Louise Michel, maestra, femminista, antispecista, comunarda
Louise Michel (Vroncourt, 29 maggio 1830 - Marsiglia, 9 gennaio 1905), è stata una scrittrice,
un'insegnante, una comunarda e un'anarchica francese, una delle prime
femministe.
Questo
video, di Paolo Luporini, Lucia Menapace e Roberto Di Maio, prendendo spunto dal
libro “Il tempo delle ciliegie” di Marco Rovelli, riprende le sue parole in
difesa degli esseri inferiori. Pietro Gori, nella sua orazione ad un anno dalla
morte di Louise, disse: ‘”Ah, gli esseri inferiori, ecco il pretesto d’ogni
dominazione!... Inferiori perché? Perché altri più violenti, o più astuti,
riuscirono ad assoggettarli o ad ucciderli?... O non sono invece inferiori di
senso morale quelli che formano la felicità propria sulla infelicità altrui
divorando, sfruttando, asservendo?... Voi mi risponderete con la dura legge di
selezione, col trionfo del più adatto, con l’impero del più forte. Ma io
conosco un’altra legge, che non è di oppressione né di morte – ma di libertà e
di vita: quella della solidarietà… “
La
canzone che fa da colonna sonora al video è “Il tempo delle ciliegie”. "Le
temps des cerises", che pure può sembrare soltanto una canzone d'amore, è
un inno alla Comune. Fu dedicata dall'autore a Louise, a una giovane comunarda
ignota chiamata Louise, forse di circa 20 anni, di cui purtroppo non ci sono
pervenute altre informazioni. L'identificazione di Louise con Louise Michel,
forse la più celebre protagonista di quelle giornate, è errata.
Ecco
il testo di questa bellissima canzone, interpretata da artisti francesi di
spicco, come Charles Trenet, Yves Montand e Bertrand Cantat dei Noir Désir:
Quand nous chanterons le temps des cerises
Et gai rossignol et merle moqueur
Seront tous en fête
Les belles auront la folie en tête
Et les amoureux du soleil au cœur
Quand nous chanterons le temps des cerises
Sifflera bien mieux le merle moqueur
Mais il est bien court le temps des cerises
Où l'on s'en va deux cueillir en rêvant
Des pendants d'oreilles...
Cerises d'amour aux robes pareilles
Tombant sous la feuille en gouttes de sang...
Mais il est bien court le temps des cerises
Pendants de corail qu'on cueille en rêvant !
Quand vous en serez au temps des cerises
Si vous avez peur des chagrins d'amour
Évitez les belles !
Moi qui ne craint pas les peines cruelles
Je ne vivrai pas sans souffrir un jour...
Quand vous en serez au temps des cerises
Vous aurez aussi des chagrins d'amour !
J'aimerai toujours le temps des cerises
C'est de ce temps-là que je garde au cœur
Une plaie ouverte !
Et Dame Fortune, en m'étant offerte
Ne saurait jamais calmer ma douleur...
J'aimerai toujours le temps des cerises
Et le souvenir que je garde au coeur !
Versione italiana
IL TEMPO DELLE CILIEGIE
Quando canteremo il tempo delle ciliegie
E l'allegro usignolo e il merlo scherzoso
Saranno tutti in festa
Le belle avranno la follia in testa
E gl'innamorati il sole nel cuore!
Quando canteremo il tempo delle ciliegie
Fischierà ancor meglio il merlo scherzoso!
Ma è ben breve, il tempo delle ciliegie,
Quando si va in due, a cogliere sognando
Degli orecchini pendenti …
Ciliegie d'amore in abito identico,
Che cadono sulla foglia come gocce di sangue…
Ma è ben breve, il tempo delle ciliegie,
Pendenti di corallo che cogliamo sognando!
Quando sarete al tempo delle ciliegie,
Se avrete paura delle pene d'amore,
Evitate le belle.
Io che non temo le pene crudeli,
Non vivrò affatto senza un giorno soffrire …
Ma è ben breve, il tempo delle ciliegie,
Anche voi avrete delle pene d'amore!
Amerò sempre il tempo delle ciliegie
È di quel tempo che conservo nel cuore
Una piaga aperta…
E anche se la signora Fortuna mi sarà offerta
Non potrà mai fermare il mio dolore…
Amerò sempre il tempo delle ciliegie
E il ricordo che conservo nel cuore!
Durante la Commune venne
aggiunta questa strofa:
Quand il reviendra le
temps des cerises
Pendores idiots magistrats moqueurs
Seront tous en fête.
Les bourgeois auront la folie en tête
A l'ombre seront poètes chanteurs.
Mais quand reviendra le temps des cerises
Siffleront bien haut chassepots vengeurs.

Louise Michel, maestra, femminista, antispecista, comunarda
«Vedete bene, amici, come io sia capace di
tutto, di amare e di odiare; non fatemi dunque migliore di quella che sono, e
di quello che anche voi siete!
Insetti umani quali siamo, noi calpestiamo le
stesse macerie, marciamo nella stessa polvere: è solo con la Rivoluzione che
batteremo le ali.
Solo allora la crisalide si trasformerà, tutto
sarà finito per noi, ma tempi migliori conosceranno gioie che noi non possiamo
neppure immaginare.
Il senso per le arti, per la libertà, è solo
rudimentale nella nostra razza; è necessario che si sviluppi, che si dispieghi.
Ed è questo il raccolto che si trasformerà in splendidi covoni».
Pietro Gori, nella sua orazione ad un anno dalla morte di Louise Michel:
«Essa non odiava che per troppo amare. Il suo
ardore rivoluzionario, per uno psicologo sperimentale, non poteva essere che il
risultato d’una iperestesia del sentimento. E qual delicatezza di sfumature
nella sua affettività, sempre in armi ed in opera!... Dalla tenerezza per sua
madre, che era tutta una religione, alle premure ardenti e febbrili per
qualunque infelice a lei si rivolgesse – sino alla benevolenza soccorritrice
verso le bestie randagie, da lei reputate più delle altre in angustie per il
pane – nessuna soluzione di continuità nei suoi atti. Giustamente un giorno
Pëtr Kropotkin, parlando di lei, diceva: “Lo zelo di Louise nel soccorrere le
sofferenze altrui non si ferma all’umanità, ma tenta di abbracciare perfino l’animalità.
E mi raccontava certe sue ingenuità commoventi verso bestiole malate o
fameliche, per le quali la casa ospitale della comunarda diventava prima un
rifugio, e poi un condominio con tutti gli altri esseri colà sospinti dalla
risacca sociale. Una volta – era stata gravemente malata di bronchite
quell’inverno – tornò a casa, dopo una conferenza; si sentiva affaticata,
sfinita. La buona Charlotte, la fida compagna di lei, aveva preparato del latte
caldo. Esso fumava lì presso, sulla tavola. Ma intanto che Louise parlava con
alcuni amici, che l’avevano accompagnata, una gatta malaticcia, salita sulla
tavola, aveva tranquillamente vuotato la tazza. Quando Charlotte se ne accorse,
non fu a tempo che a regalare un solenne scapaccione alla bestiola, la quale
chissà per quali complicazioni tra la bevuta furtiva e lo scappellotto
giustiziero nella notte morì. Fu tutto un piccolo dramma domestico di rimpianti
per il quadrupede defunto in seguito a quell’atto di tirannide padronale, ed
anche una sequela di rimbrotti verso Charlotte, che se ne era resa colpevole.
Si dovettero immischiare nella faccenda parecchi amici; e la pacificazione
degli animi non riuscì completa, se non dopo che fu convenuto che là in quella
casa, nessun atto di violenza sarebbe stato più commesso da inquilini o da ospiti
verso gli animali inferiori.
Da quel giorno anch’io, a cui molto Louise
perdonava per la mia giovanile impetuosità, dovetti tenere a me le mani ed i
piedi – giacché una sera che un cane, insopportabile per petulanza, eppur
cittadino libero sotto quel tetto ideale, provocò il mio piede ad assestargli
un rapido correttivo, dovetti ascoltare dalla cara vecchia tutta una calda
allocuzione in difesa degli esseri inferiori. ‘Ah, gli esseri inferiori, ecco
il pretesto d’ogni dominazione!... Inferiori perché? Perché altri più violenti,
o più astuti, riuscirono ad assoggettarli o ad ucciderli?... O non sono invece
inferiori di senso morale quelli che formano la felicità propria sulla
infelicità altrui divorando, sfruttando, asservendo?... Voi mi risponderete con
la dura legge di selezione, col trionfo del più adatto, con l’impero del più
forte. Ma io conosco un’altra legge, che non è di oppressione né di morte – ma
di libertà e di vita: quella della solidarietà… Voi vi deliziate degli
uccellini allo spiedo, ed io preferisco il trillo del cardellino, che canta là,
su quell’albero, a tutte le orazioni di voi avvocati… Diversi sì, inferiori no…
‘. ‘Ma tra l’umanità e le altre specie zoologiche… ‘, azzardai io. ‘Ebbene –
incalzò l’ardente vegliarda – è appunto perché l’umanità volle calpestare gli
altri esseri, che voi chiamate inferiori, che essa si trovò esercitata ad
inferocire e a dilaniar se stessa. Le razze inferiori, le classi inferiori, il
sesso inferiore, che per dileggio chiamate gentile – ecco la stessa classificazione
trasportata dal campo animale a quello umano… Ma la lotta, direte, fu la
condizione d’ogni progresso… Sì, ma io non amo la lotta per la lotta; la voglio
solo perché da essa scaturisca invece dell’antagonismo la fratellanza di tutti
gli esseri… ‘.
E le labbra della vergine dolorosa tremolavano
ancora, nell’improvviso silenzio – come se avessero proseguito il filo mentale
di quella sua corruscante visione di ardimenti e di tenerezze… Guardando la sua
fronte vasta ed eretta di donna, su cui balenavano le più virili energie, il
mio pensiero ricostruiva i profili, dalla leggenda ammorbiditi, di quei
singolari panteisti del cristianesimo, che da Francesco d’Assisi agli uomini
semplicisti della epopea messianica, imbrandivan la croce – tra l’infuriar del fanatismo
chiesastico, che stava facendosi dominazione cruenta sui corpi, e cilizio truce
sulle anime – e la agitavano con furente amore, nella ingenua illusione i far
cadere gli artigli alle tigri, per la tranquillità degli agnelli. Solo che in
cotesta vestale del dolore e della speranza, la magnanima chimera era fede
operosa, e ribellione indomabile. Essa non agitava né croce, né fiaccola. Tutto
il suo combattimento era stata una croce – tutta la sua persona, tutta la sua
parola, l’opera sua tutta erano una face ardente, sempre in cammino».
(Louise Michel, maestra, femminista, antispecista, comunarda)




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