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Il nostro indiano metropolitano

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Voglio anch'io ricordare Roberto Sani , l'indiano metropolitano del settantasette spezzino. Oltre alle parole che ho già scritto nei commenti ai molti bei post dei social, aggiungo una mia foto che lo ritrae (è il primo da destra) e l'accompagno con una poesia di un nostro comune amico.  Paolo Luporini VOI Penso spesso a voi. A volte mi pare possibile addirittura ricordare l'esatta composizione dei cordoni, la fila dei volti, tutti i nomi, le storie. Quel giorno che mi ricordo oggi la primavera aveva un altro odore, le leggi di natura, le mura dei castelli parevano pronte a piegarsi al desiderio. Il desiderio, quello che non è un tram, scherzavo ma fosse stato un tram sarebbe ripassato. Qui, alla fermata, il tempo è come appeso, le angosce del presente son lontane, all'edicola scorgo come sempre  tre quotidiani comunisti. "Col caffè alla mattina" avevo scritto un altro giorno in cui pensavo a voi. [Giambo Gian Paolo Ragnoli]

Contro il "delitto di sospetto"

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  da archivio privato g.c.

Una rarità

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  da un archivio privato g.c.

L'incubo dell'Herbert 9C30

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  Paolo Luporini Questa è la famosa "màchina de l'asenòn", chiamata così da un precedente operaio tornitore che non brillava per astuzia. Neanche per me, che gli altri chiamavano "dottore", fu facile lavorarci.  Mi piaceva perché si doveva esprimere una forza "intelligente" nello stringere le morse della piastra che fissava il pezzo. Ero prestante e mi rappresentavo a me stesso come il famoso operaio del film muto "Metropolis" di Fritz Lang. Quel film esprimeva assai bene l'atmosfera 'sotterranea' del nostro reparto.  Quando 'risalivamo in superficie' per recarci in qualche ufficio o alla mensa venivamo colpiti da un senso di straniamento forse dovuto alla luce. Anche in quei momenti i tempi erano stretti e si doveva fare presto a mangiare e l'orologio timbratore del cottimo ci aspettava.  Ancora adesso, che sono passati 41 anni, a volte mi sogno che mi distraggo e lavoro senza aver timbrato la bolla, perdendo così una...

18 marzo 1871: 150 anni fa la Comune di Parigi

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Esattamente 150 anni fa i parigini prendevano le armi per difendere la loro "Commune", esperimento della Storia visto in modo aspettatamente controverso. A me piace sottolineare le tre scelte di autogestione che consistettero nell'equiparazione tra lo stipendio di chi ricopriva cariche istituzionali e la paga degli operai, la scadenza del mandato e la sua revocabilità.  https://it.wikiquote.org/wiki/Comune_di_Parigi_(1871) Lasciatemi ricordare Il tempo delle ciliegie di Marco Rovelli, libro che ci ha fatto diventare amica Louise Michel. https://www.amazon.it/dp/B07HGFWHHR/ref=cm_sw_r_cp_apa_WF8ZJD7BN5SQZ2HB2BBN Da questa lettura ne ho creato un video con la collaborazione indispensabile degli attori Lucia Menapace e Roberto Di Maio. https://youtu.be/Wa1SI5HJC6k

Il barbiere dell'ospedale

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Oggi scrivo una nuova paginetta e la inizio con un Tampone molecolare negativo. È dal ventuno di febbraio che ci ballo, con questo mio coronavirus, che mi lascia qualche giorno ancora per guarire dalla polmonite bilaterale. Sono ricoverato al primo piano covid di medicina gialla a Sarzana, dove ho incontrato persone speciali, molto professionali ed empatiche anche se i nostri bisogni ci facevano esprimere in numerose richieste. Dovranno sopportarmi ancora per qualche poco giorno, spero. Non voglio dirvi dei momenti più duri, in cui si è incrinata la speranza, che ha lasciato il campo all'abbandono. L'ho abbandonata ma qualcuno l'ha raccolta. Medici, studiosi che si sono preparati per lunghi anni per il salvamento. Soldi e anni spesi bene, dal mio punto di vista. Ringrazio la comunità scientifica internazionale, le università, i ministeri, il Servizio Sanitario Nazionale e i lavoratori che l'hanno creato e difeso contro gli interessi privati. Sia un punto fer...

Ancora fischia il vento...

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Oggi, come nel ventennio, da ormai cent'anni, il fascismo va fermato. "Cara redazione, sono un ragazzo di 18 anni che sta finendo le scuole superiori. Mi chiamo Leo e vi voglio raccontare la mia storia per un motivo semplice: è successo a me ma poteva succedere a chiunque. È pieno giorno, è un lunedì, sono le 15.15. Sono nel centro di Ceparana, è una giornata di sole di quelle che anticipano la primavera. Una giornata come mille altre: la mattina avevo avuto didattica a distanza e, dopo pranzo, ero andato con mio papà alle poste. Tutti i miei pensieri, lunedì, erano rivolti alla gara campestre che avrei dovuto fare domenica. Dopo due anni di infortuni, due anni bui, pensavo di poter tirare fuori tutte le mie potenzialità. Ero carichissimo. Tutta questa catena di idee, di desideri, si è interrotta per quello che è successo quel pomeriggio. Ora vivo con l’impressione che possa accadere di nuovo. Che possa accadere in qualsiasi momento e a qualcuno che forse non ha la...