzo, e tantomeno un’ adesione a teologie metafisiche: le caratteristiche del
Budda sono già dentro ciascuno di noi, nessuno escluso, non c’è bisogno di
andare a cercare fuori di sé, “alienarci” a qualcosa di altro; bisogna però
riuscire a manifestarle nella propria vita, con un impegno costante e
quotidiano. Sia chiaro, non rinnego nulla di quello che è stato il mio percorso,
a cominciare dall’esperienza cristiana cattolica, scoprire il buddismo lungo il
mio cammino è stato non solo un ulteriore momento di crescita personale ma
anche un modo di dare senso e valorizzare tutte le mie esperienze precedenti.
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Un
momento importante della vita della fine degli anni settanta fu per Spezia
l’apertura del tuo locale “L’Ape Regina”, un piccolo paradiso di pace per tutti,
anche per coppie, in cui si aggregavano amici, si giocava, si faceva festa e
musica, si gustavano piatti deliziosi e molti tipi di tè, tra cui preferivo
quello alla liquirizia. Ora non posso più berlo, sono iperteso, ma mi manca
quanto quel locale, le amiche, gli amici con cui m’incontravo. Tu ci lavoravi e
l’impegno doveva essere gravoso. Ti rendi conto di aver regalato tanta felicità
e che la nostalgia che proviamo al pensiero che l’Ape Regina non c’è più è
legato alla fine della nostra giovinezza?
L’Ape
Regina è stato un esperimento che abbiamo realizzato tra il 1978 e il 1980.
L’idea nacque dalla volontà di un ristretto gruppo di persone, che all’epoca gravitavano
intorno al Partito Radicale, particolarmente sensibili alle questioni
dell’ambiente e dell’alimentazione. L’Ape Regina infatti nasce come un ristorante
“vegetariano” (con qualche accento anche sulla macrobiotica), sulla scia di
esperienze già sorte in altre città: Milano, Roma Firenze.
Il
leader del gruppo era Claudio Belbusti, un
tecnico disegnatore, licenziatosi e emigrato dalla provincia di Milano proprio
per dedicarsi a questo tipo di attività: le sue competenze di cuoco furono
determinanti. Il locale proponeva una gastronomia che per l’epoca era un po’
fuori dal comune: piatti e condimenti a base di riso integrale, miglio, salsa di
soia, tofu, fiocchi di avena, infusi, ecc., tutti prodotti che cominciavano
lentamente a diffondersi anche nella nostra città. Ma l’Ape Regina non nasceva
solo come luogo di ristorazione, si poneva anche come spazio di aggregazione,
rivolto soprattutto ai giovani, un locale “alternativo”, dove potevi
sorseggiare un tè o una tisana, farti una scodella di muesli, leggerti un libro
(avevamo allestito una piccola biblioteca) e intrattenerti con gli amici con
giochi da tavolo e, più saltuariamente, fare musica o vedere film.
Un
assiduo frequentatore del locale era Gino Patroni:
ricordo che al termine del pranzo, utilizzando le tovagliette di carta ai
tavoli e un pennarello, intratteneva gli avventori con i suoi tipici disegni
pieni di sarcasmo e spezzinità.
Tutto
questo accadeva 40 anni fa e penso che sia stata per la città una proposta
innovativa importante. Va detto che la cosa ha funzionato bene finché il gruppo
fondatore ne ha tenuto le redini: la nostra decisione a lasciare condusse
ovviamente ad un netto cambio di gestione e le cose presero un’altra direzione,
non più fedele allo spirito originario.




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