Renato e la scoperta della psicoanalisi




Ho avuto la fortuna di avere un grande amico.

Si chiamava Renato Cirelli.

Per me, che sono figlio unico, è stato come un fratello, anzi, molto più che un fratello.

Un fratello ce lo si trova accanto per caso, per motivi di sangue, non lo si sceglie.

Renato e io avevamo invece scelto di frequentarci; compagni di scuola, eravamo diventati fin dalla seconda elementare compagni di banco, avevamo deciso di vederci anche dopo le lezioni per fare i compiti insieme e dopo per giocare insieme.

Facevamo anche giochi tradizionali, ricordo ad esempio le interminabili partite a Monopoli, senza la “y” finale, forse per un rimasuglio post-fascista di difesa della lingua italiana, anche se eravamo già negli anni ’60; ma più che altro i giochi ce li inventavamo.

Per esercitare la nostra curiosità, la nostra sete di conoscenza, giocavamo a “farsi delle domande”, su qualunque argomento, da appassionati consultatori di enciclopedie per ragazzi.

Per dar sfogo alla nostra fantasia, giocavamo alle “commedie”, recitando a soggetto dapprima utilizzando un teatro di burattini, poi dei pupazzetti di plastica, che per noi potevano raffigurare qualunque personaggio.

Ci influenzavamo a vicenda, ad esempio forse all’inizio ero io quello più appassionato di calcio e di sport in generale, ma poi è sempre stato lui che fin da bambino mi ha iniziato a ciò che per me avrebbe rappresentato un salto culturale, la via per diventare adulti, una presa di coscienza.

Fu Renato a farmi conoscere Superman, che allora si chiamava ancora Nembo Kid; la scoperta dei fumetti americani di avventura, Nembo Kid e Batman, ma anche l’Uomo Mascherato, X9 e Rip Kirby, ha rappresentato per me, che fino ad allora leggevo solo Topolino e Paperino, un passaggio fondamentale di crescita, una lettura non più da bambini ma da grandi.

Fu ancora Renato a suscitare in me una presa di coscienza politica e sociale che aveva messo in discussione quello che per me era stato fino ad allora un mito: quello degli Stati Uniti, con le sue città, automobili, fumetti, sport, “way of life”, i Kennedy, e quant’altro; come pure mi aveva fatto ridimensionare l’importanza della scienza e della tecnica, che per me fino ad allora rappresentavano anch’esse un mito indiscutibile.

Al liceo, anche se continuavamo a studiare e a giocare assieme, non eravamo più compagni di banco e amici per così dire esclusivi.

Renato iniziò a frequentare attivamente gli ambienti della sinistra extra-parlamentare e dopo la maturità si iscrisse a Filosofia.

Io seguii la mia passione di bambino e mi iscrissi a Chimica, e per i primi anni dell’università Renato e io ci allontanammo.

La mia vita era tutta presa dallo studio e dai miei hobbies, senza nessun impegno reale in alcuna attività extra-scolastica; ciò avvenne senz’altro anche per quieto vivere e pigrizia, ma il fatto è che non riuscivo ad appassionarmi profondamente a niente.

Con il senno di poi, o meglio con il punto di vista che ho acquisito dopo anni di lavoro riflessivo, posso dire che il vero motivo di ciò era non aver ancora trovato una soluzione ai conflitti e alle contraddizioni che mi laceravano.

Tra la religione cattolica, nella cui fede ero stato cresciuto dalla mia famiglia, e da una parte il marxismo, che avevo scoperto con grande interesse anche grazie a Renato, e dall’altra la scienza; tra scienze naturali, che erano state la mia passione fin da piccolo, e scienze umane, che avevo scoperto al liceo.

Quest’ultimo conflitto lo avevo risolto scegliendo Chimica invece che Lettere o Psicologia, ma non avendo risolto gli altri, non riuscivo a buttarmi da una parte, come invece ora faceva Renato, e restavo nel mezzo a guardare.

Quando Renato e io ci ritrovammo eravamo entrambi in crisi.

Nelle nostra vicenda umana aveva fatto irruzione un nuovo: l’amore, il femminile, la passione con la sua forza prorompente che aveva destabilizzato le nostre vite fino ad allora dominate dal pensiero, dal maschile, dalla razionalità.

Un altro conflitto si era dunque palesato: quello tra pensiero e amore, tra pubblico e privato, tra universale e particolare.

Ancora una volta Renato aveva fatto una netta scelta di campo: quando, dopo grandi angosce, gelosie, dolori, tutte le difficoltà del suo rapporto d’amore si erano finalmente risolte, egli aveva lasciato l’attività politica e, cavalcando l’onda di quello che allora era chiamato “riflusso”, era tornato al privato, si era laureato, aveva trovato lavoro e aveva sposato il suo amore.

Io invece, collezionando amori non corrisposti uno dietro l’altro, ero rimasto in mezzo al guado, con un conflitto in più, una contraddizione in più da risolvere.

Ma il mio rapporto con Renato e con sua moglie, diventata anch’ella mia grande amica, non si era più interrotto e noi continuavamo a dialogare, a giocare, a riflettere insieme.

Ad un certo punto, però, la passione per la politica e per il sociale di Renato era tornata prepotentemente a farsi sentire, ma la stessa cosa non era successa alla moglie.

Nel nuovo impegno politico e sociale, Renato trovò un nuovo grande amore e, con grande sincerità e lealtà, lo rivelò subito alla sua compagna e si separò da lei.

Ma questo nuovo amore si rivelò ben presto un’illusione, sicché Renato entrò in una crisi profonda.

In questo periodo di grande dolore, Renato trovò la strada per uscirne e ancora una volta indicò a me questo nuovo percorso che lo aveva aiutato in modo così decisivo.

Questa volta però non si trattò per me soltanto di un altro salto culturale, di una nuova presa di coscienza, ma addirittura della via che finalmente portava al superamento di tutti i conflitti, alla soluzione di tutte le contraddizioni: la via della psicoanalisi e in particolare del pensiero passato attraverso Silvia Montefoschi.

Inoltre Renato in questo caso non si è limitato a mostrarmi la nuova via soltanto parlandomene o facendomi leggere dei libri, ma ha dialogato profondamente con me, ha condiviso con me la sua esperienza trasformativa così efficace, aiutandomi a superare tutte le mie resistenze e ad affidarmi a questo nuovo percorso.

Ma proprio nel mezzo della sua evoluzione, che lo aveva portato a superare il conflitto tra pubblico e privato, universale e particolare, fino a riconciliarsi con la moglie tanto amata; nel mezzo del nostro dialogo che mi portava sempre più a capire l’importanza della psicoanalisi per la mia vita, una malattia implacabile colpì Renato portandolo inesorabilmente e troppo velocemente a una morte prematura, ad appena quarant’anni.

Non dimenticherò mai che un giorno in cui stava particolarmente male, tanto che non riusciva quasi a parlare, Renato ebbe la forza di sussurrarmi:

<Massimo, non abbandonare l’analisi!>

In quel momento capii tante cose.

Che lui se ne stava andando lasciandomi questo compito in eredità.

Che era giunto per me il momento di proseguire il cammino della conoscenza e dell’evoluzione insieme alla fonte stessa del nuovo pensiero.

Infine che ero in grado di fare una scelta, di erotizzare un impegno; nel libro “Il manifestarsi dell'essere in Silvia Montefoschi” si legge:

“… non c’è conoscenza razionale infatti che abbia il potere di muovere all’azione se la conoscenza stessa non è investita dall’amore, perché è solo l’amore che sospinge e che costringe il soggetto umano, come amante, ad agire per unirsi all’amato.

E’ necessario allora che, per il soggetto umano che si impegna nel processo di trasformazione, sia proprio questo processo a costituirsi a lui come l’oggetto di amore più importante”.[1]

Il senso che non avevo trovato né nella religione, né nell’attività politica o sociale ora finalmente lo vedevo e lo erotizzavo nella nuova psicoanalisi; una psicoanalisi che non era fatta di libri e di teoria, ma di dialogo profondo e condivisione con un nuovo interlocutore: Silvia Montefoschi; una psicoanalisi che grazie a lei si era evoluta percorrendo strade molto diverse da quelle iniziali, quelle che avevano sempre lasciato perplesso Renato, il quale aveva sempre pensato che la realizzazione da lui auspicata di profondi mutamenti politici e sociali fosse fortemente ostacolata dalla psicoanalisi, da lui fino ad allora concepita come un sistema per riadeguare l’individuo all’establishment, al sociale così come si dà in un dato momento storico.

Questa psicoanalisi invece affermava che trasformare la società e realizzare il regno di Dio sulla Terra, oppure la dittatura del proletariato e l’anarchia, è possibile, ma soltanto se si lavora sull’uomo, sulla sua interiorità, sulla sua identità.

L’ostacolo al raggiungimento di entrambi questi obiettivi è la proprietà privata, ma la prima proprietà privata dell’uomo è il suo io.

L’io è l’insieme dei contenuti di conoscenza del soggetto umano, in base al quale egli esercita la sua decisionalità e nel quale egli ripone la propria identità, e rappresenta anche l’attitudine dell’individuo ad appropriarsi di ciò che lo traversa e di quello che crea.

La nuova psicoanalisi individua la radice di ogni conflitto, l’origine di ciascuna contraddizione, nell’originaria separazione fra soggetto e oggetto, e l’io, che sa di sapere di sé come soggetto e dell’altro da sé come oggetto della sua conoscenza, riconferma questa separazione, insieme alla modalità relazionale che da sempre caratterizza l’uomo, chiamata da Silvia Montefoschi interdipendenza, secondo la quale inevitabilmente uno dei due termini della relazione rinuncia al suo essere soggetto attivo assumendo il ruolo di oggetto passivo, e l’altro fa esattamente il contrario.

L’interdipendenza viene individuata dall’autrice prima di tutto nel rapporto psicoanalitico, nel quale ella osserva che il paziente si pone quale oggetto fra gli oggetti nei confronti dei propri vissuti e dei contenuti inconsci del suo pensiero, alienandoli da sé e proiettandoli fuori di sé; e allo stesso modo, nel confronti dell’analista, si pone come incapace a gestire se stesso, demandando all’altro, l’analista appunto, tale capacità, ponendosi ancora come oggetto conosciuto da altro soggetto conoscente.

Ma questo stesso meccanismo l’uomo lo mette in moto nel sociale, rimuovendo il fatto che la società nei confronti della quale si pone come oggetto è stata da lui stesso concepita e creata, ma soprattutto trovando normale il modello di rapporto socio-economico fondato sulla divisione del lavoro, che a sua volta istituzionalizza la separazione dei ruoli nel rapporto tra uomo e donna.

La donna infatti, tradizionalmente o comunque nel sentire comune, demanda all’uomo la capacità di operare nel pubblico, nella politica, nella religione, nella conoscenza, facendosi in questo ambito oggetto passivo nei confronti dell’uomo, mentre quest’ultimo, investito del ruolo di soggetto attivo nell’agire nel sociale, solitamente demanda alla donna la capacità di operare nella famiglia, negli affetti, nei servizi, facendosi oggetto passivo nell’agire nel privato.

Infine l’uomo proietta fuori di sé la soggettività universale che ha in sé in un dio altro da lui, del quale si fa oggetto, facendo della vicenda del Cristo una questione individuale e irripetibile dell’uomo Gesù, e non la nascita di una nuova coscienza: la coscienza cristica, che è la coscienza della consustanzialità tra dio e l’uomo.

E’ solo tale coscienza che può portare l’uomo oltre la religione, secondo la quale il soggetto umano estranea da sé il trascendente e conseguentemente demanda il potere di governarlo a un corpo istituzionalizzato di valori morali, giuridici o politici, per attingere alla vera religiosità, che permette all’uomo di uscire dalla condizione infantile creaturale rispetto a un padre creatore, e di riconoscere il trascendente come una realtà a lui immanente, che dà senso alla sua esistenza particolare come manifestazione di una dimensione universale, e di conseguenza riconoscere se stesso nella sua universalità, quale soggetto consapevole e responsabile della sua stessa evoluzione e del destino dell’intero universo.  

Soltanto affrontando la radice comune di ogni tipo di conflitto con un lavoro interiore si può operare con efficacia nella politica e nel sociale, senza che questo operare sia disgiunto da quello nel privato dei rapporti umani di amore e di amicizia, e perfino del sentimento religioso; e ciò al fine di un mutamento profondo, di una vera rivoluzione che porti avanti il processo evolutivo dell’uomo.

Si tratta del lavoro interiore della psicoanalisi, nella quale però sia applicato un nuovo metodo, quello introdotto da Montefoschi.

Esso incoraggia l’analista a non relazionarsi quale unico soggetto conoscente singolare nei confronti del paziente, con la sua personale problematica individuale, quale suo oggetto di conoscenza, assolutamente diverso da lui, cosa questa che riconfermerebbe all’altro i vincoli dell’interdipendenza quale unica possibile modalità relazionale.

Interdipendenza che è una relazione basata sostanzialmente sul soddisfacimento delle aspettative reciproche, quindi il porsi nella relazione da parte dell’analista come soltanto soggetto attivo risponderebbe perfettamente all’aspettativa del paziente, che come abbiamo visto assume nei confronti dei suoi vissuti e dell’analista l’atteggiamento esclusivo di oggetto passivo, riconfermando la dipendenza reciproca tra i due termini della relazione.

Viceversa l’analista si pone come colui che assume l’altro della relazione psicoanalitica soltanto come soggetto che si rapporta a lui come altrettanto soggetto; e lo può fare perché già vede possibile superare l’univocità e pertanto assumere responsabilmente l’atteggiamento, attivo o passivo, che richiede ogni determinato momento dialogico.

L’analista dunque, nella relazione con il paziente, riesce a controllare e a vietarsi, se necessario, la sua stessa tendenza a calarsi nell’interdipendenza e a recuperare così entro il rapporto la libertà di scegliere il suo atteggiamento indipendentemente dall’aspettativa dell’altro.

In tal modo l’analista rompe il modello di relazione interdipendente, nel quale paziente e analista si trovano calati, ove il paziente si fa oggetto conosciuto e l’analista si fa soggetto conoscente, e, proprio nell’uscirne, ne fonda un altro, che Montefoschi chiama intersoggettività.

In questa nuova modalità relazionale, paziente ed analista si sperimentano entrambi come soggetti che riflettono insieme sulla dinamica della loro relazione, la quale si svela, sempre ad entrambi, come la problematica esistenziale di ognuno; essa però, al di là delle possibili variazioni che si danno nelle singole storie personali, pur riguardandoli in prima persona, non appartiene né all’uno né all’altro, perché è la problematica universalmente umana che sta travagliando l’Essere in quel preciso momento storico.

E la problematica è quella dell’interferenza dei due modelli di rapporto, in quanto fino ad ora l’unico modo perché un soggetto potesse riconoscersi come tale al cospetto di un altro soggetto è stato quello di appagare l’aspettativa di ruolo a lui proposta dall’altro all’interno della relazione istituzionalizzata di interdipendenza.

Riconoscendo che i contenuti inconsci del paziente riguardano anche l’analista, in quanto istanze universalmente umane, l’analista si riconosce anch’egli come oggetto nel rapporto analitico.

Sincronicamente il paziente è intenzionato a recuperare la sua soggettività, sia nei riguardi dei suoi contenuti inconsci proiettati sia nei riguardi dell’analista, nei confronti dei quali si poneva soltanto come oggetto.

Ma per entrambi non si tratta tanto di recuperare il proiettato, quanto di arrivare a dirsi e a darsi liberamente nel rapporto così come l’altro lo intenziona, al di là della divisione dei ruoli attivo e passivo; cosa questa che attua la contemporaneità del dare-ricevere quale reciproco arricchimento nello scambio, in altre parole la dialettica patire-agire, grazie alla quale soltanto l’uomo può sperimentare se stesso sia come soggetto conoscente sia come oggetto conosciuto.

L’analista e il paziente allora possono riconoscersi come simili, o meglio come assolutamente consustanziali, quali due soggetti riflessivi che dialogano tra di loro addirittura come se fossero una persona in due persone, il cui unico soggetto conoscente, non più singolare ma duale, contempla una problematica esistenziale che non appartiene né all’uno né all’altro ma che è una problematica universale.

Partendo dall’esperienza intersoggettiva che si sperimenta nel rapporto di analisi, il soggetto umano è intenzionato ad estenderla a tutte le sue relazioni, superando la modalità relazionale dell’interdipendenza.

Nel suo rapporto con il sociale, l’uomo non si fa più oggetto passivo di una struttura intesa come dato naturale e immutabile, ma neanche soggetto attivo animato o dal desiderio di strumentalizzarlo ai propri fini egoici o soltanto da un ribellismo sterile, mirante unicamente alla distruzione dell’establishment.

Nel suo rapporto con gli eventi della vita, l’uomo non è più oggetto in balia del destino né soggetto di una illusoria autosufficienza; è infatti grazie alla riflessione, stimolata dal processo analitico intersoggettivo, che il soggetto umano prende distanza dalla percezione immediata di sé come ente separato dal mondo e si coglie soltanto come un momento di una più ampia dinamica.

Inoltre l’uomo impara a dialogare con quanto avviene nella sua vita come fosse un altro soggetto, per comprendere cosa ciascun evento gli suggerisce, al fine di trovare il suo compito individuale nell’evoluzione dell’intera società umana, di individuare come potersi mettere in atto come espressione individuale dell’universalmente umano.

Ma tutto questo non deve escludere, al contrario deve partire proprio dal rapporto uomo-donna, dalla relazione famigliare che è alla base della società umana, perché è proprio in essa che si dà il nocciolo duro dell’interdipendenza, il nucleo più atavicamente innato della separazione soggetto-oggetto e pertanto più difficile da scalfire.

Secondo Montefoschi non è soltanto il rapporto dell’individuo con le proprie figure parentali ad essere caratterizzato dal tabù dell’incesto, bensì ogni rapporto uomo-donna, ed è proprio il tabù dell’incesto ciò che li mantiene identificati nei rispettivi ruoli sociali separati che caratterizzano la struttura relazionale edipica della famiglia.

E poiché il nucleo familiare è a sua volta il fondamento della struttura economica e quindi relazionale della società, che è infatti una struttura gerarchica e di potere imposta dalla legge del padre quale esecutore della legge del tabù dell’incesto, sarà l’infrazione del tabù, e la conseguente realizzazione della relazione intersoggettiva, non solo ad agire in funzione della liberazione  della soggettività del singolo individuo, ma anche in funzione di un trasformazione della struttura relazionale della società umana la quale, di qualsiasi cultura si tratti, è sempre fondata sulla divisione dei ruoli tra gli uomini e le donne.

Inoltre, “anche al di fuori del nucleo famigliare istituzionalizzato, nell’ordinamento sociale, il tabù dell’incesto ha operato al fine di non consentire all’uomo di fare della donna l’interlocutrice del dialogo erotico creativo, ma viceversa di farne soltanto l’appagatrice dei bisogni materiali e affettivi e l’oggetto del desiderio sessuale”[2].

Perché si parla di tabù dell’incesto a proposito della relazione uomo-donna? Perché nel sociale umano la donna è sempre posta, rispetto all’uomo, come madre e figlia; e l’uomo rispetto alla donna sempre come padre e figlio.

La madre è colei che si identifica nel ruolo di chi svolge la funzione di appagatrice dei bisogni affettivi e materiali del marito o compagno, il quale in questo ambito assume il ruolo di figlio, poiché dipende da lei per l’appagamento di tali bisogni, nonché per la sopravvivenza biologica.

Il padre è colui che si identifica nel ruolo di chi media il rapporto con la società per la moglie o la compagna, la quale in questo ambito assume il ruolo di figlia, poiché dipende da lui per questa mediazione di tipo sociale e spirituale.

Ma secondo Montefoschi la legge del tabù del’incesto non si applica soltanto ai rapporti interpersonali, ma è il “principio cosmico” che regola il processo dialettico dell’evoluzione dell’universo; inoltre essa non è in assoluto inviolabile, anzi sono proprio le sue ripetute violazioni che, durante tutto il processo evolutivo, hanno consentito il cambiamento, mentre l’inviolabilità ha garantito la stabilità del sistema di volta in volta raggiunto.

E’ stata la violazione del tabù dell’incesto a consentire tutti i mutamenti piccoli e grandi, sia nella storia dell’evoluzione del sistema uomo, sia prima della comparsa dell’uomo nell’universo.

Ogni nuova nuova scoperta scientifica, ogni conquista politica, sociale, di costume si è potuta realizzare grazie alla violazione del tabù dell’incesto.

Ne sono esempi il passaggio dal sistema tolemaico al sistema copernicano, quello dalla meccanica classica alla meccanica quantistica, dal determinismo al principio di indeterminazione e alla relatività; il passaggio dalla teocrazia, alla monarchia, alla aristocrazia, la rivoluzione inglese, americana e francese; il passaggio dalla dittatura e dal nazionalismo alla democrazia e all’europeismo, le conquiste sociali e di costume susseguenti al ’68 e all’autunno caldo.

Ma allo stesso modo il tabù dell’incesto è stato violato nel passaggio dal protone all’atomo, dall’atomo alla molecola, dalla molecola al vivente, dal vivente all’uomo.

Dopo ogni violazione il tabù dell’incesto torna in vigore come inviolabile, per garantire la stabilità del sistema di volta in volta raggiunto, fino alla successiva necessaria violazione.

Tornando alla separazione dei ruoli di uomo padre e figlio e di donna madre e figlia, essa è stata fino a un certo punto funzionale al sociale umano, in quanto l’uomo e la donna si sono divisi i compiti: la donna infatti, portando su di sé il peso dell’evoluzione sul piano della vita materiale, ha lasciato libero l’uomo di dedicarsi all’evoluzione sul piano dello spirito.

Al fine di portare avanti un reale, profondo cambiamento nel sociale umano, è giunto il momento di un nuovo compimento simbolico dell’incesto, che consiste nel superare la rigida separazione dei ruoli, in modo tale che ciascun individuo possa riconoscere in sé la presenza anche di quelle caratteristiche che aveva demandato all’altro proiettandole sull’altro: la soggettività nel sociale e l’oggettualità nel privato per il femminile, l’oggettualità nel sociale e la soggettività nel privato per il maschile, realizzando così la riunificazione delle modalità del declinarsi umano nell’oggetto e nel soggetto, la cui separazione era stata istituzionalizzata nella separazione dei ruoli.

Il compimento simbolico dell’incesto da parte della donna sarà l’evento essenziale che rovescia gli attuali rapporti sociali.

“Anzitutto l’entrata della donna come soggetto attivo nei rapporti di produzione la sottrae al lavoro non riconosciuto e quindi non retribuito di addetta ai servizi, che è viceversa la base su cui poggia l’intero sistema capitalistico, in quanto è proprio questo lavoro femminile non retribuito, ma essenziale alla sopravvivenza della forza lavoro maschile, che consente al sistema stesso di risparmiare sulla perdita del capitale e di aumentare così il plus valore.

Perciò la donna, infrangendo il tabù dell’incesto, e con esso l’ordine dei rapporti familiari, non soltanto sottrae se stessa al sistema della divisione del lavoro e dello sfruttamento, ma sottrae al sistema stesso il suo fondamento.

Ma l’azione liberatoria più significativa che la donna, nel liberare se stessa, compie sul sociale, è quella di interrompere il perpetuarsi della dinamica relazionale edipica, che è poi quella della interdipendenza dei ruoli, proprio nella dimensione psichica umana che è il luogo dove questa dinamica si riproduce.

E’ la donna infatti che, in quanto identificata nel ruolo di madre provvida e nutrice, pone nel soggetto umano le radici affettive del modello di rapporto dell’interdipendenza simbiotica, che diviene pertanto in ognuno l’unico modo affettivamente riconosciuto del relazionarsi umano.

Ma questo modello di rapporto è proprio quello che limita il senso della vita al soddisfacimento dei bisogni personali e che quindi mantiene l’individuo nel vissuto di sé come dipendente da chi ha il potere di soddisfarlo: prima la madre e poi la società nella sua funzione materna.

Perciò il liberarsi della donna dal ruolo di provvida nutrice libera a sua volta il soggetto umano dal ruolo di figlio perennemente dipendente, così che quest’ultimo recupera a sé la capacità di autogoverno e, uscendo dal vissuto di sé come dipendente da un sociale a lui estraneo, recupera a sé anche la dimensione sociale che gli è propria e può finalmente porsi nella società come soggetto responsabile della stessa e del suo divenire storico.”[3]

Ma è ancora una volta nel rapporto analitico che si sperimenta per la prima volta la violazione del tabù dell’incesto, in quanto l’analista rinuncia al suo ruolo di unico depositario della conoscenza e si fa anch’egli carico della problematica che gli porta il paziente, riconoscendola come universalmente umana; e il paziente rinuncia al suo ruolo passivo di conosciuto ed interpretato e si fa anch’egli soggetto attivo del processo trasformativo.

E Silvia Montefoschi ha violato anche il tabù che impone ad analista e paziente di non frequentarsi al di fuori del loro rapporto professionale, diventando per me la più grande amica e instaurando con me un rapporto umano, di amicizia e di dialogo se possibile ancora più profondo ed intenso di quello che c’era stato fra me e Renato.

E’ dunque seguendo l’esempio di ciò che accade tra analista e paziente nel rapporto psicoanalitico che i soggetti umani maschile e femminile, rinunciando ai rispettivi ruoli di uomo padre e figlio e di donna madre e figlia, nel recuperare a sé ciò che avevano demandato all’altro, possono riconoscersi entrambi sia come soggetto sia come oggetto, e possono quindi congiungersi finalmente come due simili.

E in questa nuova unione i due termini della relazione si riconoscono infine talmente indispensabili l’uno all’altro fino a diventare una persona in due persone, con un unico soggetto conoscente duale, nel quale finalmente poter porre la propria identità.

Partendo dall’esperienza di analisi intersoggettiva ed estendendo la modalità relazionale dell’intersoggettività a ogni rapporto umano, a partire dal rapporto d’amore tra uomo e donna, si arriva a sperimentare l’unico soggetto duale, che nasce dal dialogo incessante, dalla relazione perenne tra due soggetti, e si arriva quindi a misconoscere l’illusoria indipendenza e autosufficienza dell’io, nel quale finalmente si arriva a non porre più la propria identità.

Grazie alla nuova psicoanalisi l’identità del soggetto umano viene dunque posta nell’incessante processo evolutivo dell’universo, regolato dalla legge universale del tabù dell’incesto, alternativamente inviolabile e violabile, del quale il protagonista non è l’io del singolo uomo, ma la sua relazionalità dialogica perenne che si fa soggetto.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Per una bibliografia completa delle opere di Silvia Montefoschi, si rimanda al sito della Fondazione Silvia Montefoschi:

https://fondazionesilviamontefoschi.it/_silvia-montefoschi/silvia_montefoschi_bibliografia_opere.php 

In particolare molte parti del mio scritto si rifanno direttamente all’opera “Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi” (2009) di Silvia Montefoschi, Bianca Pietrini e Fabrizio Raggi, Zephyro Edizioni.

 

LEZIONI YouTube

Molto interessante e di facile approccio la Playlist della Fondazione Silvia Montefoschi:

 

https://www.youtube.com/playlist?list=PLqTeD6LLawPyKx1uASDBIRfRKI8oSRejO

[1]   S. Montefoschi, B. Pietrini, F. Raggi – Il manifestarsi dell'essere in Silvia Montefoschi - Ed. Zephiro – pag 61       [2]   S. Montefoschi, B. Pietrini, F. Raggi – Il manifestarsi dell'essere in Silvia Montefoschi - Ed. Zephiro – pag 167      [3]   S. Montefoschi, B. Pietrini, F. Raggi – Il manifestarsi dell'essere in Silvia Montefoschi - ed. Zephiro – pag 53-54


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