La minaccia della garrota


 

Paolo Luporini 

 

Questo volto molto bello apparteneva a Salvador Puig i Antich . Come potreste leggere dal link, è stato un anarchico spagnolo che è stato condannato alla pena capitale e molti in Europa sono scesi in piazza per salvargli la vita e l’esecuzione tramite la garrota.

A me questa forma di tortura estrema che porta alla morte con atroci sofferenze il condannato fece un’enorme impressione e per empatia scesi in piazza anch’io, a Roma, per una manifestazione nazionale molto sentita. Eravamo in tanti e tutti provavano i miei stessi sentimenti. “Il 1° marzo il Consiglio dei Ministri, presieduto dallo stesso Franco, conferma la condanna a morte per Salvador Puig Antich e per Heinz Chez, un tedesco dell'est accusato dell'uccisione di una guardia civil. Gli ultimi tentativo di salvargli la vita non avranno esito e il giorno seguente Salvador Puig Antich viene "garrotato" dal boia Antonio López Sierra.

Per la prima volta pensai ai martiri, agli eroi, non come a dei miti ma come a ragazzi come me che, per scelta e per circostanze, si sono trovati vittime della violenza del potere, in questo caso del fascismo. Da quel momento ho saputo che avrei potuto essere anch’io oggetto della repressione e della brutalità, che, come in quel caso, poteva non avere limiti. Nel 1970 c’era stato il processo di Burgos sempre in Spagna e il franchismo aveva processato militanti indipendentisti dell’ETA, come si può leggere nel link. Anche quell’evento fu molto seguito da noi studenti. A testimoniarlo sono qui due volantini del dicembre, che rappresentano due atteggiamenti divergenti sullo stesso fatto.




 


 

Le immagini hanno sempre avuto il mio coinvolgimento, come nel caso dei roghi originati dall’esempio di un bonzo vietnamita e dello studente cecoslovacco Jan Palach che si dettero fuoco e morirono tra le fiamme perché l’attenzione del mondo si volgesse sui loro paesi. Un altro caso fu quello della foto riportata da Federico Lucio Paganini nel suo post su questo stesso blog, Il nostro Vietnam, il mio Vietnam, intitolata “General Nguyn Ngc Loan Executing a Viet Cong Prisoner in Saigon”. Questa foto fu scattata l’8 febbraio 1968 durante l’offensiva del Thet a Saigon dal fotografo americano Edward Thomas "Eddie" e ritrae lo sparo alla tempia di un guerrigliero vietnamita ad opera di un generale del governo corrotto sudvietnamita. La descrizione del fatto e le impressioni sul pubblico generate da questa foto furono controverse ma io ci vedevo l’esecuzione sul posto di un partigiano catturato, un prigioniero già ridotto all’impotenza. Quando c’è una guerra, è molto difficile restare neutrali e allora mi schierai. Sapevo che si potevano correre grossi rischi prendendo posizione e a quei tempi i rischi c’erano. Purtroppo ci sono sempre ed è per quello che molti cercano di restare nel limbo di quelli che “la politica è una cosa sporca”, salvo poi trovarsi vittime assurde di una violenza che non fa distinzione tra “schierati” e “neutrali”.

Questo caso odierno, molto attuale, di un innocente giustiziato ‘garrotato’ da un poliziotto bianco americano ci indigna e smuove a manifestare l’orrore e lo sdegno, avendo ascoltato, visto, letto, le parole e il video di quest’esecuzione di un condannato senza processo, colpevole del suo colore della pelle. Anche in questo caso entra in gioco l’empatia di noi tutti che ci sentiamo minacciati da un virus che ci fa dire “Non posso respirare!” e che ragioniamo su questo fatto (e su quello dell’anziano spintonato fino a fargli battere la testa sull’asfalto, lasciato abbandonato a terra dai poliziotti che lo superavano indifferenti), proiettandoci nella parte della vittima. Anche qui da noi ci sono stati molti casi analoghi ma sono stati spesso relegati tra i casi che riguardavano ‘giovani’, ‘drogati’, ‘malati di mente’. A noi, quando mai sarebbe potuto capitare? Non siamo neppure ‘neri’! Eppure, il potere che abbiamo delegato a chi si occupa della ‘forza’ per salvaguardare lo stato e la proprietà, ampliato fino all’estremo dopo il terrorismo, è mantenuto troppo ampio, affidato al ‘buon senso’ degli agenti (tra i quali ce ne sono ancora di quelli che rispettano la legge). Il fatto gravissimo è che non sia mai stata abolita la Legge Reale, a distanza di tanti anni dal pericolo che aveva portato a giustificarla. Ricordiamo che prevede, tra le altre cose:

l'art. 3 estendeva il ricorso alla custodia preventiva, sostituendo il precedente art. 238 c.p.p., anche in assenza di flagranza di reato, di fatto permettendo un fermo preventivo di 96 ore (48+48) entro le quali andava emesso decreto di convalida da parte dell'autorità giudiziaria;

l'art. 5 – come modificato dall'art. 2 della legge n. 533/1977 – vieta l'uso del casco e di altri elementi potenzialmente atti a rendere in tutto o in parte irriconoscibili i cittadini partecipanti a manifestazioni pubbliche, svolgentesi in pubblico o in luoghi aperti al pubblico;

l'art. 14, estendendo la previsione normativa dell'art. 53 c.p., consente alle forze di polizia italiane l'uso legittimo delle armi non solo in presenza di violenza o di resistenza, ma comunque quando si tratti di «impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona».

Il tentativo di abrogarla con referendum vide contrario persino il PCI che stigmatizzò come ‘eversivi’ i libertari che la volevano cancellare. In seguito, anche recentemente, si sono peggiorate le cose. Ad esempio, con i tre Decreti Salvini (D.Lgs.10 agosto 2018, n. 104 , DECRETO-LEGGE 4 ottobre 2018, n. 113 e DECRETO-LEGGE14 giugno 2019, n. 53 ).

Molti dei ministri firmatari sono ministri tutt’oggi nel governo Conte II.

Un ripensamento di queste materie diventa necessario e urgente.


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