CUORI IN FIAMME - Prefazione




Inizia una serie di post del blog "Tempi dei cuori che s'infiammano" che prende il nome di "Cuori in fiamme", dal titolo del libro fotografico nato come progetto due anni fa. Non sappiamo, al momento, se questo progetto potrà realizzarsi né come. E' in fieri. E' nostra intenzione pubblicare qui molte delle foto di Paolo e Claudio Luporini che comparirebbero nel libro. Molti dei contenuti di testo che erano previsti a corollario delle foto sono già stati pubblicati in questo blog.


CUORI IN FIAMME 

Prefazione 


Andrea Luporini 

 

Sembrerebbe essere subito evidente che questo libro abbia ben chiaro da dove venga. 

Prendendo in prestito qualche “W” dal manuale del giornalista, potremmo fare una prima e ovvia analisi e dire che il quando siano gli anni Settanta e il dove sia La Spezia. Sul chi e il cosa lascerò parlare i testi dei protagonisti, che si conoscono sicuramente meglio di quanto non li conosca io, nato nel 1984. 

Posso però provare a parlare dei perché. 

Non tanto i perché delle azioni di allora quanto perché sia utile parlarne a cinquant'anni di distanza.

Per farlo, utilizzerò ciò che mi è più familiare: le immagini.

 

Le immagini contenute in questo libro appartengono alla tradizione del reportage giornalistico, quell'epoca in cui, per dirla con Ando Gilardi, “senza le fotografie, niente è davvero successo”.

Sono immagini che rispondono all'urgenza e alla scelta di documentare avvenimenti nel momento in cui materialmente accadono, dalle manifestazioni alle occupazioni, alle feste in piazza o alle iniziative sociali.

Qui sta la prima grande differenza con la fotografia contemporanea: con la crescita esponenziale della televisione e con la nascita dei nuovi media e del digitale, il reportage fotografico ha perso il suo primato documentario. Tale è la mole di immagini che ci arrivano e che abbiamo immagazzinato da non averne realmente bisogno di nuove. Per intenderci, per avere un'immagine del Sessantotto era indispensabile un Koudelka o un Tano D'Amico; ma, solo per fare un esempio, quante immagini e quante angolazioni diverse abbiamo della morte di Carlo Giuliani a Genova, nel 2001? E di quante di queste conosciamo l'autore? Senza Koudelka probabilmente non avremmo idea di come fossero le strade di Praga solcate dai carri armati sovietici, mentre abbiamo tutti ben chiara in testa l'ipotetica immagine dei bombardamenti di Damasco del 2018, anche senza vederne una singola fotografia. Credo si possa definire in qualche modo spaventoso, o quantomeno preoccupante, questo aspetto: dicevamo che “senza le fotografie, niente è davvero successo”, ora si può dire che abbiamo un'immagine di ciò che succede anche senza bisogno di fotografie. Alla comunicazione di massa tutto ciò non è sfuggito e l'ha trasformato in un'occasione di profitto, nel bene e nel male: pensate alle stock images, immagini standard acquistabili a basso prezzo e utilizzate indistintamente per manifesti di propaganda politica, società di assicurazioni e studi dentistici o alle innumerevoli fotografie di vittime di violenze, bambini denutriti e tragedie varie usate per chiedere sottoscrizioni e donazioni.

Un grave errore compiuto negli ultimi anni da una certa parte di critica è stato quello di non volersi accorgere del cambiamento e aver continuato a parlare di fotografia in termini novecenteschi, attribuendo più valore alle fasi del processo tecnico che alla rilevanza sociale di un'opera. Considerando il processo e non il significato, rischiamo di cadere nell'equivoco di convertire in arte qualsiasi manufatto umano realizzato con la stessa tecnica, arrivando al paradosso attuale in cui viene fotografato praticamente ogni momento delle nostre vite, portando a un'inevitabile perdita di senso della fotografia stessa.

Una piccola nota di colore a corollario di questo ragionamento: all'interno di questo libro sono presenti alcune immagini molto significative della manifestazione, tenutasi davanti al Teatro Civico, in risposta al comizio di Amintore Fanfani, uno dei massimi esponenti della DC. Sicuramente molto più di adesso, negli anni Settanta le manifestazioni non rappresentavano una novità, così come non mancano le immagini a documentarle. Non mi azzarderò a dire che le fotografie di allora siano più importanti o più riconoscibili rispetto a quelle di oggi: probabilmente le qui presenti saranno più care a noi spezzini rispetto a tante altre per una questione di vicinanza, perché riconosciamo luoghi e persone care fra la folla, ma se ci trovassimo all'improvviso davanti a mille immagini di Mario Cresci, Uliano Lucas, Pepi Merisio, Mario Dondero o Gianni Berengo Gardin, probabilmente proveremmo lo stesso spaesamento di cui parlavamo prima rispetto alla marea mediatica odierna. Fa sorridere, forse amaramente, pensare alla differenza fra ieri e oggi in tema di narrazione politica: da quando abbiamo iniziato a utilizzare la fotografia per documentare gli accadimenti del mondo, l'autore è sempre stato fisicamente fra la folla puntando l'obiettivo verso il politico o alla reazione provocata dalla sua presenza; ora è il politico a puntare l'obiettivo verso sé stesso per mostrare la folla dietro di sé. É una generalizzazione molto sommaria, perdonatemi, ma credo che un fondo di verità ci sia. Lascio a voi trarne le conclusioni, se vorrete.

Riprendendo il discorso, per tutti questi motivi, oggi, il reportage è mutato profondamente: pur continuando a esistere la fotografia a scopo di cronaca, cambiando la società è cambiato anche il modo in cui abbiamo deciso di raccontarla. La fotografia ha trovato nell'arte le risorse per conservare la sua rilevanza sociale, compiendo letteralmente un salto in avanti che ne ha stravolto la prospettiva: se un tempo si fotografavano i fatti mentre accadevano, ora si aspetta che siano successi, si rappresenta ciò che rimane.

La violenza della realtà diventa una traccia lieve e ambigua, molto spesso impassibile e caratterizzata dal rigore formale, in cui certe volte il soggetto di cui si parla non appare nemmeno.

L'intimità e il particolare hanno soppiantato il grande evento nel racconto del mondo, così come l'artificio è diventato spesso più efficace della realtà giornalistica per riuscire a farci ragionare su un determinato problema. Alcuni esempi possono essere le fotografie di Nan Goldin o i primi lavori di Wolfgang Tillmans, in cui gli artisti raccontano il mondo LGBT, il punk, la droga, parlando semplicemente della propria quotidianità, rendendo arte la propria stessa vita, come preconizzava qualche anno prima Joseph Beuys. Oppure, per quanto riguarda l'artificio che farebbe inorridire qualsiasi purista dell'informazione, vi invito a cercare il lavoro di Richard Mosse sulla guerra nella Repubblica Democratica del Congo: utilizzando una speciale pellicola a infrarossi che tinge di rosa le sfumature di verde della vegetazione e delle mimetiche dei soldati, l'artista ha realizzato un reportage di guerra che sembra un editoriale di moda. Ragionate sull'attenzione che vi ha richiesto un'immagine del genere rispetto al racconto tradizionale con cui siamo abituati ad avere a che fare quotidianamente guardando un telegiornale.

 

Stando così le cose, perché le fotografie contenute in questo libro, così come i suoi testi, hanno valore, oggi?

Nell'arte contemporanea è frequente l'uso dell'archivio, di fotografie ritrovate, di storie del passato da prendere, rielaborare o reinventare per parlare di sé e del mondo, quasi a voler ridare una vita a qualcosa già arrivato a una conclusione.

Non è questo il caso, a mio avviso.

Forse è il caso di fare una domanda un po' diversa, mi scuseranno gli autori dei contributi presenti in questo libro ma confido sappiano già cosa possa significare per loro, per cui chiedo: che valore può avere questo libro per chi, oggi, ha l'età dei protagonisti dell'epoca?

Fra le mani abbiamo un oggetto pieno di fatti già accaduti. Cosa rimane? Rimane ciò che rimane, come dicevamo prima. Rimane quello che è stato dopo e quello che siamo ora.

Rimane ciò che siamo disposti a raccogliere, in fin dei conti: possa essere un esempio da seguire o una distanza da prendere. Ma, in entrambi i casi, ciò che veramente sembra rimanere è un vuoto, guardandosi intorno. Non è tanto una direzione da seguire quella che manca, anzi, viene quasi da pensare che le direzioni siano più marcate ora che allora. Quel che manca davvero credo sia la spinta a mettere quotidianamente in discussione la direzione del giorno prima, a porsi domande, a discutere del futuro insieme.

E allora, oggi, queste fotografie scattate con l'urgenza di documentare una storia, la Storia, prendono un duplice significato: da una parte rimangono fedeli alla tradizione a cui appartengono, diventando un prezioso archivio, dall'altra rispondono al vuoto di cui si accennava prima, smettendo per un attimo le vesti della pura testimonianza di eventi ben definiti per vestire i panni del quotidiano. Una quotidianità fatta di politica, condivisione, scontri, errori e vittorie comuni.

Proviamo a paragonare gli anni Settanta con la realtà attuale, quasi cinquant'anni dopo: oggi le nostre vite stanno cambiando inesorabilmente (a mio parere, facendoci diventare peggiori), senza nemmeno rendercene conto, per la paura che possa essere la società a mutare. Le persone ritratte in queste foto, invece, avevano un obiettivo, una speranza o forse un'utopia, che era proprio quella di cambiarla, la società. Senza accorgersi che già lo sforzo profuso per provare a realizzare il cambiamento ha cambiato la società: sul piano politico, dei diritti, del costume, delle relazioni interpersonali, della libertà espressiva dell'individuo.

Perché è utile oggi un libro come questo?

Perché si può cambiare la società costruendo muri o aprendosi agli altri e spero che questo libro possa aiutare a prendere la direzione giusta.

Mettendola ogni giorno in discussione, ovviamente.







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