The Rain Before it Falls 14
Gian Paolo Ragnoli
“Il tempo bruciava
più in fretta che altrove
E sarebbe
mancato”.
Vedo
la foto su Repubblica e immediatamente il ricordo va al 12 marzo ’77, alla Roma
in fiamme attraversata sotto la pioggia, registrando immagini qua e là senza
riuscire a capire il senso di quello che succedeva. Del circolo Cemento
A(r)mato eravamo andati a Roma solo in due, io e Claudio, giovane anarchico
appassionato di folk americano, insieme a compagni dell’ex L.C. di tutte le
tendenze, dal Generale ai freak.
In
corteo, non avendo un’appartenenza precisa, ci eravamo accodati a Lotta
Continua, che se non esisteva più come organizzazione continuava però a
funzionare da contenitore, da area di riferimento per chi rifiutava sia il
centrismo dei micro partitini sia l’avventurismo spesso delirante degli
Autonomi. Che tirasse una brutta aria lo si era capito da subito, l’assassinio
di Lorusso a Bologna aveva contribuito a caricare ancor più di tensione una
situazione che era già tesa parecchio.
Adesso
non se lo ricorda più nessuno, ma era una manifestazione enorme, anche per quei
tempi, e in testa al corteo assieme agli striscioni del movimento c’erano, non
succedeva da molti anni, quelli di molti consigli di fabbrica. La testa del corteo
era ovviamente per la delegazione di Bologna, poi tutti gli altri in ordine
sparso. Il servizio d’ordine c’era, compreso il Generale in guanti di pelle e
impermeabile bianco, ma l’impressione era che ogni spezzone di corteo avesse il
suo, che non ci fosse nessun coordinamento. Parlando poi con dei compagni
romani scoprii che era proprio così, il giorno prima c’era stata un’assemblea
per preparare la manifestazione dove tra i comitati di lotta e la componente
dell’autonomia organizzata non era stato raggiunto nessun accordo, di fatto
ognuno avrebbe tenuto il comportamento che credeva.
La
città era davvero blindata, come non avevo mai visto, pur avendone fatte
parecchie di manifestazioni nazionali. Il corteo partì da piazza Esedra sotto
una pioggia scrosciante e con la mia divisa abituale dell’epoca, basco e
impermeabile, camminavo a fianco di Claudio senza nemmeno poter fumare una
Gauloise per placare l’ansia. Gli incidenti cominciarono dopo una
mezz’ora, davanti alla sede della Dc, ma
me ne accorsi dopo, i primi di cui fui testimone furono sul Lungotevere, quando
un gruppo uscì dal corteo e diede l’assalto a un’armeria. Di pistole in giro ne
avevo già viste, ma da lì uscirono fuori con fucili da caccia, fucili
subacquei, credo anche pinne, insomma era un delirio totale. In mezzo agli
scontri, al fumo, alle grida riuscimmo ad arrivare all’altezza della sede della
Dc, che era stata attaccata a colpi di molotov, tra pioggia e fumo non si
vedeva nulla, si sentivano rumori, botti, spari, non si capiva più dove fossimo, cosa stesse succedendo. Il
corteo cominciava a disgregarsi, a un
certo punto ricordo che abbiamo attraversato correndo un ponte sul Tevere
mentre la polizia sparava contro di noi, sentendo le pallottole piantarsi nella
spalletta del ponte, mentre in mezzo a noi altri rispondevano al fuoco.
Eravamo
completamente sbandati, come che sia arrivammo in una piazza di cui non ricordo
il nome, forse quella dove c’è il tribunale,
piazzale Clodio, e vidi una fermata d’autobus del 27, quello che portava
a casa dell’amico romano che mi avrebbe ospitato. Presi per un braccio Claudio,
che mi era rimasto accanto per tutto il corteo e sembrava piuttosto
disorientato, e lo trascinai sull’autobus che il dio dei manifestanti ebbe la
bontà di far passare quasi immediatamente.
Fu
l’ultimo a partire, perché mentre ci allontanavamo vidi che la polizia stava
arrivando in forze in piazza, fermando tutti quelli che erano rimasti lì.
Arrivammo
da Silvio e Tullia sani e salvi, una generosa porzione di bucatini cacio e pepe
improvvisata sul momento ci fece rinascere. Dopo qualche concitato racconto
crollammo a dormire.
Quello
che pensavo dell’accaduto lo scrissi qualche giorno dopo sulla Busta, la
rivista di movimento che pubblicavamo in quei mesi:
“C’è il rischio
che per combattere il nemico, per inseguirlo sul terreno dello scontro
“militare” diventiamo la sua immagine allo specchio, contraria eppure uguale.
Se la conclusione sta nelle P38 allora ci siamo presi per il culo almeno per un
paio d’anni. Non c’è più bisogno di destrutturarsi, basta svaligiare un’armeria
e oplà il gioco è fatto! Chi spranga di più, chi spara è il Rivoluzionario con
la maiuscola, quello che “porta l’attacco al cuore dello stato”; tutti gli
altri sono invariabilmente piccolo/borghesi, opportunisti, controrivoluzionari,
etc. ed è chiaro che andranno o rieducati o eliminati, naturalmente
dall’avanguardia politico-militare di classe, cioè da chi si pone al livello
più avanzato dello scontro con lo stato.
A me pare che
questa linea sia sbagliata per un sacco di motivi.
Per prima cosa
ripropone una concezione dell’Avanguardia con la A maiuscola, mille km avanti
al movimento, che infallibilmente indica la via da seguire ai poveri deficienti
della base. Secondariamente perché la mitizzazione dell’avanguardia armata
porta prima o poi allo scontro frontale fra l’intero apparato repressivo
statale e il ristretto settore dell’avanguardia, ovviamente perdente, dati i
rapporti di forza. Infine perché questa linea, sia nelle sue tendenze più
radicali (scelta della clandestinità), sia in quelle più consuete
(militarizzazione dell’avanguardia), nega alla radice tutto il lavoro fatto in
questi anni per ricostruire una militanza rivoluzionaria finalmente non
alienata, per far emergere “il nuovo”
dal movimento, la lotta per il pane e le rose qui ed ora.
E io non credo che
la tematica del personale/politico, i dibattiti sui bisogni, sul femminismo,
sulla sessualità, sui rapporti interpersonali siano stati tempo perso che
sarebbe stato meglio passare al poligono di tiro; credo invece che siano stati
fondamentali all’interno del movimento per la (speriamo definitiva) messa in
crisi di un progetto di militanza, di partito, di una concezione del processo
rivoluzionario profondamente dogmatici, settari, incapaci di modificarsi,
alienanti e burocratici a un tempo.
E ora che sembra
tornata la mistica del compagno “duro”, una volta era il “marxista-leninista
organico”, ora “l’autonomo con la P38”, mi sembra necessario ribadire ancora
una volta che per me la direzione è un’altra: quella della ricomposizione del
movimento a partire dal vissuto personale di ogni compagno, del recupero del
desiderio, del corpo, della sessualità, del decidersi a imparare la lezione del
femminismo, del riconoscersi come parte di un soggetto sociale in movimento, di
un progetto di organizzazione che non stia fuori/sopra/davanti, ma che nasca,
cresca, si sviluppi e si modifichi praticando realmente la tante volte citata
“linea di massa”, distruggendo una volta per tutte il principio della delega,
tutti i ruoli gerarchici e burocratici, l’immagine/spettro del Partito/Padre,
garantendo che non ci sia nessuno che decide nulla sulla testa di nessun altro,
ma che tutti partecipino alla discussione, all’elaborazione, alle lotte comuni
proprio perché ognuno ne è personalmente coinvolto”.
Con
una certa nostalgia per il giovane Giambo col basco e con molte illusioni in
meno, scontato l’invecchiamento di un linguaggio che all’epoca mi/ci sembrava ,
e forse era davvero fresco e “nuovo”, nella sostanza mi trovo ancora d’accordo
con me stesso, e questo mi pare a un tempo rassicurante ed inquietante.
Rassicurante
perché mi sento ancora raccordato alla parte migliore di me, al giovane che
attraversò quel decennio con un mezzo sorriso accennato sul volto, quasi a prendere
le distanze anche da se stesso, a non prendersi troppo sul serio quando le
sparava grosse; inquietante perché ho passato gran parte degli anni che sono
seguiti a farmi delle domande, ma non sono andato più lontano di allora nelle
risposte.

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