Stormy Six, “Panorama”







Per la serie "Anch'io qualche volta ho scritto qualcosa di serio" vi propongo questa breve storia degli Stormy Six, scritta una decina d'anni fa per Nazione Indiana.


“Con l’esercizio non è niente: solo ci vuole la passione”.

Stormy Six, “Panorama”.


Anche se il nome del gruppo forse non dirà molto ai più giovani crediamo siano sufficienti i versi “Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa: d’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città”  a far capire a tutti, anche a chi credeva di non conoscerli, di chi stiamo parlando.

Gli Stormy Six, come diceva qualcuno, vengono da lontano.

Si sono formati a metà degli anni ’60, al tempo dei “complessi beat”, come venivano chiamati allora, in una Milano in cui le prime tensioni presessantotto convivevano con la scoperta di nuove musiche, il beat, il soul, il rythm’n’blues, il folk revival, che sembravano alludere a un orizzonte diverso, ad un confuso desiderio di cambiare le cose.

Con la loro rigorosa dieta di beat’n’blues, fatta di cover degli Stones, Animals, Them, Small Faces, gli Stormy Six si fecero rapidamente un nome tra i gruppi milanesi e si trovarono anche a far da spalla agli Stones nel loro primo tour italiano, ma correva l’anno ’67, già stava arrivando il Sessantotto, alla sensazione che i tempi stavano cambiando si aggiungeva la determinazione di essere, di questo cambiamento, parte attiva.

E’ la storia di una generazione, ma è anche la somma di tante uniche, irripetibili storie.

Quella degli Stormy Six è esemplare proprio perché sono cambiati così tanto nel corso degli anni per rimanere, o meglio per diventare se stessi. Anziché costruirsi una tranquilla carriera come gruppo rock, replicando all’infinito semplici ma efficaci canzoni come “Alice nel vento” o “Rossella”, che gli avrebbero garantito uno spazio sicuro nel settore “Pop di qualità”, hanno scelto di crescere e di cambiare assieme al loro pubblico, imparando sia dalla militanza politica sia dalla pratica musicale, rifiutando sempre di svendere la loro coerenza di militanti ma, altrettanto importante, negandosi a qualsiasi tentativo di ridurli a megafono propagandistico di questa o quella organizzazione della sinistra.

Così sono cresciuti, musicalmente e politicamente, dall’ingenuo beat psichedelico de Le idee di oggi per la musica di domani (con ancora nei ranghi Claudio Rocchi) al country rock de L’Unità, dove iniziavano a fare i conti con la storia, raccontando "dal basso" l'unità d'Italia, dal confronto con le tradizioni popolari di Guarda giù dalla pianura all’"invenzione” del progressive folk ne Il biglietto del tram, fino alle complesse tessiture de l’Apprendista e de La macchina maccheronica, un viaggio intorno all’identità politica della canzone, da un approccio immediato fino alla sperimentazione di una complessità formale, fino al ritorno, poi, con Al volo, a un approccio più diretto, essenziale, in una parola rock.

In mezzo ci sono stati i concerti per tutta Europa, nelle piazze dei paesini siciliani o negli austeri teatri tedeschi, nelle fabbriche o nei circoli culturali, a Casarsa come a Reims, a Macomer come a Tubingen, c’è stata la fondazione, assieme ad altri gruppi e musicisti milanesi, tra cui Moni Ovadia, Guido Mazzon, Tony Rusconi, della cooperativa L’Orchestra, che, per qualche anno, costituirà un importante punto di riferimento per l’autoproduzione discografica (Un biglietto del tram fu il primo lp pubblicato), per l’organizzazione di concerti, le scuole di musica popolare, l’attività didattica (ricordiamo il manuale di chitarra, curato da Claudia Gallone, su cui si formarono migliaia di chitarristi).

C’è stato l’incontro con gli Henry Cow e il successivo coinvolgimento in Rock in Opposition, sorta di internazionale di gruppi (svedesi, belgi, francesi, italiani e inglesi) autogestiti e indipendenti sotto ogni punto di vista, economico, politico, culturale, che cercavano di proporre, per dirla in breve, una nuova musica per un nuovo pubblico.

C’è stato poi, nel 1983, anche lo scioglimento del gruppo, che alle soglie degli anni ’80 aveva verificato che “il cielo è nero”, gli spazi di autonomia e di gestione antagonista dell’operare musicale ridotti quasi a zero nell’atmosfera mefitica della “Milano da bere”.

Ma erano stati loro a scrivere che “nulla resta uguale a se stesso, la contraddizione muove tutto”, e così ci siamo ritrovati nel ’93 al teatro Orfeo di Milano e poi più volte negli anni, il 25 aprile per gli Appunti Partigiani, poi allo Zelig, al Leoncavallo, a Fivizzano, a Cividale, a Sesto San Giovanni, il 30 maggio, per il quarantennale del ’68, il 12 luglio a Fosdinovo, per gli Archivi della Resistenza, e più recentemente a Reggio Emilia per Benvenuti nel ghetto, con Moni Ovadia, a chiederci di nuovo dove è andata a giocare Rossella, a camminare sulla strada gelata e a riflettere che ancora oggi non si sa dove stare.

Alcuni di loro in questi anni hanno continuato, seppur saltuariamente, a suonare, altri, come Antonio Zanuso, il batterista originale, avevano smesso da trent'anni, ma sono bastate poche telefonate e di nuovo professori, architetti, pittori, poeti e musicisti erano di nuovo insieme, a riannodare i fili di un'esperienza che non cessa, al di là delle mode culturali del momento, di essere importante.

Canzoni ormai storiche come Stalingrado, La fabbrica e Dante Di Nanni, e L'orchestra dei fischietti, ispirata alle manifestazioni operaie nella Milano degli anni '70, un fiume di parole e di suoni che non vediamo l'ora torni di nuovo ad attraversare le nostre strade, da troppo tempo mute.

Citando il grande poeta Walt Whitman, e una sua celebre poesia dedicata alla giovinezza, e andando perfino oltre i ricordi e la commozione e anche un po' di rabbia per quello che abbiamo dissipato, noi e loro, è proprio vero che quello splendore “una volta, una sola volta esisteva”.

Se ci pensate bene non è poco, per un gruppo di vecchi ragazzi che “entrò nel mito” più di cinquant’anni fa, lanciando fiori al pubblico del Palalido alla fine dell’esecuzione di Lady Jane

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