Quarant'anni


Rudi Veo

 


C’era del nuovo in quel 1980, sembrava che l’agonia degli anni 70 fosse proprio finita, era già da metà anno precedente che coglievo una nuova energia insieme a nuove curiosità.

Mi ero preso una specie di anno sabbatico tra la fine del 77 e quasi tutto il 78, anno che per i ricordi che ho e che lo riguardano, potrebbe guadagnarsi il titolo di annus horribilis, ma come per tutte le cose di questo mondo, niente è mai così del tutto bianco oppure nero.

Per tutto quel tempo avevo sospeso studi e parecchie attività, mi trascinavo in maniera indolente, come vivessi una convalescenza che stava durando troppo a lungo.

Avevo anche preso, seriamente, in considerazione l’ipotesi di chiudere la mia carriera di studente universitario.

Per fare cosa? Non lo sapevo.

Nel 1979 però ci riprovai e le cose andarono per il verso giusto.

Oltre a questa ripresa negli studi, mi sembrava di avvertire intorno un’aria nuova, coglievo l’accenno di nuove musiche e nuove immagini, quasi un vero e proprio mutamento di orizzonte, sentivo che qualcosa stava cambiando, intravedevo nuove tecnologie, accenni di un futuro che si riapriva, una prospettiva che incoraggiava ottimismo per i tempi a venire.

Anche i treni, per dire, stavano cambiando aspetto, non tutti ma qualcuno sì.

Studiavo a Bologna, avevo un abbonamento mensile con le Ferrovie dello Stato, che rispetto a ora costava un quarto, forse meno e, nonostante la linea per Parma prevedesse ancora carrozze di legno, che avevano comunque una loro commovente bellezza, ne avevo notato di nuove sulla linea Milano Bologna, linea che mi permetteva di raggiungere Bologna da Parma.

Abitavo con altri amici in una tipica casa per studenti fuori sede, stava in fondo a via Massarenti, vicino alla tangenziale e ricordo un giorno nel dopo pranzo qualcuno, sfogliando un giornale deve aver detto:

- Accidenti stasera suona Joe Jackson a Milano, andiamo?

Sinceramente non sapevo ancora chi fosse Joe Jackson, ma l’idea di una partenza improvvisa, in un giorno feriale nel bel mezzo della settimana, era troppo accattivante.

Partimmo così all’improvviso, correndo per non perdere il treno utile per arrivare in tempo, era inizio primavera del 1980.

Salimmo proprio all’ultimo istante su una carrozza mai vista prima. Per entrare non dovevi inerpicarti su predellini che t’innalzavano così in alto, era tutto molto accessibile, quasi all’altezza del marciapiede, sembrava di entrare in un’auto da corsa, con assetto basso a sfiorare il suolo. Dentro non c’erano scompartimenti, le vetrate erano più ampie e sembrava ti dessero l’illusione di trovarti dentro al paesaggio che attraversavi, viaggiando.

Scoprimmo una carrozza ristoro anche quella, completamente diverse dalle solite, era piuttosto un bar che se la sfrecciava dondolando sul ritmo delle rotaie. Al centro un bancone e seggiolini alti intorno, come nei bar dipinti da Hopper, gli stessi vetri infiniti, diffusione di musica, anche questo, cosa insolita per un treno.

Guardavo il paesaggio cambiare mentre lasciavano la campagna e ci avvicinavamo alla periferia di Milano, che di certo non doveva essere molto cambiata, ma con la luce del tramonto, qualche nuovo, terribile, grattacielo qua e là, insegne luminose con uno stile diverso rispetto a quelle che ricordavo, la prospettiva di una serata diversa, ecco il tutto m’infondeva uno strano benessere mentale che, immagino, rilasciasse un sorriso rilassato e sereno sul mio volto.

C’era stata un’altra piccola e importante illuminazione all’inizio del 1980 e si trattava di un film. Il protagonista era Jimmy un ragazzo nella Londra dei primi anni sessanta, che va incontro a quello che viene definito rito di passaggio. Lui e i suoi amici giravano il west end londinese o raggiungevano Brighton viaggiando su scooter di fabbricazione italiana, la Lambretta o la Vespa.

Uscito dal cinema, mi ripromisi di averne una anch’io.

Così continuai a studiare e recuperare gli esami che mi ero lasciato indietro, passandone un discreto numero e di una certa importanza e questo mi faceva ottenere crediti, che non sono quelli di adesso, ma crediti presso gli allora fantastici finanziatori della mia esistenza, i miei genitori.

Qualcosa risparmiai e verso fine aprile misi in giro la voce che cercavo una Vespa, anche di seconda mano. Non molto tempo dopo si presentò un amico di amici di amici e mi propose l’acquisto di una Vespa Gran Turismo. Aveva già qualche anno ma era solida, ben tenuta, costava meno della metà di un qualsiasi nuovo modello in commercio e, a differenza di questi ultimi, era molto in sintonia con quelle che avevo visto nel film.

Iniziò un periodo di giri di prova, appena mi prendevo una pausa dagli studi, m’infilavo in strade e stradine sconosciute. Era maggio le giornate erano già lunghe, c’era molto verde e fioriture, l’aria intorno era buona.

Non era male quel 1980.

A metà luglio, dopo aver dato qualche altro esame, decisi che le vacanze estive le avrei passate viaggiando in vespa.

Inizialmente un breve viaggio in Maremma e al rientro, a tarda notte, per la stanchezza o per l’eccitazione della guida durata parecchie ore, non riuscivo ad addormentarmi, così presi una decisone che alla fine mi riconciliò il sonno.
Ripartii il giorno dopo, nel primo pomeriggio, destinazione le Alpi occitane.

Sì, sembrava un anno davvero magnifico il 1980.

Rientrai dal secondo viaggio a un’ora ancora più estrema, tipo le quattro di mattina, infreddolito, anche se era l’ultimo giorno di Luglio. Ricordo di aver trovato in cucina solo una confezione di biscotti, già iniziati, che mangiai bevendo del the. In casa non c’era nessuno da almeno due settimane, i miei erano in villeggiatura, sull’Appennino Reggiano.

Trascorsi il giorno dopo dormendo fino a pomeriggio inoltrato, poi feci un giretto fino a Lerici, sulla mia vespa, ovviamente. Era il primo giorno di agosto, un venerdì.

Non rientrai tardi quella sera perché il mattino seguente sarei ripartito per Nismozza, comune di Collagna, a fare una sorpresa a mamma e papà e mangiare qualcosa di buono con loro, nella pensione dove alloggiavano.

Di mattina erano soliti fare una passeggiata fino al paese più vicino dove mio padre comprava il giornale, così lungo il percorso del loro ritorno, li incontrai. Camminai con loro, spingendo la Vespa a mano, raccontando dei miei recenti viaggi, che a me sembravano imprese di una certa rilevanza e magari un giorno quando avrò più tempo ne scriverò, narrando meraviglie e portenti.

Arrivati alla pensione, che stava sulla strada provinciale che porta a Reggo Emilia, ebbi il tempo di rinfrescarmi, poi un bicchiere di bianco fresco come aperitivo con mio padre, sotto un ombrellone sul limitare della pineta che stava dietro la pensione e poi tutti a mangiare.

Non ricordo se veramente io abbia mangiato, magari è successo nel caso il telegiornale fosse iniziato quando eravamo già al secondo, questo, però, non lo ricordo. Ho ben presente invece il malessere che mi colse guardando le immagini della stazione dove da almeno cinque anni arrivavo e partivo con frequenza. Mi sembrava di assistere a un brutto film riesumato da una cineteca che raccoglieva scarti dal decennio precedente.

C’era stata una strage, con parecchie vittime, una carneficina, alla stazione di Bologna, verso le dieci e trenta di mattina ed io stavo lì, nel mezzo dell’Appennino Reggiano in un giorno che doveva essere felice e invece era diventato un incubo di sangue e morte. Telefonai a tutti quelli che abitavano in casa con me, a Bologna per accertarmi non si trovassero per caso alla stazione, fortunatamente erano tutti altrove. Ci scambiammo stupore, dolore e rabbia, parlavo in modo concitato nella cabina telefonica che stava nel mezzo di una strada assolata. I miei genitori erano forse più preoccupati di me e mi proposero di fermarmi lì per il fine settimana. Accettai di rimanere per quella notte.

 

Pranzammo insieme la domenica mattina e poi ripartii, subito dopo.

Ero rientrato a casa da poco quando squilla il telefono:

- Rudi, ci sei! Che paura! Ma è da ieri che continuo a chiamare e non rispondeva nessuno nemmeno i tuoi. Oddio, ho pensato al peggio ma dov’eri?
La voce di Nicoletta è inconfondibile, un’amica dei tempi del Liceo. Lei studiava a Firenze, ci s’incontrava a volte, nei fine settimana in quel bar dove andavamo tutti, quasi tutti.

Parlammo per un po’, le spiegai perché non mi avesse trovato, ci scambiammo quello che più che un’ipotesi era una certezza, cioè che la bomba su quel treno l’avevano messa gli stessi di sempre, quelli di Piazza Fontana, di Brescia, del treno Italicus, sempre a Bologna sei anni prima, Servizi Segreti deviati e neofascisti.

-ho saputo che domani a Bologna ci sarà una manifestazione, indetta dagli studenti e dai collettivi universitari? Molti di loro ieri mattina aiutavano i vigli del fuoco, gli infermieri, i medici e le ambulanze.

- Domani quando?

- Mi sembra verso le undici o forse più tardi.

- Andiamo?

- Pensavo proprio quello, ma chissà, i treni non so se ci arrivino.

- Ce la fai a essere pronta per le cinque e mezza, di mattina?

Alle cinque e mezza ero sotto casa sua. A Pontremoli entrai in autostrade, non avrei potuto farlo, la cilindrata della mia Vespa era 125 centimetri cubici, il limite per poter accedere erano 150, ma lei era un bel “Vespone” poteva, dall’aspetto averne anche di più e i casellanti non conoscevano tutti i modelli e relative cilindrate. Mi accorsi che potevo raggiungere anche i 90 chilometri. Uscii a Fornovo che erano le sette e qualcosa, alle dieci eravamo a Bologna.

Lasciai la Vespa in via Zamboni e arrivammo a piedi in piazza Maggiore. Da lì il corteo, lentamente cominciò a fluire lungo via Indipendenza, verso la stazione.

Incontrai gli amici del Collettivo di Medicina, Vito che si era laureato da un paio di anni, amico e coetaneo di Francesco Lorusso. Vito aveva fondato un centro che dava aiuto ai giovani che avevano problemi di eroina e quando potevo, andavo a dare una mano insieme a quella bellissima copia di giovani infermieri che dedicavano le loro serate libere ad ascoltare quelle giovani voci disperate. Ovviamente anche loro erano presenti la mattina del 4 agosto, una caldissima giornata, che ci costringeva ogni tanto a lasciare la strada per rifugiarci in cerca di un breve sollievo sotto i portici.
Il corteo era silenzioso ma ogni tanto esplodeva il nostro grido:

Per i nostri morti nessun lutto, pagherete caro, pagherete tutto!

Rientrammo la mattina dopo, questa volta in autostrada arrivai fino al casello di Spezia, ogni tanto davo un colpetto a Nicoletta, avevo il timore e l’impressione si potesse addormentare.

Il 1980 mi era sembrato.

Oggi, quarant’anni dopo, rientrando a casa dal lavoro in ospedale, mi sentivo frastornato dal caldo. Per qualche legge chimico fisica pare che l’aumento della temperatura aumenti la cinetica molecolare e le reazioni chimiche.

Ho l’impressione che questo tipo di calore mi rallenti l’attività e la reattività cerebrale.
Come fosse un anestetico centrale, il calore lo sento agire sui miei neuroni, li ipnotizza regalandogli un piacevole stupore che sa di consapevolezza, di una lenta e saggia possibilità di reagire in modo lento, e dunque evoluto, a quanto mi circonda.

Camminando ho incontrato una madre e due figlie, perfette nei modi e nel vestire, nell'indossare mascherine e abiti che rivelano insieme al loro sguardo, ai loro occhi origini di quella terra africana che sta poco lontano dalle nostre coste. Più in là una signora in attesa di un dolcissimo bambino che verrà, e stava seduta a un tavolo all’aperto, sorridente rilassata con un compagno o un marito e una figlia e poco più avanti due bambini dominicani con canottiere da basket e una palla da basket che se la passavano, palleggiandola, serissimi, impegnatissimi e bellissimi. Ho incontrato in piazza Verdi un amico che non vedevo da molti anni, anche lui studiava a Bologna e ci era rimasto dopo la laurea a vivere e lavorare e sapevo che non era stato molto bene negli ultimi tempi. Credo mi abbia riconosciuto lui per primo, io invece ho colto, mentre avanzavo indolente nel caldo di oggi primo agosto duemilaeventi, il suo sguardo che mi cercava e a quel punto l’ho riconosciuto e mi sono ricordato di quando ci lasciavamo in piazza Santo Stefano dove arrivavamo a piedi da quella stazione, dalla stazione di Bologna alle 23 e 20 la domenica e allora ci siamo scambiati un saluto e qualche parola che ci ha fatto bene e alla fine mentre l’anniversario del due di agosto sta per arrivare, ho pensato che solo la Vita può rappresentare il nostro punto di riferimento, la rotta da tenere, e il vascello che ci può fare navigare non può che essere l’Amore. Pensavo questo mentre il calore del giorno persisteva e stavo avvicinandomi sempre di più verso casa e ripensando a tutto quanto avevo vissuto in questa giornata con i sensi e nei pensieri, provavo uno strano benessere mentale che, immagino, rilasciasse un sorriso rilassato e sereno sul mio volto.









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