Renato e la scoperta della psicoanalisi
Ho avuto la fortuna di avere un grande amico.
Si chiamava Renato Cirelli.
Per me, che sono figlio unico, è stato come un fratello, anzi, molto più
che un fratello.
Un fratello ce lo si trova accanto per caso, per motivi di sangue, non
lo si sceglie.
Renato e io avevamo invece scelto di frequentarci; compagni di scuola,
eravamo diventati fin dalla seconda elementare compagni di banco, avevamo deciso
di vederci anche dopo le lezioni per fare i compiti insieme e dopo per giocare
insieme.
Facevamo anche giochi tradizionali, ricordo ad esempio le
interminabili partite a Monopoli,
senza la “y” finale, forse per un
rimasuglio post-fascista di difesa della lingua italiana, anche se eravamo già
negli anni ’60; ma più che altro i giochi ce li inventavamo.
Per esercitare la nostra curiosità, la nostra sete di conoscenza,
giocavamo a “farsi delle domande”, su qualunque argomento, da appassionati
consultatori di enciclopedie per ragazzi.
Per dar sfogo alla nostra fantasia, giocavamo alle “commedie”,
recitando a soggetto dapprima utilizzando un teatro di burattini, poi dei
pupazzetti di plastica, che per noi potevano raffigurare qualunque personaggio.
Ci influenzavamo a vicenda, ad esempio forse all’inizio ero io quello
più appassionato di calcio e di sport in generale, ma poi è sempre stato lui
che fin da bambino mi ha iniziato a ciò che per me avrebbe rappresentato un
salto culturale, la via per diventare adulti, una presa di coscienza.
Fu Renato a farmi conoscere Superman, che allora si chiamava ancora
Nembo Kid; la scoperta dei fumetti americani di avventura, Nembo Kid e Batman,
ma anche l’Uomo Mascherato, X9 e Rip Kirby, ha rappresentato per me, che fino
ad allora leggevo solo Topolino e Paperino, un passaggio fondamentale di
crescita, una lettura non più da bambini ma da grandi.
Fu ancora Renato a suscitare in me una presa di coscienza politica e
sociale che aveva messo in discussione quello che per me era stato fino ad
allora un mito: quello degli Stati Uniti, con le sue città, automobili,
fumetti, sport, “way of life”, i Kennedy, e quant’altro; come pure mi aveva
fatto ridimensionare l’importanza della scienza e della tecnica, che per me
fino ad allora rappresentavano anch’esse un mito indiscutibile.
Al liceo, anche se continuavamo a studiare e a giocare assieme, non
eravamo più compagni di banco e amici per così dire esclusivi.
Renato iniziò a frequentare attivamente gli ambienti della sinistra
extra-parlamentare e dopo la maturità si iscrisse a Filosofia.
Io seguii la mia passione di bambino e mi iscrissi a Chimica, e per i
primi anni dell’università Renato e io ci allontanammo.
La mia vita era tutta presa dallo studio e dai miei hobbies, senza
nessun impegno reale in alcuna attività extra-scolastica; ciò avvenne
senz’altro anche per quieto vivere e pigrizia, ma il fatto è che non riuscivo
ad appassionarmi profondamente a niente.
Con il senno di poi, o meglio con il punto di vista che ho acquisito
dopo anni di lavoro riflessivo, posso dire che il vero motivo di ciò era non
aver ancora trovato una soluzione ai conflitti e alle contraddizioni che mi
laceravano.
Tra la religione cattolica, nella cui fede ero stato cresciuto dalla
mia famiglia, e da una parte il marxismo, che avevo scoperto con grande
interesse anche grazie a Renato, e dall’altra la scienza; tra scienze naturali,
che erano state la mia passione fin da piccolo, e scienze umane, che avevo
scoperto al liceo.
Quest’ultimo conflitto lo avevo risolto scegliendo Chimica invece che
Lettere o Psicologia, ma non avendo risolto gli altri, non riuscivo a buttarmi
da una parte, come invece ora faceva Renato, e restavo nel mezzo a guardare.
Quando Renato e io ci ritrovammo eravamo entrambi in crisi.
Nelle nostra vicenda umana aveva fatto irruzione un nuovo: l’amore, il
femminile, la passione con la sua forza prorompente che aveva destabilizzato le
nostre vite fino ad allora dominate dal pensiero, dal maschile, dalla
razionalità.
Un altro conflitto si era dunque palesato: quello tra pensiero e
amore, tra pubblico e privato, tra universale e particolare.
Ancora una volta Renato aveva fatto una netta scelta di campo: quando,
dopo grandi angosce, gelosie, dolori, tutte le difficoltà del suo rapporto
d’amore si erano finalmente risolte, egli aveva lasciato l’attività politica e,
cavalcando l’onda di quello che allora era chiamato “riflusso”, era tornato al
privato, si era laureato, aveva trovato lavoro e aveva sposato il suo amore.
Io invece, collezionando amori non corrisposti uno dietro l’altro, ero
rimasto in mezzo al guado, con un conflitto in più, una contraddizione in più
da risolvere.
Ma il mio rapporto con Renato e con sua moglie, diventata anch’ella
mia grande amica, non si era più interrotto e noi continuavamo a dialogare, a
giocare, a riflettere insieme.
Ad un certo punto, però, la passione per la politica e per il sociale
di Renato era tornata prepotentemente a farsi sentire, ma la stessa cosa non
era successa alla moglie.
Nel nuovo impegno politico e sociale, Renato trovò un nuovo grande
amore e, con grande sincerità e lealtà, lo rivelò subito alla sua compagna e si
separò da lei.
Ma questo nuovo amore si rivelò ben presto un’illusione, sicché Renato
entrò in una crisi profonda.
In questo periodo di grande dolore, Renato trovò la strada per uscirne
e ancora una volta indicò a me questo nuovo percorso che lo aveva aiutato in
modo così decisivo.
Questa volta però non si trattò per me soltanto di un altro salto
culturale, di una nuova presa di coscienza, ma addirittura della via che
finalmente portava al superamento di tutti i conflitti, alla soluzione di tutte
le contraddizioni: la via della psicoanalisi
e in particolare del pensiero passato attraverso Silvia Montefoschi.
Inoltre Renato in questo caso non si è limitato a mostrarmi la nuova
via soltanto parlandomene o facendomi leggere dei libri, ma ha dialogato
profondamente con me, ha condiviso con me la sua esperienza trasformativa così
efficace, aiutandomi a superare tutte le mie resistenze e ad affidarmi a questo
nuovo percorso.
Ma proprio nel mezzo della sua evoluzione, che lo aveva portato a
superare il conflitto tra pubblico e privato, universale e particolare, fino a
riconciliarsi con la moglie tanto amata; nel mezzo del nostro dialogo che mi
portava sempre più a capire l’importanza della psicoanalisi
per la mia vita, una malattia implacabile colpì Renato portandolo
inesorabilmente e troppo velocemente a una morte prematura, ad appena
quarant’anni.
Non dimenticherò mai che un giorno in cui stava particolarmente male,
tanto che non riusciva quasi a parlare, Renato ebbe la forza di sussurrarmi:
<Massimo, non abbandonare l’analisi!>
In quel momento capii tante cose.
Che lui se ne stava andando lasciandomi questo compito in eredità.
Che era giunto per me il momento di proseguire il cammino della
conoscenza e dell’evoluzione insieme alla fonte stessa del nuovo pensiero.
Infine che ero in grado di fare una scelta, di erotizzare un impegno;
nel libro “Il manifestarsi dell'essere in Silvia Montefoschi”
si legge:
“… non c’è conoscenza razionale
infatti che abbia il potere di muovere all’azione se la conoscenza stessa non è
investita dall’amore, perché è solo l’amore che sospinge e che costringe il
soggetto umano, come amante, ad agire per unirsi all’amato.
E’ necessario allora che, per il soggetto umano
che si impegna nel processo di trasformazione, sia proprio questo processo a
costituirsi a lui come l’oggetto di amore più importante”.[1]
Il senso che non avevo trovato né nella religione, né nell’attività
politica o sociale ora finalmente lo vedevo e lo erotizzavo nella nuova psicoanalisi;
una psicoanalisi
che non era fatta di libri e di teoria, ma di dialogo profondo e condivisione
con un nuovo interlocutore: Silvia
Montefoschi; una psicoanalisi
che grazie a lei si era evoluta percorrendo strade molto diverse da quelle
iniziali, quelle che avevano sempre lasciato perplesso Renato, il quale aveva
sempre pensato che la realizzazione da lui auspicata di profondi mutamenti
politici e sociali fosse fortemente ostacolata dalla psicoanalisi,
da lui fino ad allora concepita come un sistema per riadeguare l’individuo
all’establishment, al sociale così come si dà in un dato momento storico.
Questa psicoanalisi
invece affermava che trasformare la società e realizzare il regno di Dio sulla
Terra, oppure la dittatura del proletariato e l’anarchia, è possibile, ma
soltanto se si lavora sull’uomo, sulla sua interiorità, sulla sua identità.
L’ostacolo al raggiungimento di entrambi questi obiettivi è la
proprietà privata, ma la prima proprietà privata dell’uomo è il suo io.
L’io è l’insieme dei
contenuti di conoscenza del soggetto umano, in base al quale egli esercita la
sua decisionalità e nel quale egli ripone la propria identità, e rappresenta
anche l’attitudine dell’individuo ad appropriarsi di ciò che lo traversa e di
quello che crea.
La nuova psicoanalisi
individua la radice di ogni conflitto, l’origine di ciascuna contraddizione,
nell’originaria separazione fra soggetto e oggetto, e l’io, che sa di sapere di sé come soggetto e dell’altro da sé come
oggetto della sua conoscenza, riconferma questa separazione, insieme alla
modalità relazionale che da sempre caratterizza l’uomo, chiamata da Silvia
Montefoschi interdipendenza, secondo
la quale inevitabilmente uno dei due termini della relazione rinuncia al suo
essere soggetto attivo assumendo il ruolo di oggetto passivo, e l’altro fa esattamente il
contrario.
L’interdipendenza viene individuata dall’autrice prima di tutto nel rapporto
psicoanalitico, nel quale ella osserva che il paziente si pone quale oggetto
fra gli oggetti nei confronti dei propri vissuti e dei contenuti inconsci del
suo pensiero, alienandoli da sé e proiettandoli fuori di sé; e allo stesso
modo, nel confronti dell’analista, si pone come incapace a gestire se stesso,
demandando all’altro, l’analista appunto, tale capacità, ponendosi ancora come
oggetto conosciuto da altro soggetto conoscente.
Ma questo stesso meccanismo l’uomo lo mette in moto nel sociale, rimuovendo
il fatto che la società nei confronti della quale si pone come oggetto è stata
da lui stesso concepita e creata, ma soprattutto trovando normale il modello di
rapporto socio-economico fondato sulla divisione del lavoro, che a sua volta
istituzionalizza la separazione dei ruoli nel rapporto tra uomo e donna.
La donna infatti, tradizionalmente o comunque nel sentire comune,
demanda all’uomo la capacità di operare nel pubblico, nella politica, nella
religione, nella conoscenza, facendosi in questo ambito oggetto passivo nei
confronti dell’uomo, mentre quest’ultimo, investito del ruolo di soggetto
attivo nell’agire nel sociale, solitamente demanda alla donna la capacità di
operare nella famiglia, negli affetti, nei servizi, facendosi oggetto passivo nell’agire
nel privato.
Infine l’uomo proietta fuori di sé la soggettività universale che ha
in sé in un dio altro da lui, del quale si fa oggetto, facendo della vicenda
del Cristo una questione individuale e irripetibile dell’uomo Gesù, e non la
nascita di una nuova coscienza: la coscienza cristica, che è la coscienza della
consustanzialità tra dio e l’uomo.
E’ solo tale coscienza che può portare l’uomo oltre la religione,
secondo la quale il soggetto umano estranea da sé il trascendente e
conseguentemente demanda il potere di governarlo a un corpo istituzionalizzato
di valori morali, giuridici o politici, per attingere alla vera religiosità,
che permette all’uomo di uscire dalla condizione infantile creaturale rispetto
a un padre creatore, e di riconoscere il trascendente come una realtà a lui
immanente, che dà senso alla sua esistenza particolare come manifestazione di
una dimensione universale, e di conseguenza riconoscere se stesso nella sua
universalità, quale soggetto consapevole e responsabile della sua stessa
evoluzione e del destino dell’intero universo.
Soltanto affrontando la radice comune di ogni tipo di conflitto con un
lavoro interiore si può operare con efficacia nella politica e nel sociale,
senza che questo operare sia disgiunto da quello nel privato dei rapporti umani
di amore e di amicizia, e perfino del sentimento religioso; e ciò al fine di un
mutamento profondo, di una vera rivoluzione che porti avanti il processo
evolutivo dell’uomo.
Si tratta del lavoro interiore della psicoanalisi,
nella quale però sia applicato un nuovo metodo, quello introdotto da
Montefoschi.
Esso incoraggia l’analista a non relazionarsi quale unico soggetto
conoscente singolare nei confronti del paziente, con la sua personale
problematica individuale, quale suo oggetto di conoscenza, assolutamente
diverso da lui, cosa questa che riconfermerebbe all’altro i vincoli
dell’interdipendenza quale unica possibile modalità relazionale.
Interdipendenza che è una relazione basata sostanzialmente sul
soddisfacimento delle aspettative reciproche, quindi il porsi nella relazione
da parte dell’analista come soltanto soggetto attivo risponderebbe perfettamente
all’aspettativa del paziente, che come abbiamo visto assume nei confronti dei
suoi vissuti e dell’analista l’atteggiamento esclusivo di oggetto passivo,
riconfermando la dipendenza reciproca tra i due termini della relazione.
Viceversa l’analista si pone come colui che assume l’altro della
relazione psicoanalitica soltanto come soggetto che si rapporta a lui come
altrettanto soggetto; e lo può fare perché già vede possibile superare
l’univocità e pertanto assumere responsabilmente l’atteggiamento, attivo o
passivo, che richiede ogni determinato momento dialogico.
L’analista dunque, nella relazione con il paziente, riesce a
controllare e a vietarsi, se necessario, la sua stessa tendenza a calarsi
nell’interdipendenza e a recuperare così entro il rapporto la libertà di
scegliere il suo atteggiamento indipendentemente dall’aspettativa dell’altro.
In tal modo l’analista rompe il modello di relazione interdipendente,
nel quale paziente e analista si trovano calati, ove il paziente si fa oggetto
conosciuto e l’analista si fa soggetto conoscente, e, proprio nell’uscirne, ne
fonda un altro, che Montefoschi chiama intersoggettività.
In questa nuova modalità relazionale, paziente ed analista si
sperimentano entrambi come soggetti che riflettono insieme sulla dinamica della
loro relazione, la quale si svela, sempre ad entrambi, come la problematica esistenziale di ognuno; essa però, al di là delle possibili variazioni
che si danno nelle singole storie personali, pur riguardandoli in prima
persona, non appartiene né all’uno né all’altro, perché è la problematica universalmente umana che
sta travagliando l’Essere in quel preciso momento storico.
E la problematica è quella dell’interferenza dei due modelli di
rapporto, in quanto fino ad ora l’unico modo perché un soggetto potesse
riconoscersi come tale al cospetto di un altro soggetto è stato quello di
appagare l’aspettativa di ruolo a lui proposta dall’altro all’interno della
relazione istituzionalizzata di interdipendenza.
Riconoscendo che i contenuti inconsci del paziente riguardano anche
l’analista, in quanto istanze universalmente umane, l’analista si riconosce
anch’egli come oggetto nel rapporto analitico.
Sincronicamente il paziente è intenzionato a recuperare la sua
soggettività, sia nei riguardi dei suoi contenuti inconsci proiettati sia nei
riguardi dell’analista, nei confronti dei quali si poneva soltanto come
oggetto.
Ma per entrambi non si tratta tanto di recuperare il proiettato,
quanto di arrivare a dirsi e a darsi liberamente nel rapporto così come l’altro
lo intenziona, al di là della divisione dei ruoli attivo e passivo; cosa questa
che attua la contemporaneità del dare-ricevere quale reciproco arricchimento
nello scambio, in altre parole la dialettica patire-agire, grazie alla quale
soltanto l’uomo può sperimentare se stesso sia come soggetto conoscente sia
come oggetto conosciuto.
L’analista e il paziente allora possono riconoscersi come simili, o
meglio come assolutamente consustanziali, quali due soggetti riflessivi che
dialogano tra di loro addirittura come se fossero una persona in due persone, il cui unico soggetto conoscente, non
più singolare ma duale, contempla una problematica esistenziale che non
appartiene né all’uno né all’altro ma che è una problematica universale.
Partendo dall’esperienza intersoggettiva che si sperimenta nel
rapporto di analisi, il soggetto umano è intenzionato ad estenderla a tutte le
sue relazioni, superando la modalità relazionale dell’interdipendenza.
Nel suo rapporto con il sociale, l’uomo non si fa più oggetto passivo
di una struttura intesa come dato naturale e immutabile, ma neanche soggetto
attivo animato o dal desiderio di strumentalizzarlo ai propri fini egoici o
soltanto da un ribellismo sterile, mirante unicamente alla distruzione
dell’establishment.
Nel suo rapporto con gli eventi della vita, l’uomo non è più oggetto
in balia del destino né soggetto di una illusoria autosufficienza; è infatti
grazie alla riflessione, stimolata dal processo analitico intersoggettivo, che
il soggetto umano prende distanza dalla percezione immediata di sé come ente
separato dal mondo e si coglie soltanto come un momento di una più ampia
dinamica.
Inoltre l’uomo impara a dialogare con quanto avviene nella sua vita come
fosse un altro soggetto, per comprendere cosa ciascun evento gli suggerisce, al
fine di trovare il suo compito individuale nell’evoluzione dell’intera società
umana, di individuare come potersi mettere in atto come espressione individuale
dell’universalmente umano.
Ma tutto questo non deve escludere, al contrario deve partire proprio
dal rapporto uomo-donna, dalla relazione famigliare che è alla base della
società umana, perché è proprio in essa che si dà il nocciolo duro
dell’interdipendenza, il nucleo più atavicamente innato della separazione
soggetto-oggetto e pertanto più difficile da scalfire.
Secondo Montefoschi non è soltanto il rapporto dell’individuo con le
proprie figure parentali ad essere caratterizzato dal tabù
dell’incesto, bensì ogni rapporto uomo-donna, ed è proprio il
tabù
dell’incesto ciò che li mantiene identificati nei rispettivi
ruoli sociali separati che caratterizzano la struttura relazionale edipica
della famiglia.
E poiché il nucleo familiare è a sua volta il fondamento della
struttura economica e quindi relazionale della società, che è infatti una
struttura gerarchica e di potere imposta dalla legge del padre quale esecutore
della legge del tabù
dell’incesto, sarà l’infrazione del tabù, e la conseguente
realizzazione della relazione intersoggettiva, non solo ad agire in funzione
della liberazione della soggettività del
singolo individuo, ma anche in funzione di un trasformazione della struttura
relazionale della società umana la quale, di qualsiasi cultura si tratti, è
sempre fondata sulla divisione dei ruoli tra gli uomini e le donne.
Inoltre, “anche al di fuori del nucleo famigliare istituzionalizzato,
nell’ordinamento sociale, il tabù
dell’incesto ha operato al fine di non consentire all’uomo di
fare della donna l’interlocutrice del dialogo erotico creativo, ma viceversa di
farne soltanto l’appagatrice dei bisogni materiali e affettivi e l’oggetto del
desiderio sessuale”[2].
Perché si parla di tabù
dell’incesto a proposito della relazione uomo-donna? Perché
nel sociale umano la donna è sempre posta, rispetto all’uomo, come madre e figlia; e l’uomo rispetto alla
donna sempre come padre e figlio.
La madre è colei che si identifica nel ruolo di chi svolge la funzione
di appagatrice dei bisogni affettivi e materiali del marito o compagno, il
quale in questo ambito assume il ruolo di figlio, poiché dipende da lei per
l’appagamento di tali bisogni, nonché per la sopravvivenza biologica.
Il padre è colui che si identifica nel ruolo di chi media il rapporto
con la società per la moglie o la compagna, la quale in questo ambito assume il
ruolo di figlia, poiché dipende da lui per questa mediazione di tipo sociale e
spirituale.
Ma secondo Montefoschi la legge del tabù del’incesto non si applica
soltanto ai rapporti interpersonali, ma è il “principio cosmico” che regola il
processo dialettico dell’evoluzione dell’universo; inoltre essa non è in
assoluto inviolabile, anzi sono proprio le sue ripetute violazioni che, durante
tutto il processo evolutivo, hanno consentito il cambiamento, mentre
l’inviolabilità ha garantito la stabilità del sistema di volta in volta
raggiunto.
E’ stata la violazione del tabù
dell’incesto a consentire tutti i mutamenti piccoli e grandi,
sia nella storia dell’evoluzione del sistema uomo, sia prima della comparsa
dell’uomo nell’universo.
Ogni nuova nuova scoperta scientifica, ogni conquista politica,
sociale, di costume si è potuta realizzare grazie alla violazione del tabù
dell’incesto.
Ne sono esempi il passaggio dal sistema tolemaico al sistema
copernicano, quello dalla meccanica classica alla meccanica quantistica, dal
determinismo al principio di indeterminazione e alla relatività; il passaggio
dalla teocrazia, alla monarchia, alla aristocrazia, la rivoluzione inglese,
americana e francese; il passaggio dalla dittatura e dal nazionalismo alla
democrazia e all’europeismo, le conquiste sociali e di costume susseguenti al
’68 e all’autunno caldo.
Ma allo stesso modo il tabù
dell’incesto è stato violato nel passaggio dal protone
all’atomo, dall’atomo alla molecola, dalla molecola al vivente, dal vivente
all’uomo.
Dopo ogni violazione il tabù
dell’incesto torna in vigore come inviolabile, per garantire
la stabilità del sistema di volta in volta raggiunto, fino alla successiva
necessaria violazione.
Tornando alla separazione dei ruoli di uomo padre e figlio e di donna madre
e figlia, essa è stata fino a un certo punto funzionale al sociale umano,
in quanto l’uomo e la donna si sono divisi i compiti: la donna infatti,
portando su di sé il peso dell’evoluzione sul piano della vita materiale, ha
lasciato libero l’uomo di dedicarsi all’evoluzione sul piano dello spirito.
Al fine di portare avanti un reale, profondo cambiamento nel sociale
umano, è giunto il momento di un nuovo compimento simbolico dell’incesto, che
consiste nel superare la rigida separazione dei ruoli, in modo tale che ciascun
individuo possa riconoscere in sé la presenza anche di quelle caratteristiche
che aveva demandato all’altro proiettandole sull’altro: la soggettività nel
sociale e l’oggettualità nel privato per il femminile, l’oggettualità nel
sociale e la soggettività nel privato per il maschile, realizzando così la
riunificazione delle modalità del declinarsi umano nell’oggetto e nel soggetto,
la cui separazione era stata istituzionalizzata nella separazione dei ruoli.
Il compimento simbolico dell’incesto da parte della donna sarà
l’evento essenziale che rovescia gli attuali rapporti sociali.
“Anzitutto l’entrata della donna come soggetto attivo nei rapporti di
produzione la sottrae al lavoro non riconosciuto e quindi non retribuito di
addetta ai servizi, che è viceversa la base su cui poggia l’intero sistema
capitalistico, in quanto è proprio questo lavoro femminile non retribuito, ma
essenziale alla sopravvivenza della forza lavoro maschile, che consente al
sistema stesso di risparmiare sulla perdita del capitale e di aumentare così il
plus valore.
Perciò la donna, infrangendo il tabù
dell’incesto, e con esso l’ordine dei rapporti familiari, non
soltanto sottrae se stessa al sistema della divisione del lavoro e dello
sfruttamento, ma sottrae al sistema stesso il suo fondamento.
Ma l’azione liberatoria più significativa che la donna, nel liberare
se stessa, compie sul sociale, è quella di interrompere il perpetuarsi della dinamica
relazionale edipica, che è poi quella della interdipendenza dei ruoli, proprio
nella dimensione psichica umana che è il luogo dove questa dinamica si
riproduce.
E’ la donna infatti che, in quanto identificata nel ruolo di madre
provvida e nutrice, pone nel soggetto umano le radici affettive del modello di
rapporto dell’interdipendenza simbiotica, che diviene pertanto in ognuno
l’unico modo affettivamente riconosciuto del relazionarsi umano.
Ma questo modello di rapporto è proprio quello che limita il senso
della vita al soddisfacimento dei bisogni personali e che quindi mantiene
l’individuo nel vissuto di sé come dipendente da chi ha il potere di
soddisfarlo: prima la madre e poi la società nella sua funzione materna.
Perciò il liberarsi della donna dal ruolo di provvida nutrice libera a
sua volta il soggetto umano dal ruolo di figlio perennemente dipendente, così
che quest’ultimo recupera a sé la capacità di autogoverno e, uscendo dal
vissuto di sé come dipendente da un sociale a lui estraneo, recupera a sé anche
la dimensione sociale che gli è propria e può finalmente porsi nella società
come soggetto responsabile della stessa e del suo divenire storico.”[3]
Ma è ancora una volta nel rapporto analitico che si sperimenta per la
prima volta la violazione del tabù
dell’incesto, in quanto l’analista rinuncia al suo ruolo di
unico depositario della conoscenza e si fa anch’egli carico della problematica
che gli porta il paziente, riconoscendola come universalmente umana; e il
paziente rinuncia al suo ruolo passivo di conosciuto ed interpretato e si fa
anch’egli soggetto attivo del processo trasformativo.
E Silvia Montefoschi ha violato anche il tabù che impone ad analista e
paziente di non frequentarsi al di fuori del loro rapporto professionale,
diventando per me la più grande amica e instaurando con me un rapporto umano,
di amicizia e di dialogo se possibile ancora più profondo ed intenso di quello
che c’era stato fra me e Renato.
E’ dunque seguendo l’esempio di ciò che accade tra analista e paziente
nel rapporto psicoanalitico che i soggetti umani maschile e femminile,
rinunciando ai rispettivi ruoli di uomo padre e figlio e
di donna madre e figlia, nel recuperare a sé ciò che
avevano demandato all’altro, possono riconoscersi entrambi sia come soggetto
sia come oggetto, e possono quindi congiungersi finalmente come due simili.
E in questa nuova unione i due termini della relazione si riconoscono
infine talmente indispensabili l’uno all’altro fino a diventare una persona in due persone, con un unico
soggetto conoscente duale, nel quale
finalmente poter porre la propria identità.
Partendo dall’esperienza di analisi intersoggettiva ed estendendo la
modalità relazionale dell’intersoggettività
a ogni rapporto umano, a partire dal rapporto d’amore tra uomo e donna, si
arriva a sperimentare l’unico soggetto duale, che nasce dal dialogo incessante,
dalla relazione perenne tra due soggetti, e si arriva quindi a misconoscere
l’illusoria indipendenza e autosufficienza dell’io, nel quale finalmente si arriva a non porre più la propria
identità.
Grazie alla nuova psicoanalisi
l’identità del soggetto umano viene dunque posta nell’incessante processo
evolutivo dell’universo, regolato dalla legge universale del tabù
dell’incesto, alternativamente inviolabile e violabile, del
quale il protagonista non è l’io del
singolo uomo, ma la sua relazionalità dialogica perenne che si fa soggetto.
BIBLIOGRAFIA
Per una bibliografia completa delle opere di Silvia Montefoschi, si rimanda al sito della Fondazione Silvia Montefoschi:
https://fondazionesilviamontefoschi.it/_silvia-montefoschi/silvia_montefoschi_bibliografia_opere.php
In particolare molte parti del mio scritto si rifanno direttamente
all’opera “Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi” (2009) di Silvia
Montefoschi, Bianca Pietrini e Fabrizio Raggi, Zephyro Edizioni.
LEZIONI YouTube
Molto interessante e di facile approccio la Playlist
della Fondazione Silvia Montefoschi:
[1] S. Montefoschi, B. Pietrini, F. Raggi – Il manifestarsi dell'essere in Silvia Montefoschi - Ed. Zephiro – pag 61 [2] S. Montefoschi, B. Pietrini, F. Raggi – Il manifestarsi dell'essere in Silvia Montefoschi - Ed. Zephiro – pag 167 [3] S. Montefoschi, B. Pietrini, F. Raggi – Il manifestarsi dell'essere in Silvia Montefoschi - ed. Zephiro – pag 53-54

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