L’Unione Inquilini alla Spezia negli anni ‘70
Fonte:
milano/repubbica.it/mutimedia
Didascalia:
Dimostranti per il diritto alla casa davanti al teatro Lirico di Milano il 29
novembre 1969.
I
ricordi, la teoria marxiana, le leggi, la casa oggi
di
Federico Lucio Paganini
Titolo
di La Repubblica, Milano: “È il giorno dello sciopero generale per la casa. I
sindacati hanno convocato un’assemblea al Teatro Lirico e, mentre la folla
defluisce dalla sala, in via Larga sfila il corteo dei marxisti-leninisti. La
polizia, che presidia l'area in forze, tenta di inserirsi nel corteo con delle
camionette e nella manovra sfiora un manifestante. La reazione è immediata e
scatta la carica. Sulla strada si tenta di bloccare la Celere e si smantella un
vicino cantiere mentre si alza il fumo dei lacrimogeni. Durante gli scontri, un
gippone perde il controllo e urta un altro veicolo militare. L'autista, Antonio
Annarumma, forse colpito da una sbarra di ferro, muore nell'impatto. È la prima
vittima della strategia della tensione. Ecco le immagini di quella tragica
mattina.” (Archivio De Bellis)
La
guerra, con le sue distruzioni, aveva provocato in tutta l’Italia una grande
penuria di abitazioni il cui affitto saliva eccessivamente rispetto ai bassi
salari degli anni ’50. Ne seguì un intervento legislativo che bloccava
periodicamente gli sfratti e, di fatto, favoriva chi rimaneva per lungo tempo
nell’abitazione mentre penalizzava i proprietari. Si verificava quindi una
distorsione del mercato delle abitazioni con una parte d’inquilini garantiti e
un’altra invece soggetti agli aumenti del canone, e, d’altra parte, proprietari
penalizzati, che non traevano dall’affitto neanche le spese per la manutenzione
dell’alloggio, e altri liberi di fissare un canone libero, soggetto soltanto
alla legge della domanda e dell’offerta. Questa situazione migliorò nel Paese
negli anni ’60 per la diminuzione dell’inflazione postbellica ma non nei grandi
centri industriali del Nord, che richiamavano grandi masse di lavoratori dal
Sud. Lì esplosero i fitti, e l’edilizia popolare, troppo scarsa, non fu capace
di calmierare i prezzi. Sulla spinta del movimento culturale del ’68 il
sindacato uscì dal chiuso della trattativa sul contratto di lavoro e affrontò
anche i problemi che gli operai trovavano fuori dalla fabbrica; in primo luogo
la salute in fabbrica e la casa, i cui fitti assorbivano ormai una grossa
porzione del salario. Per questo il 29 novembre 1969 fu indetto dai sindacati
uno sciopero per la casa. Sciopero massiccio e corteo imponente. Durante il
comizio del Segretario Generale della C.I.S.L. Bruno Storti, ci furono violenti
scontri tra polizia e gruppi di estrema sinistra e un agente morì, in un
incidente tra camionette o a seguito del lancio di un pesante oggetto di
metallo. Dalla caduta del fascismo c’erano state molte manifestazioni operaie e
bracciantili e la polizia aveva sparato innumerevoli volte, uccidendo almeno un
centinaio tra sindacalisti e semplici operai e braccianti. Pochi mesi prima la
polizia aveva sparato ad Avola e Battipaglia durante scioperi e aveva ucciso
quattro persone. Ma stavolta ci fu chi decise di mettere fine alle richieste
del movimento operaio con le bombe di cui incolpare i “gruppi”, gli anarchici,
e imbastire un colpo di stato anticomunista.
Tredici
giorni dopo che era stata scattata questa foto, il 12 Dicembre, scoppiava la bomba alla Banca dell’Agricoltura (17 morti e 88 feriti) e questo fu il
segnale, insieme alla fuga dei capitali e alla conseguente inflazione, della
controffensiva borghese e di un tentativo abortito di colpo di stato. Anni dopo,
uno storico riassunse così gli avvenimenti: “In Francia e in Italia il 1968
portò a un aumento dei salari operai; la Francia reagì con un aumento degli
investimenti in macchine utensili per diminuire la quota del lavoro nella
produzione industriale, l’Italia con le bombe”. Le bombe continuarono a
esplodere e uccidere per molti anni. Dal 1973, a seguito della crisi
petrolifera, l’inflazione esplose come nel dopoguerra. Nel giro di pochi mesi i
prezzi delle abitazioni raddoppiarono, poi triplicarono aumentando a un ritmo
sconvolgente. Si disegnò, non solo nei grandi centri industriali ma pressoché ovunque,
una situazione simile a quella del dopoguerra. Il governo ricorse nuovamente al
blocco degli sfratti che però provocò l’effetto delle case sfitte, tenute vuote
dal proprietario per non incorrere nel blocco. Trovare casa era difficile e
anche la piccola borghesia dei tecnici e degli insegnanti cominciava a
incontrare grosse difficoltà a trovare un’abitazione. Gli appartenenti a questa
classe, che fino allora avevano ritenuto conveniente vivere in affitto per i
canoni ragionevoli, ora si vedevano costretti ad acquistare la casa
sottoscrivendo mutui gravosi perché l’inflazione galoppante, con punte che
arrivavano al 20 %, spingeva ancora più su i tassi d’interesse del mutuo. La
classe operaia era ovviamente tagliata fuori da questa possibilità. L’unica
soluzione era l’alloggio popolare, che però era drammaticamente insufficiente
in città. Il problema degli alloggi si aggravò insieme all’aumento vertiginoso
dei prezzi delle bollette: riscaldamento, telefono, luce, tutti legati al
prezzo del petrolio.
In
quel momento la Lega
dei Comunisti,
cui io appartenevo, insieme a Lotta Continua, lanciò una campagna, col mezzo dei
volantini, per l’autoriduzione
dei canoni telefonici.
Inoltre,
noi soli, decidemmo di propagandare l’Unione Inquilini, organizzazione partita dal basso a
Milano proprio nell’anno della grande manifestazione per la casa. La nostra
sede, due piccole stanze in Via del Prione, quindi in pieno centro, fu visitata
da quanti volevano autoridursi le bollette e chiedevano cosa potessero fare
contro gli sfratti; per trovare una casa; per ridurre affitti diventati
impossibili. Fu in quel periodo che, approfittando dei ponteggi, dei compagni
di Lotta Continua scrissero sulla facciata bianca della cattedrale (quella
chiamata il Gran Tamburo del Mediterraneo): “DATE LE CASE AGLI OPERAI”. Quella
scritta rimase leggibile per anni, anche dopo che fu cancellata, per una
diversa tonalità di bianco. L’inflazione così alta divorava gli stipendi fissi
di operai e impiegati e ne seguivano continui scioperi per il rinnovo dei
contratti di lavoro, mentre chi poteva a sua volontà aumentare il prezzo del
servizio prestato (commercianti, imprenditori, professionisti) si salvava
dall’inflazione e poteva mantenere il suo potere di acquisto. Tra essi i proprietari
di case, a patto che riuscissero ad evitare il blocco degli sfratti. Era sempre
più comune che le famiglie non potessero far fronte agli aumenti di canone
richiesti e che avvenissero sfratti. C’era alla Spezia un capannone dismesso da
una fabbrica che era stato preso dal Comune per ricevere i mobili che gli
sfrattati non potevano più tenere. Erano alcune centinaia di metri quadrati di
mobili accatastati lì con la speranza che un giorno i proprietari potessero
riprenderseli. Anche a distanza di tanti anni furono molto pochi i mobili
richiesti indietro. Una parte di popolazione della Spezia dovette trasferirsi
in borghi satelliti come Aulla, Ceparana, Santo Stefano Magra, dove c’era
ancora abbondanza di terreno edificabile. Le nuove costruzioni erano più
numerose, i suoli costavano meno e i canoni di affitto erano più accettabili. E
ciò fu permesso dalla mobilità offerta da automobili utilitarie il cui prezzo
era diventato accessibile.
“Quel
che oggi s'intende per crisi degli alloggi non è che un particolare acuirsi
delle già cattive condizioni abitative dei lavoratori, provocato
dall'improvviso afflusso demografico verso le grandi città: un enorme aumento
dei canoni d'affitto, un ancor più pronunciato pigiarsi d’inquilini in ogni
singolo caseggiato, e per taluni l'impossibilità di trovare un alloggio
qualsiasi. E questa penuria di abitazioni fa parlare tanto di sé per la sola
ragione che non è limitata alla classe operaia, ma colpisce altresì la piccola
borghesia.”.
Queste
parole, che ben si attagliavano alla situazione degli anni ’70, furono scritte
da Engels nel 1872 in polemica con Proudhon che auspicava l’accesso alla proprietà
della casa da parte del proletariato.
“I
capi più avveduti della classe dominante hanno sempre rivolto i loro sforzi ad
accrescere il numero di piccoli proprietari per creare un esercito contro il
proletariato. […] Napoleone III - continuava Engels - ha mirato a creare
un'analoga classe nelle città e vendendo appartamenti a rate annuali ai loro
operai il Signor Dollfus e i suoi colleghi hanno cercato di
estinguere in essi ogni spirito rivoluzionario, incatenandoli al tempo stesso,
con una proprietà fondiaria, alla fabbrica in cui lavoravano un tempo: ecco
quindi che il piano di Proudhon, anziché alleviare la condizione della classe
lavoratrice, si è risolto in qualcosa che va direttamente contro di essa".
Questa
era proprio la politica abitativa perseguita dalla Democrazia Cristiana con
varie modalità: case popolari a riscatto, facilitazioni per il pagamento dei
mutui, case costruite in cooperativa per poi diventare private e comunque
sempre politiche della casa disomogenee ed emergenziali. L’alto costo delle
abitazioni nuove dipendeva in parte notevole dall’alto costo dei suoli, cioè
dalla rendita fondiaria. Nel ’63, all’inizio del centrosinistra, per
contrastare gli speculatori che compravano a basso costo suoli su cui sapevano
che si sarebbe costruito, il ministro Fiorentino Sullo (Sinistra Democristiana)
presentò un progetto di legge che permetteva ai Comuni di espropriare i suoli
e, dopo averli urbanizzati, cedere il diritto di superficie ai privati per le
costruzioni. Il progetto non arrivò mai in Parlamento. “Si sentì – disse, anni
dopo, Nenni – rumore di sciabole”. Col “Piano Solo” eravamo andati vicini al colpo di
stato organizzato dal generale dei carabinieri De Lorenzo, solo il primo dei
tanti tentativi; sostenuto dai grandi proprietari terreni, tra i quali
spiccavano a Roma la nobiltà “nera” e il Vaticano, che avevano trovato così un
interprete dei loro interessi. La crisi degli alloggi degli anni ’70 spinse il
mercato, involontariamente, proprio nella direzione della politica della casa
della Democrazia Cristiana perché aumentò, per necessità, strozzati da tassi
usurai, il numero dei proprietari di casa.
Qual
era la proposta di Engels nel 1872?: “…l'esproprio dei proprietari attuali,
ovvero assegnando le loro case ai lavoratori senza tetto o oltremodo
sovraffollati nelle loro abitazioni attuali; non appena il proletariato avrà
conquistato il potere politico, un simile provvedimento, imposto dal pubblico
bene, sarà facilmente attuato, al pari di altri espropri e di altre
assegnazioni compiute dallo Stato medesimo.” Una cosa del genere avvenne
effettivamente nella Russia postrivoluzionaria, prima che negli anni ‘30 un
grande piano di costruzione di case popolari riducesse la fame di alloggi. Ma i
gruppi di sinistra nell’Italia del ’70 potevano proporre una soluzione del
genere, la semplice aspettativa della rivoluzione proletaria, a chi, spinto da
un bisogno impellente, cercava un’abitazione perché sfrattato o perché non
poteva pagare un affitto impossibile o, addirittura, non trovava un’abitazione
a qualsiasi prezzo?
Si
poteva affermare di fronte ad uno sfrattato: “Soltanto il proletariato
creato dall'industria moderna, liberato da tutte le catene ereditarie, anche da
quelle che lo inchiodano alla terra, solo il proletariato pigiato nelle grandi
città è in grado di compiere la grande trasformazione sociale che metterà fine
a ogni sfruttamento di classe e a ogni dominio di classe. I tessitori
campagnoli di un tempo, con casa e focolare, non sarebbero mai stati in grado
di farlo, non avrebbero potuto concepirne nemmeno il pensiero, e ancor meno
attuarlo?". No davvero! Sarebbe stato come dirgli: “Quanto sei
fortunato! Sarai obbligato a fare la rivoluzione!”.
Si
poteva fare un esproprio proletario di generi alimentari in un supermercato,
fatto simbolico e goliardico più che altro, ma non certo proporre a uno
sfrattato la rivoluzione proletaria e l’esproprio generalizzato delle case.
Occorrevano risposte immediate a chi si trovava a vivere presso parenti o in
macchina; d’altra parte non si voleva innescare una guerra tra poveri andando a
occupare alloggi di edilizia residenziale pubblica destinati ad altri proletari
in attesa dell’assegnazione dell’alloggio. E andare a occupare la proprietà
privata era inutile perché sarebbe intervenuto presto lo sgombero e ci
sarebbero state conseguenze penali per gli occupanti, senza contare che le case
disabitate in centro che esistevano erano fatiscenti e pericolose perché totalmente
abbandonate da decenni dai proprietari assenteisti, tra i quali primeggiava De
Nobili. A metà degli anni ’70 c’erano gruppi di giovani teorizzatori del
rifiuto del lavoro che occupavano un alloggio fatiscente in Via del Prione.
Questa idea, il rifiuto di fornire braccia al capitale, m’intrigava molto. Ma
ormai ero integrato in un lavoro impiegatizio e poi questi ragazzi inclinarono
verso l’uso dell’eroina e a quel punto non m’interessarono più. Trovammo una
palazzina in Viale Veneto all’angolo con Via Padre Reginaldo Giuliani che era
dichiarata inagibile per problemi statici e non poteva essere assegnata; ma non
era in pericolo di crollo imminente e in ogni caso non prevedevamo una lunga
permanenza. Così indirizzammo alcune famiglie all’occupazione di questo
stabile, fornendo assistenza legale con avvocati a noi vicini e aiutando a
stipulare i contratti di allacciamento a luce, gas e acqua. Contemporaneamente
si faceva pressione sul Comune per trovare soluzioni. Quest’occupazione andò
avanti almeno un anno, se ben ricordo. In altre occasioni si andava a fare
picchetti in occasione di sfratti e si aiutavano gli sfrattati a trasportare
altrove i mobili che venivano messi sul marciapiede. Certamente però facevamo
quello che chiamavamo “lavoro politico”, cioè propaganda anticapitalista,
spiegazione della condizione operaia di fronte al problema della casa, alla
luce delle osservazioni di Marx ed Engels sulla rendita fondiaria e le
speculazioni edilizie. Di fatto qualcuno degli sfrattati si unì a noi anche
dopo che la Lega entrò a far parte di Democrazia Proletaria. Noi della Lega non eravamo soli. Oltre
alle azioni dello stesso genere di Lotta Continua c’erano anche ragazzi che non
si sarebbero mai definiti “marxisti-leninisti”, come noi pretendevamo di
essere, ma erano spinti da un afflato tutto umano verso i più poveri e si
univano a noi per l’azione concreta che svolgevamo. Non ricordo più il nome di
alcuni di loro. Ricordo però il mio amico Luporini che conoscevo già perché
ambedue appassionati di fotografia. Faceva anche lui parte della Lega dei
Comunisti e aveva già partecipato attivamente alla campagna dell’autoriduzione
delle bollette SIP. Gli proposi di fondare a Spezia l’Unione Inquilini. Fu così
che per molti giorni studiammo insieme con un’amica avvocato la legislazione
sulla casa. Per Paolo non fu una cosa semplice. Lui studiava Medicina. Eppure
entrambi fummo pronti, poco prima della promulgazione della legge sull’Equo
Canone, ad aprire uno sportello di consulenza nell’anticamera della sede della
Lega dei Comunisti, in Via del Prione 187. Rispondevamo a migliaia di quesiti
sul calcolo dell’equo canone, sui diritti dell’inquilino, sui doveri del
proprietario e le sue spettanze, sui regolamenti condominiali. Lui una volta fu
intervistato da una radio locale (l’intervista durò circa cinquanta minuti e
trattava di politica della casa nazionale e locale, diritti degli inquilini,
loro lotte in difesa degli sfratti e occupazioni di palazzi sfitti) e poi
questa intervista fu ripresa, con alcuni tagli, da Radio Tre. Ricordo anche
Luca Del Santo, che s’impegnò molto più di me.
Il
problema casa era diventato drammatico e il pretore di Roma aveva posto sotto
sequestro numerosi appartamenti sfitti dando al Sindaco Argan (eletto con i
voti del P.C.I.) il potere di gestirli. Argan e il P.C.I. non ebbero il
coraggio di procedere fino in fondo e dopo qualche mese restituì gli
appartamenti ai proprietari. In politica ci fu una svolta importante alla metà
degli anni ’70 con il “compromesso storico” e l’appoggio esterno del P.C.I. al
governo monocolore di “solidarietà nazionale” di Andreotti. Effetto di questa
nuova politica fu la legge chiamata “Equo Canone “ del 1978. A questo punto
avevamo una legge che dava agli affittuari il diritto a corrispondere un canone
proporzionato alla vetustà della casa, alle sue dimensioni, tipologia, dimensioni
della città, ecc. La legge inoltre vietava di utilizzare l’appartamento
liberato dopo uno sfratto per fini diversi da quelli dell’abitazione dei propri
familiari. Così in diversi casi potemmo denunciare il proprietario che
affittava a una persona diversa, esibendo come prova la fotografia del nuovo
nome sulla targhetta dell’uscio accanto alla prima pagina di un giornale per
dimostrare la data. In questi casi bisognava anche andare a testimoniare in
tribunale, cosa che feci più volte. La legge poi imponeva una sanzione pecuniaria
nei confronti del proprietario a vantaggio del Comune ma era questo che doveva
provvedere, a seguito della sentenza, a chiedere al proprietario il versamento
della somma. Diversi anni dopo mi accorsi – lavoravo all’Ufficio Legale del
Comune - che il Comune della Spezia queste somme non le aveva mai chieste.
Quindi, feci una ricerca presso la cancelleria del Tribunale e presi nota di
tutte le sentenze, che erano, mi pare, una ventina e passai tutto all’Ufficio
competente. Passarono molti anni ancora prima che la penuria di abitazioni
diminuisse. Tuttavia, la legge garantiva l’inquilino soltanto nel momento in
cui stipulava il contratto o l’aveva già stipulato e poteva autoridurselo, non
chi non trovava casa perché i proprietari non affittavano, semplicemente perché
ritenevano insufficiente il canone fissato per legge. Dopo ciò che era successo
a Roma, la via della requisizione non fu più seguita dalla magistratura.
Quindi, le tensioni sul mercato della casa durarono ancora parecchi anni nella
nostra città e si può dire che cessarono solo in seguito alla costruzione di
nuove case, popolari e non, e soprattutto a causa della diminuzione della
popolazione, che passò da 125.000 abitanti del ’71 ai 93.000 di oggi. Però una
tensione si potrebbe verificare in futuro se il declino della popolazione
s’invertisse e continuasse la tendenza all’aumento dell’utilizzo degli
appartamenti per affitti turistici. Ora un’arma nelle mani dell’inquilino di
fronte al proprietario esoso è la cedolare secca che permette al proprietario
di pagare al fisco una cifra più bassa ma permette anche all’inquilino di
autoridursi l’affitto se dai documenti o da una testimonianza risulta aver
dovuto pagare in nero un affitto più alto di quello scritto sul contratto.
L’Unione Inquilini delle grandi città, soprattutto quelle universitarie,
organizza queste autoriduzioni.
Il
dilemma del proletario, di cui parlava Engels, tra luogo del lavoro e luogo
dell’abitazione, attanaglia ancora oggi i lavoratori nel nostro Paese, dove il
71,8% delle abitazioni è di proprietà privata (57,6% senza mutuo e 14,2% con
mutuo pendente), trovandosi insieme a Romania, Grecia, Spagna e Portogallo (e
le case popolari sono solo per i poveri). La politica della casa perseguita per
molti decenni dalla Democrazia Cristiana, cioè la creazione di un esercito di
proprietari per diluire l’impatto e la forza del Partito Comunista, ha
provocato la scarsa mobilità della mano d’opera e conseguentemente un minore
prodotto nazionale pro capite rispetto a paesi in cui il mercato degli affitti
convenzionati sfiora il 50% (Olanda, Germania, Danimarca, Francia, Gran
Bretagna). Se negli anni della Democrazia Cristiana si costruivano pochi
alloggi per i lavoratori, negli ultimi decenni il patrimonio edilizio pubblico
è addirittura diminuito per una dissennata vendita di alloggi pubblici e un
tasso ancora minore di costruzione di abitazioni popolari. Così l’Unione
Inquilini oggi può stimare che siano 700.000 le famiglie in graduatoria in
attesa di entrare nelle case popolari, spesso da anni. Con i nostri ritmi, per
smaltire la lista d’attesa delle case popolari, ci vorrebbero 700 anni”,
commenta Massimo Pasquini, segretario dell’Unione Inquilini di
Roma. Le nuove case popolari ogni anno, infatti, non sono che mille, rispetto a
una domanda che continua ad aumentare. “Il nostro patrimonio – spiega la
ricercatrice dell’Università Bicocca Roberta Cucca, sociologa esperta di
politiche urbane – è del 20% inferiore rispetto alla media europea. Le nostre
istituzioni sono state assenti, non hanno governato il problema della casa”.
Risultato: il patrimonio che s’è salvato ha perso valore ed è in pessimo
stato. E i soldi, come al solito, non ci sono. I lavoratori, come pure gli
insegnanti e i tecnici, non possono lasciare l’abitazione di cui sono
proprietari – o lo fanno sottoponendosi a duri sacrifici – per trasferirsi in
un’altra regione in cui dovrebbero pagare un affitto. Nel caso italiano si tratta
prevalentemente di spostamenti dal Sud al Nord, dove all’affitto si aggiunge un
costo della vita più alto, e questo mentre gli stipendi, bloccati da decenni,
sono ormai insufficienti anche per chi non deve spostarsi. Ne consegue che gli
economisti stimano uno o due punti di P.I.L. di differenza in meno tra paesi ad
alto tasso di case in proprietà rispetto a quelle col tasso inverso.
Si
può così vedere come le politiche della casa perseguite dalla Democrazia
Cristiana fin dal dopoguerra svolgano ancora oggi i loro effetti perversi
sull’economia nazionale.


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