STORIA DI UN ANNO, DI UNA FESTA DI PIAZZA E DI UNA CANZONE PERDUTA



 

Rudi Veo 

 

Le scale erano silenziose, poco illuminate, nel salire, i nostri passi risuonavano liberando riverberi ed echi indistinti, quasi volessero sfuggirci per raggiungere il soffitto dell’androne e librarsi ancora più in alto. L’appartamento di Paolo era al terzo piano, forse quarto, mancavano meno di due ore alla fine dell’anno. Entrando in casa, lo stacco dalla semi-penombra della scale alle luci intense e allegre della cucina, mi fece socchiudere gli occhi. Non saprei dire il numero esatto delle persone presenti, almeno un paio di stanze erano occupate ma la regola, all’epoca molto seguita, di non fidarsi di chi avesse più di trenta anni, era rispettata, nessuno dei presenti superava quell’età. Il Tempo, dal momento del nostro arrivo, fino al conto alla rovescia per brindisi e spumante, volò via in pochi istanti, trascinando in un vortice le parole, le risate, gli sguardi. Tutto sembrava accelerare, come una fuga, come un rimediare un qualche ritardo, come un inseguire delle luci o un profumo sconosciuto e inebriante, che non potevamo lasciar svanire. Non trascorse più di un'ora dall'arrivo del nuovo anno e già stavamo uscendo, rianimando le scale, con rimbombi di passi e voci che rimbalzavano su piani sfalsati, rispetto al nostro movimento.

Fuori ci aspettava la piazza, con la sua fontana e le palme che la circondavano attente. In giro non molta gente, ogni tanto arrivavano esili scoppiettii di petardi impacciati e asfittici o sfrigolii di girandole luminose dai balconi. Giambo cercava di rasserenare uno con la ciucca triste e le basette altrettanto a disagio, io guardavo la fontana, la circuivo girandole intorno, come per cercare un’intuizione, una conferma, o semplicemente per farmi venire un’idea su cosa fare di noi e della notte. Di tanto in tanto scambiavo qualche parola con Gian Luca.

L'accelerazione del tempo ci aveva fatto arrivare alle tre del mattino, qualcuno già lasciava la piazza e la compagnia, e poi laggiù, sotto i portici, si materializzò un amico, Loris, che noi chiamavamo Stravoltik. Stava rientrando dopo aver accompagnato la sua ragazza a casa. Un breve scambio di saluti, rapidi aggiornamenti sull’andamento della serata e poi il suo invito a passare ancora qualche ora insieme, a casa sua, non così distante da lì, nel quartiere confinante di Rebocco. L'appartamento era un piccolo bilocale che condivideva con un giovane operaio e noi, piccola forza d’invasione e occupazione, riempimmo completamente la stanza più grande, molti seduti a terra, qualcuno era riuscito a guadagnare i letti o il divano. Le candele accese e le spie dell'amplificatore dell'impianto stereo erano le uniche fonti di illuminazione. Venne messo sul piatto un disco, non lo avevo mai sentito prima, e da quel momento il Tempo, stanco di fughe in avanti per accaparrarsi le prime ore dell'anno nuovo, rallentò la sua corsa. La musica iniziò in sordina, sintetizzatori accennavano accordi in lontananza che galleggiavano tra la testa, le pareti, il soffitto e il respiro del vicino. La chitarra di Gilmour gentilmente cercava un dialogo col lento plasma sonoro in espansione e infine rallentò, anche lui come il Tempo, quasi si fermò per ripetere quattro note, più volte, separandole una dall'altra con eoni di tempo, allargando ulteriormente lo spazio sonoro che sapeva di notte, del profumo della notte a fine estate, evocava paesaggi deserti, forse altri pianeti, mondi ancora da esplorare, mondi dove andare. Non saprei descrivere con precisione le mie sensazioni, tutto mi appariva vago, ma anche piacevole. Nell'ambiente, calore e assenza di parole, perché non erano necessarie, non mi accorsi nemmeno che qualcuno alla fine del lato A del disco si alzò e girò il vinile, la musica continuava a fluire. In quel tepore provocato da tanti giovani corpi raccolti in così poco spazio, colsi e provai, con le sinapsi delle mie sensazioni, con le autostrade neuronali della mia coscienza, che altri mondi erano possibili, bastava solo immaginarli. Quella momentanea illuminazione era catalizzata da un altro tipo di sensazione: provavo uno sconvolgente senso di sicurezza e appartenenza.

Il 1976 iniziò in questo modo, con gli amici e la sensazione di appartenenza, di legame, di comunità, che a distanza di tanti anni, ogni tanto, avverto ancora adesso. Poi la Piazza, Piazza Brin, che ci avrebbe rivisto, nei mesi a venire, in occasioni importanti, in quell’ormai lontano 1976. Nei primi giorni di gennaio i miei genitori avevano bisogno di spazio e iniziarono a svuotare armadi e bauli. Tra le cose che sarebbero finite in discariche o in parrocchia, nel caso fossero ancora decenti, recuperai un giubbotto di fustagno marron scuro e un basco, francese, blu. Li indossava anni prima mio padre, quando lavorava nei cantieri dove si costruiscono centrali termoelettriche. Me ne appropriai così. Quei capi divennero una componente essenziale del mio abbigliamento, nei primi mesi dell'anno. Sicuramente non fu a causa del basco o del giubbotto, ma indossandoli avevo la sensazione che la mia vita, il fluire della mia esistenza, i miei pensieri, il mio umore fossero all'unisono col mondo, con la realtà esterna, con tutto quello che stava accadendo. Avevo grandi aspettative, persino certezze, riguardo al futuro. Percezioni che sembravano dirmi che tutto stava andando per il meglio. Pensavo che la mia situazione personale, quella generale e politica, insomma tutto il marasma che circonda il nostro quotidiano, che influenza i nostri fantasmi mentali, soprattutto i nostri impulsi migliori, intendo la voglia di giustizia, uguaglianza, pace e amore, avrebbe di lì a poco portato ad uno sconvolgente, quasi magico, esito positivo. Dovessi paragonare quei giorni a qualcosa, direi che erano come una danza, un movimento spontaneo del corpo che ci spingeva avanti, con passi di un ritmo irregolare, sicuramente dispari, ma percepito come perfettamente all'unisono con le nostre esistenze. Una danza, un movimento che ci allontanava da una scena bloccata, da un'atmosfera stantia, da un mondo che aveva i giorni contati e ci faceva avvicinare a qualcosa che non potrei definire se non come un cambiamento radicale, positivo e necessario

Nei primi mesi dell'anno tutti i sabato sera avevamo un appuntamento. ll Comitato di Quartiere di Piazza Brin apriva le porte della sua sede, all'angolo sotto i portici, dando la possibilità a tutti i giovani musicisti della città di suonare. Un progetto di concerti informale ma molto partecipato e apprezzato. L'atmosfera era quella di un folk club e, nonostante le strade e le piazza dopo le otto di sera in quegli anni fossero pressoché deserte, mentre mi recavo là, con basco e giubbotto di fustagno, mi lasciavo cogliere dall'illusione di dirigermi verso qualche club del Greenwich-Village, dove " …c'era musica nei locali di notte e rivoluzione nell'aria", per citare il nostro poeta di riferimento. La musica e il suono erano un po' acerbi, crudi, le capacità e le competenze dei musicisti dovevano ancora maturare, l'età media era intorno ai vent'anni, ma, a parziale giustificazione, si deve far presente che non era previsto alcun impianto di amplificazione, erano concerti del tutto acustici. L'entusiasmo di chi si esibiva e la partecipazione di chi veniva ad ascoltare rendevano però quelle serate qualcosa di speciale, di mai sentito prima in città.

I concerti terminavano con i musicisti che avevano appena finito di suonare che si univano a quelli che magari lo avevano fatto la settimana precedente o lo avrebbero fatto quella seguente, per improvvisare insieme o eseguire collettivamente improbabili versioni di qualche brano conosciuto. Capitò anche a me di suonare e il ricordo della serata è legato non tanto alla mia esibizione ma a quello che successe dopo il concerto. Ci mettemmo a parlare, a discutere. L'argomento di partenza era quello dei testi delle canzoni ma da lì finimmo a raccontare il nostro quotidiano, i bisogni, i desideri e i sogni. Arrivammo alla conclusione che la strada del cambiamento non poteva che partire da lì, dalle nostre paure, dalle nostre risate, dalle nostre giornate, dalle nostre storie. Sapevamo che si trattava di storie minori rispetto alla storia con la esse maiuscola, ma eravamo giunti alla consapevolezza che quello fosse l'unico percorso possibile per cambiare noi e il mondo.

Studiavo a Bologna, trascorrevo là quasi tutta la settimana e questo mi aveva dato la fantastica possibilità di conoscere un gruppo di persone che avevano inaugurato, proprio in quei mesi, una radio, libera si diceva allora, Radio Alice. Già dall'anno precedente però leggevo la rivista che pubblicavano, si chiamava A/traverso, e sin dal primo numero ero rimasto colpito dai contenuti e dalle idee che esprimeva: non mi era mai capitato di leggere qualcosa del genere. I temi erano il Linguaggio, l'ordine/del/Discorso e il disordine del Delirio, la Vita come forma d'Arte, le pratiche e i metodi d’intervento mediatico simili a quelle utilizzate in campo artistico dalle avanguardie storiche del Novecento, il Dadaismo in primo luogo. Questi temi stavano cercando di coniugarli col lato più geniale del Maoismo, quello che affermava che la rivoluzione non finisce mai, tanto per citare il Presidente: "bombardare il comitato centrale", così da non potersi mai adeguare o adagiare a conquiste già acquisite. Dietro l'angolo ce n'erano altre di sicuro. La strada che porta al cambiamento, alla liberazione, non poteva avere fine. Dadaismo e rivoluzione permanente.

Fu proprio su un numero di A/traverso, che m’imbattei in una frase: "Diecimila anni sono troppi lunghi", una strofa tratta da una poesia di Mao. Il senso era piuttosto chiaro, non si poteva aspettare all'infinito, il mondo andava cambiato e bisognava farlo adesso. Se vi state chiedendo il perché di questa citazione, di questo ricordo e soprattutto dove voglia arrivare, il motivo è questo: ispirato da quella frase, scrissi una canzone, che ribadiva, con mie parole, lo stesso concetto. Il titolo riprendeva totalmente la frase. Come altre canzoni che scrivevo in quegli anni, a penna, su fogli volanti, lasciati chissà dove e, di conseguenza, persi, anche 10000 anni è svanita non so in quali dimensioni o spazi ma, prima che se ne perdessero le tracce, almeno una volta la cantai.

Avvenne nei primi giorni di Giugno del ’76. L'occasione me la diedero le elezioni politiche. L'anno precedente si erano già svolte elezioni regionali e comunali che avevano visto una forte avanzata dei partiti di sinistra. Tra le possibili cause, la nuova legge, che abbassava la maggiore età da 21 a 18 anni, dando il diritto di voto ad un buon numero di giovani che, evidentemente, avevano scelto di votare a sinistra. Crebbe dunque, per le politiche del ‘76, l'aspettativa di un sorpasso, da parte dei partiti di sinistra, nei confronti del blocco moderato-conservatore guidato dalla Democrazia Cristiana. Tutta l’area politica che si collocava a sinistra del Partito Comunista, quella definita extraparlamentare che in maggior parte stava appunto fuori del Parlamento, si organizzò in un cartello elettorale chiamato Democrazia Proletaria, D.P. Lo scopo era quello di contribuire, con voti e seggi, alla conquista della maggioranza di governo.

Noi gironzolavamo da quelle parti. Alla chiusura della campagna elettorale, nei primi giorni di giugno, D.P. a Spezia organizzò una festa e il luogo prescelto per svolgerla non poteva che essere Piazza Brin.

C’eravamo tutti, militanti e cani sciolti, marxisti-leninisti e liberi pensatori, le compagne dei collettivi femministi, giovani anime radicali, utopisti, operaisti e spontaneisti, persino un collettivo, creato per l’occasione, il Collettivo Elettriko la componente psichedelico-libertaria giovanile del movimento. La festa iniziò nelle prime ore del pomeriggio.


Qua e là i tavoli delle varie organizzazioni politiche offrivano cibo, bevande, giornali, riviste e volantini mentre sul palco la musica si alternava ai discorsi ma non mancarono fuori programma diventati, nel ricordo, leggendari. Sullo sfondo del palco un telone con la scritta “Cambiamo la Vita Cambiamo la Società”, un piccolo, geniale riassunto del programma che volevamo attuare. Eravamo giovani e folli ma soprattutto non ci ponevamo limiti e non ci piaceva averne. Il pomeriggio continuò in un clima sereno, con danze collettive, chiacchiere tra vecchi amici, mentre le solite diatribe, le pesanti discussioni tra i diversi gruppi politici, sull’appropriatezza di ciascuna linea politica, per un giorno vennero fortunatamente accantonate. Suonai tre canzoni, una di queste era 10000 anni sono troppo lunghi. Nei miei ricordi fu una giornata di sole e al suo calare tutto era finito.

Il risultato delle elezioni non fu certo quello che ci aspettavamo ma, anche se si fosse superata la soglia del cinquantun per cento, il governo che speravamo si formasse non sarebbe mai nato. Il più grande partito comunista in Europa, il P.C.I, dopo il golpe in Cile, escludeva ogni possibilità di un fronte popolare unitario dei partiti della sinistra, dando invece come imprescindibile la collaborazione con le forze popolari cattoliche, leggi D.C. La strategia scelta dal P.C.I sarebbe stata da quel momento il cosiddetto Compromesso Storico. Seguirono giorni non particolarmente esaltanti, ma eravamo giovani, forse arroganti, avventati e di sicuro non ci lasciavamo prendere troppo facilmente dallo sconforto. D'altronde eravamo solo a giugno, l'estate stava iniziando. Così le aspettative di un cambiamento per via parlamentare, la festa nella piazza, la mia canzone, piano piano svanirono, lasciando pochissime tracce, precipitando in zone della memoria poco frequentate, presero la strada che conduce all’oblio.

Gli intensi avvenimenti dei mesi a venire ci distolsero definitivamente da quel momento. Una questione di un attimo, un soffio di vento estivo, uno sguardo inconsapevole indietro per poi riprendere il cammino. Ora sedetevi comodi, chiudete gli occhi e provate ad immaginare la sensazione di un piccolo vuoto, lo sentite poco sotto lo sterno, nella zona del plesso solare e, mentre scrutate nel buio causato dalle vostre palpebre serrate, ecco arrivare una dissolvenza al bianco, accompagnata da musiche di tempi a venire. Ecco, ci siamo, benvenuti trent'anni dopo quella festa nella piazza. Trent'anni dopo mi prestarono un cd-rom che conteneva foto in bianco e nero.

- Sono degli anni settanta, le ha fatto Luporini, sai, ci sono anche quelle della festa in piazza Brin, ricordi le elezioni del ‘76 ?

Non so se le avessi mai viste prima le foto di Paolo, mi sembra di no, ma questo non è importante. Passai una mattina intera davanti allo schermo del computer, ingrandendole, cercando di cogliere dettagli e particolari. Tra tutte le immagini che fermavano attimi di quegli avvenimenti collettivi, accaduti a metà anni settanta, trovai che le più coinvolgenti fossero proprio quelle scattate durante la festa in Piazza Brin. Le osservavo con curiosità e trasporto, forse con affetto, e a un certo punto mi accorsi che c’era una caratteristica che accomunava tutti i volti, le espressioni, gli sguardi dei giovani, i giovani che eravamo.
 

Se guardate le foto con attenzione, noterete per lo più persone sorridenti e, anche quelle che sembrano non sorridere, lasciano comunque intuire felicità coi loro sguardi, coi loro occhi. In tutti, proprio in tutti, ho riscontrato un comune stato d’animo, uno stesso sentimento: Gioia.






Quando me ne sono reso conto mi è sembrata una cosa bellissima e a parte un piccolo cedimento alla commozione, ho pensato quale enorme fortuna sia stata aver vissuto quei momenti, se pur temporanei e, come tutte le cose di questo mondo, impermanenti. Situazioni ed esperienze in cui abbiamo condiviso, collettivamente, speranze e sogni e, nel farlo, nel crederlo possibile, abbiamo provato Gioia.

Vivere un'esperienza positiva, anche se non ripetibile – credetemi, le esperienze positive hanno, purtroppo, un po' questo difetto - viverle, dicevo, anche una sola volta, ci ha reso, senz'altro, persone migliori.

Il Tempo, a volte, lavora per farcelo dimenticare.

Fortunatamente, a volte, le fotografie ce ne ridanno memoria.





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